Lo ha chiesto il Senatore Grasso al Ministro Salvini durante il Question Time del 17 gennaio 2019

Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 2018 a Pesaro è andato in scena un agguato mafioso. Vittima Marcello Bruzzese, fratello del pentito di ‘ndrangheta Girolamo, inserito nel programma speciale di tutela dei collaboratori di giustizia. Un fatto gravissimo, mai accaduto prima, di cui il Senatore Grasso ha chiesto spiegazioni durante il question time del 17 gennaio 2019.

Oltre all’omicidio a Pesaro, anche altri recenti espisodi (gli agguati in Calabria, le bombe ad Afragola, l’esplosione della pizzeria Sorbillo, la latitanza di Matteo Messina Denaro), ricordano che le mafie – ancora tragicamente attive – non si cancellano con le promesse. E che i collaboratori e i testimoni di giustizia rimangono uno strumento irrinunciabile per il contrasto alla criminalità organizzata. Lo Stato dovrebbe tutelare chi decide di stare dalla parte della giustizia, e invece destina sempre meno risorse ai programmi di protezione, e non attiva il cambio di generalità del protetto e dei suoi familiari.

Come si tutelano, dunque, testimoni e collaboratori di giustizia? Questa la domanda rivolta al Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

INTERROGAZIONE DEL SENATORE PIETRO GRASSO

Il 25 dicembre nel centro di Pesaro si è consumato un agguato in puro stile mafioso che ha causato la morte di Marcello Bruzzese, sottoposto a speciale programma di protezione in quanto fratello di Girolamo Bruzzese, il quale nel 2003, dopo aver tentate di uccidere il capo della ndrangheta di Rizziconi Teodoro Crea, si costituì iniziando a collaborare con la giustizia e fornendo alla DDA di Reggio Calabria informazioni circa gli affari della cosca di Rizziconi, i suoi legami con l’imprenditoria e la politica locale, che portarono all’arresto di importanti esponenti del clan e allo scioglimento del consiglio comunale.
Dopo l’inizio di tale collaborazione vennero uccisi il suocero e uno zio del collaboratore: il fratello Marcello, già oggetto di un attentato nel 1995, era stato sottoposto sin dal 2003 ad un programma speciale di protezione e viveva a Pesaro con la sua famiglia in domicilio protetto procurato dal ministero dell’Interno. Dalle modalità dell’esecuzione risulta evidente che i sicari lo hanno aspettato mentre rientrava nell’abitazione, in teoria segreta, e lo hanno ucciso.
Sappiamo che le mafie non dimenticano, e che le vendette e le faide non hanno scadenza.

Quello che è accaduto a Pesaro è un fatto gravissimo e, per quel che risulta, senza precedenti. Sorprende il fatto che recentemente siano stati adottati provvedimenti di revoca di misure di protezione come per esempio aver tolto la scorta al Capitano Ultimo, provvedimento bloccato dal Tar, e all’imprenditore palermitano Vincenzo Conticello proprio quando i condannati da lui accusati hanno finito di scontare la pena e sono tornati in libertà.
Le chiedo Ministro come spiega che tutto ciò sia potuto accadere; se sia stata presa in considerazione l’attualità del pericolo di vendette trasversali a seguito delle dure condanne del 2017 al clan Crea; se ritiene adeguate le risorse umane e materiali per il Servizio centrale di protezione a fronte di un aumento della popolazione protetta del 26% rispetto al 2010; se erano stati disposti il cambio di generalità dei congiunti del collaboratore di giustizia, se erano stati forniti documenti di copertura o predisposto un polo di residenza fittizio per la posta e le notifiche;
quali iniziative il Ministro intenda adottare per garantire la massima protezione a quanti, siano essi collaboratori di giustizia, testimoni di giustizia, giornalisti, magistrati, esponenti politici, siano sotto la tutela dello Stato.

