L'intervento del Presidente Grasso al VII Meeting internazionale "No justice without life" © Senato della Repubblica

Autorità, gentili ospiti,

è per me un onore e un piacere inaugurare la Sessione introduttiva di questo VIII Meeting internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e dedicato al più importante dei diritti, alla premessa di ogni diritto, la vita.

Ringrazio il Presidente Marco Impagliazzo per l’invito e per la dedizione con cui la Comunità di S. Egidio continua ad alimentare questo confronto. E ringrazio per l’ospitalità il Sindaco di Roma, Ignazio Marino. Saluto i relatori e i Ministri della giustizia di tanti paesi che con la loro presenza hanno voluto testimoniare la loro battaglia contro la pena di morte.

“No justice without life”, non c’è giustizia senza vita, recita il titolo di questo Meeting. Io credo fermamente che la giustizia sia sempre “per la vita”, sia una missione a tutela della vita e dei diritti delle persone. Questo è lo spirito a cui mi sono ispirato in ogni giorno dei miei 43 anni da magistrato, perseguendo la verità, l’affermazione della legalità, la protezione, la realizzazione dei diritti. Ed è lo spirito con cui svolgo oggi la mia funzione di Presidente del Senato.

L’Italia si è dovuta confrontare con situazioni drammatiche per lo stesso futuro del Paese, con il terrorismo, con la mafia, ma ha saputo opporre alla barbarie la forza del diritto, delle procedure, delle prove, dei diritti di difesa, dello Stato di diritto. Ha sviluppato sistemi legali avanzati ma mai “eccezionali” rispetto ai diritti fondamentali. Alle armi noi abbiamo opposto la Costituzione e i codici.

E credo debba essere motivo di orgoglio che a livello internazionale l’Italia sia stata sempre in prima linea nella lotta contro la pena di morte. Determinante è stato l’impulso del nostro Paese alla campagna per l’abolizione e la moratoria che ha condotto ad una serie di risoluzioni delle Nazioni Unite che impegnano gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali, in vista della completa abolizione della pena di morte. I risultati conseguiti sono incoraggianti: dal 1973 ad oggi, gli Stati abolizionisti sono passati da 30 a 150 mentre altri ancora disapplicano la pena capitale. Ma non ci possiamo fermare. Dobbiamo persuadere tutti che la pena di morte non rende più sicura la nostra società, non rende migliore il mondo. La violenza genera altra violenza.

Più in generale credo che proprio nei momenti più difficili, quando dobbiamo affrontare fatti drammatici, dobbiamo saperci opporre con fermezza ad ogni deriva del diritto e dei principi dello Stato di diritto, in nome dello “stato di necessità”. Mi riferisco ad esempio alla tortura e ad altre pratiche inumane che, dobbiamo ribadire, non sono mai accettabili, in nessuna situazione. Anche su questo terreno è necessario proseguire sull’azione di contrasto internazionale che ha già trovato nella Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del 1987 un primo, importante strumento di azione. Quanto al contributo che il nostro Paese deve dare a questo percorso, penso alla ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, entrata in vigore nel maggio di quest’anno, che non solo rafforza i poteri ispettivi del Comitato Onu contro la tortura, ma che soprattutto pone a carico degli Stati aderenti l’adozione di meccanismi di prevenzione, controllo e garanzia in tutti i luoghi di detenzione. E alla ineludibile criminalizzazione del reato di tortura.

Vi auguro dunque proficuo lavoro, nella convinzione che il dialogo, e con esso la conoscenza e la comprensione reciproca, siano la strada maestra per porre fine alla pena di morte e affermare la dignità umana in ogni sua forma come principio ordinatore della comunità internazionale. Questo è il mio impegno, questa la mia speranza.