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    Caro Presidente Napolitano, Signore e Signori,

    ho accolto davvero con molto piacere la proposta del dott. Giorgio Bartolomucci di ospitare nella sala Zuccari del Senato un’interessante sessione della VII edizione del Festival della Diplomazia con l’autorevole intervento del Presidente Emerito Giorgio Napolitano e della direttrice Sarah Varetto. Il Festival si conferma anche quest’anno un luogo di incontro di alto valore culturale, scientifico e politico-internazionale. Il tema cui sono dedicati i tanti eventi di questa edizione (“crescita inclusiva, diseguaglianze e squilibri politici”) e in particolare il taglio che ha scelto il Presidente Napolitano (“quali soggetti e mezzi di intervento politici e diplomatici per combattere le diseguaglianze”) toccano questioni cruciali del nostro tempo sulle quali chi si dedica alla politica, e tutti coloro che vivono consapevolmente la società contemporanea, non possono mancare di interrogarsi.

    La crisi degli ultimi anni ha messo in luce l’aumento anche nei paesi più ricchi, fra cui l’Italia e la stessa Germania, delle diseguaglianze e della conseguente esclusione e marginalizzazione di un crescente numero di cittadini. Un fenomeno drammatico, celato dagli indici statistici di ricchezza, che rendono freddi dati medi trascurando le complessità sociali e le gravi difficoltà di vita quotidiana delle persone. Io credo che queste tendenze siano il risultato di un gravissimo fallimento della politica, che ha il dovere prioritario di garantire a ciascuno una vita dignitosa e la partecipazione alla vita collettiva del Paese. Una sfida che bisogna affrontare attraverso strumenti di intervento fiscali, occupazionali, sociali, educativi, per sostenere persone e famiglie in difficoltà e agire sugli squilibri sistemici. L’interdipendenza dei mercati economici e finanziari, ancora di più in ambito europeo, impongono però al tempo stesso anche il ricorso alla diplomazia come modalità per condividere con gli altri Paesi, strategie, obiettivi e azioni al livello internazionale.

    Pochi giorni fa abbiamo voluto celebrare in Parlamento il sessantesimo anniversario dell’adesione dell’Italia alle Nazioni Unite, alla presenza del Segretario Generale Ban Ki Moon, per ribadire la nostra profonda fede nel multilateralismo e il nostro pieno impegno per la realizzazione degli obiettivi primari dell’Organizzazione. E proprio il mese scorso a New York si è registrata ampia condivisione sull’ambiziosa agenda a proposito di uno degli obiettivi più importanti e attuali, lo sviluppo sostenibile. Il nostro Paese, consapevole della portata di questa sfida, si è preparato a contribuire dotandosi di una legge e di strumenti nuovi che costituiscono un “sistema italiano della cooperazione” che agisce con la regia del Ministero degli Affari Esteri riunendo molte anime: amministrazioni pubbliche, autonomie locali, società civile, fondazioni, centri di ricerca, università, settore no profit, imprese, comunità di migranti.

    La politica estera italiana è guidata dai principi fissati nell’art. 11 della Costituzione, che fu firmata proprio qui, a Palazzo Giustiniani. Nel corso della storia repubblicana, sviluppando questi principi, l’Italia e la sua diplomazia hanno dato un contributo decisivo a far avanzare grandi cause: l’integrazione europea, la battaglia contro la pena capitale, la creazione della Corte penale internazionale, la protezione dei diritti umani e il mantenimento della pace attraverso le missioni nelle quali le nostre forze armate hanno guadagnato un così grande apprezzamento. Ebbene, io credo che la sfida del futuro sarà quella di contribuire a costituire, oltre a un ordine politico più stabile e pacifico, anche un ordine economico più giusto, sostenibile e umano.

    Il sistema economico internazionale è divenuto globale. Le spinte economiche e demografiche del nostro tempo sono destinate a cambiare radicalmente la struttura del sistema mondiale. Mentre la popolazione dei Paesi occidentali, gli europei in particolare, rimarrà sostanzialmente stazionaria e invecchierà, quella dei Paesi più poveri nello spazio di pochi decenni raddoppierà o addirittura triplicherà, con una fortissima prevalenza delle generazioni più giovani. L’Europa che meno di un secolo fa era, per storia, forza economica e dimensione demografica, al centro dell’ordine globale, rischia fatalmente di trovarsi ai margini del mondo contemporaneo, che aveva contribuito così profondamente a plasmare.

    Concludo. In Europa abbiamo vissuto anni recenti difficili e, per molti versi, amari. Alla crisi delle economie, della produzione e del lavoro, che tanto hanno inciso sulla vita delle persone, si è accompagnata una profonda malattia del progetto europeo e dei valori che sono iscritti nella sua lunga storia, che ha rivelato egoismi e divisioni e ha drammaticamente indebolito la forza sostanziale e l’immagine dell’Unione nel mondo. Questa situazione ha inoculato nei cittadini il germe oscuro del disincanto, dello scetticismo e dell’anti-politica, alimentando movimenti estremistici. Ma io sono un inguaribile ottimista e sono convinto che questa crisi dovrà costituire un’occasione storica per ridare vigore al progetto europeo, rafforzandolo e aggiornandolo nel quadro dei più ampi orizzonti internazionali. L’Italia in questo percorso avrà un ruolo chiave, in Europa, nel Mediterraneo e nel mondo: possiede tutte le risorse ideali, istituzionali e umane per affrontare il futuro con l’orgoglio della propria storia e la coscienza della propria forte individualità. Con questa certezza e questo impegno, cari amici, lascio la parola all’illustre relatore. Grazie ancora di essere con noi, Signor Presidente.

     

     

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