RISPOSTA DEL MINISTRO MATTEO SALVINI
Ringrazio il Senatore Grasso per la domanda.
Al 31 dicembre 2018 risultano sottoposte speciali misure di protezione nel nostro Paese complessivamente 6.031 persone tra collaboratori di giustizia testimoni giustizia e loro familiari. Le relative attività come intuibile rivestono particolare delicatezza complessità e riservatezza la responsabilità in sede locale in ordine ai profili di tutela dei collaboratori di testimone di giustizia è affidata agli organi di polizia territorialmente competenti mentre i nuclei operativi protezioni articolazioni periferiche del servizio centrale di protezione sono preposte alla cura degli aspetti di assistenza e attualmente in corso una procedura di riorganizzazione del servizio centrale di protezione, come previsto dalla conversione del Decreto Sicurezza Immigrazione approvato lo scorso primo dicembre.
Al fine di assicurare al migliore razionalizzazione delle attività e la gestione separata dei testimoni e dei collaboratori di giustizia conto di riferire a quest’Aula il prima possibile appena tecnicamente parlando, gli uffici della polizia di Stato avranno concluso questo percorso.
Quanto l’omicidio di Marcello Bruzzese si informa che lo stesso era stato ammesso nel 2003 al piano provvisorio di protezione si era trasferito nel suo primo domicilio protetto una provincia di Pesaro Urbino nel 2008 e nell’ultimo dell’omicidio protetto è stato trasferito nel 2014. In merito a quanto accaduto esprimo ovviamente il mio personale rammarico e confido che le indagini in corso possano fare piena chiarezza e ne o discreta certezza. Sono molteplici le attività poste in essere ai fini della tutela e comunque sempre necessari alla ferma volontà da parte dei destinatari del programma di protezione di assumere tutte quelle forme di mimetizzazione nel contesto ove vivono che non consentano al loro disvelamento. In tal senso gli stessi protetti sottoscrivono apposito atto con cui si obbligano al rispetto delle norme comportamentali previste dalla legge di più ovviamente non possiamo imporre ai protetti. Nè Marcello Bruzzese nè il fratello hanno mai fatto richiesta di cambiamento delle generalità. Per quanto concerne i documenti di copertura Marcello Bruzzese li ha utilizzati fino al 2009 rinunciandovi poi per sua espressa volontà, mentre il fratello non ha mai proprio chiesto di usufruirne. Dal momento del trasferimento del predetto dei suoi familiari nella provincia di Pesaro Urbino non sono mai stati segnalati episodi e situazioni particolari dalle quali si potesse desumere un innalzamento dell’esposizione a rischio
L’attività investigativa successiva l’omicida è svolta dal comando provinciale dell’arma dei carabinieri Pesaro Urbino ed è tuttora in corso e coperta dal segreto.
Mi permetto di ricordare che la volontà di combattere ogni tipo di mafia presenta in Italia penso che riguardi tutta questa Aula e nel decreto sicurezza è previsto il raddoppio degli uomini dei mezzi delle risorse dei poteri a disposizione dell’agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati ai mafiosi perché questo governo e penso tutto questo parlamento della lotta alla mafia fanno una loro priorità.
REPLICA DEL SENATORE PIETRO GRASSO

Le sue parole, signor Ministro, non possono essere considerate soddisfacenti.
(dopo la segnalazione della procura di Reggio Calabria del pericolo di vendette trasversali – testimone di Pasquale Inziteri, testimone e vittima di un tentato omicidio dopo pochi mesi dalla sentenza), due dovevano essere le possibili alternative: o cambiare il domicilio protetto del Bruzzese, o allertare l’autorità locale di sicurezza per adeguate misure di vigilanza nei confronti suoi e della sua famiglia)
Il rigoroso rispetto della regola dell’omertà – la legge del silenzio – è sempre stato fondamentale per garantire la segretezza dell’associazione, l’impunità dei suoi capi, degli affiliati e dei soggetti esterni collegati, e quindi la stessa sopravvivenza dell’intera struttura criminale.
Per questo i collaboratori e i testimoni di giustizia rimangono uno strumento irrinunciabile per il contrasto alle mafie: le loro rivelazioni hanno fatto naufragare piani di omicidio, salvato vite umane, fatto identificare beni da confiscare, gli autori di un numero impressionante di traffici illegali, di crimini gravissimi, tra cui le stragi in cui persero la vita Falcone, sua moglie, Borsellino, gli agenti delle scorte, le persone coinvolte nelle stragi di Firenze, Roma, Milano.

Un episodio come quello di Pesaro costituisce un vulnus difficilmente recuperabile nel sistema di protezione che può generare anche uno stallo nelle collaborazioni a tutto vantaggio delle mafie.
Solo l’impegno degli operatori del Servizio di protezione è riuscito a colmare le carenze degli organici, dei mezzi e delle strutture – ancora fermi al 2010 – in relazione ad un aumento esponenziale di circa il 26% delle persone protette. Le lentezze di una gestione burocratica, l’impossibilità di assicurare una efficace protezione possono provocare il fallimento del contrasto alla criminalità organizzata,
Le incaute affermazioni, me lo lasci dire signor Ministro, secondo cui le mafie saranno cancellate tra qualche mese o anno, contrastano con la realtà dei fatti, con l’episodio di Pesaro, con gli agguati in Calabria, con le bombe ad Afragola, con l’esplosione della pizzeria Sorbillo, con la latitanza di Matteo Messina Denaro, tutti segnali della loro funerea presenza e pericolosità.

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