Intervista del 16 maggio 2019 su Il Fatto Quotidiano

(di Luca De Carolis)
Il senatore che è stato presidente parla di ciò che conosce meglio, la mafia. E spiega la sua scelta: “Ho votato sì alla nuova legge sul voto di scambio perché migliora quella attuale. Ma è solo un passo nella lotta contro le cosche e non può certo bastare, soprattutto se nel contempo dai un segnale opposto con lo sblocca cantieri”. Così ammonisce l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

Lei e gli altri di Leu avete sostenuto la legge, mentre il Pd si è espresso contro. Cosa ne pensa, lei che è stato presidente del Senato su indicazione dei democratici?
Il Pd continua a ripetere sempre lo stesso concetto, ossia che nessuno può fare le cose meglio di quanto le avevano fatto loro in passato. Avevano presentato un disegno di legge, ma si sono rifiutati di prenderne in considerazione altri. Io invece ritengo che sia meglio migliorare i provvedimenti nei rari casi in cui siano condivisibili collaborando, piuttosto che fare un’opposizione fine a se stessa.

Perché la nuova legge migliora le norme attuali?
Perché nel testo vigente si faceva riferimento solo al procacciamento di voti con modalità mafiose, e questo creava grandi problemi interpretativi ai magistrati, tanto che alcune sentenze richiedevano come prova che il procacciamento di voti avvenisse attraverso l’intimidazione o l’assoggettamento. Invece il nuovo testo, migliorato nel passaggio alla Camera, configura il reato anche per il solo fatto che lo scambio avvenga con un appartenente alla mafia o con un intermediario. Insomma, si ampia il raggio della repressione.

Però come si stabilisce chi appartiene alle cosche?
Innanzitutto lo è chi è stato condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa o anche sottoposto a misure di prevenzione per quel tipo di reato.

Un politico non è tenuto a conoscere i casellari giudiziali.
Guardi, il criterio principale è che la richiesta di voto venga percepita all’esterno come proveniente da un ambiente mafioso, ossia che sia un voto di cosca.

Il confine rimane labile, no?
Il metodo mafioso ha modalità precise, previste dal codice: l’intimidazione, l’assoggettamento psicologico o economico, l’omertà. Ma le vie con cui si può realizzare lo scambio tra il politico e l’appartenente a una cosca sono tante. Basta anche che un boss si faccia un passeggiata in centro assieme al candidato di turno. E un politico che si candida in una comunità di solito sa chi può influenzare le elezioni. Detto questo, va necessariamente lasciato ai magistrati un margine per interpretare. E andava ampliato il raggio di azione dei magistrati.

La legge parla anche di intermediari dei mafiosi. E il rischio di confini troppo vaghi cresce.
In questo caso bisogna essere ancora più rigorosi nella raccolta e nella valutazione delle prove, ovvero nel dimostrare che il politico sapesse con chi aveva a che fare. E in questo sono fondamentali le intercettazioni e i collaboratori di giustizia.

Un’altra critica è che le pene vengono aumentate troppo, visto che un eletto con voti della mafia può rischiare fino a 22 anni e mezzo di carcere. “Si rischia l’incostituzionalità” dicono.
Il problema della sproporzione nel sistema delle pene effettivamente esiste, visto che chi dirige l’organizzazione mafiosa rischia dai 12 a 18 anni. Avevo anche presentato degli emendamenti su questo punto, ma rimane secondario rispetto al miglioramento della norma.

L’approvazione del testo cosa rappresenta?
È una buona notizia. Ma non si può con una mano dare un segnale di rigore, e con l’altra aumentare la soglia degli affidamenti senza gara degli appalti per i lavori pubblici.

Parla dello sblocca cantieri.
Il disegno di legge reintroduce la possibilità di sub-appaltare fino al 50 per cento dei lavori o addirittura senza soglia nel caso dei consorzi. E poi sblocca fino al 2021 gli appalti integrati, cioè quelli in cui chi partecipa alla gara presenta anche il progetto esecutivo. Ed è pericoloso, perché chi spende per un progetto senza avere la certezza di ottenere l’appalto? Così si favoriscono tangenti e malaffare. E sono messaggi al contrario: soprattutto oggi che c’è una mafia invisibile, che si nutre di corruzione.

La risposta di Lega e 5Stelle è che bisogna sbloccare i lavori e che il Codice degli appalti è un ginepraio. Può essere vero, no?
E vanno a cambiare proprio quelle norme che contrastano le tangenti invece di eliminare la burocrazia? Il problema non sono le regole, ma gli uomini che le applicano. I controlli servono: già oggi vengono aggirati con i cartelli tra imprese.

Questo governo come sta impegnandosi contro le mafie?
Non lo si fa inaugurando i commissariati o tuffandosi nelle piscine confiscate come fa Salvini, che ha usato la lotta alla mafia per non celebrare il 25 aprile. Servono risorse per magistrati e forze dell’ordine, per fare emergere l’economia criminale nascosta. E serve un lavoro anche sul piano sociale e culturale.