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    Cari amici, Autorità, Signore e Signori,

    desidero ringraziare di cuore per questa bella opportunità il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, con il quale ormai da tempo coltiviamo un dialogo ricco e fecondo, e il nostro Ambasciatore presso la Santa Sede, Daniele Mancini, che ci ospita in questa meravigliosa cornice di Palazzo Borromeo. Come nella sua consolidata tradizione, il Cortile dei Gentili propone questa sera un tema complesso e attuale, che sarà approfondito attraverso l’incontro e il dialogo su analisi strettamente economiche, ma anche da un punto di vista etico, teologico, geopolitico e politico. Il tema mi ha riportato alla mente l’immagine di quelle monete romane, coniate a partire da Vespasiano e Tito nel 77-78 d.C., che da un lato recano il profilo dell’imperatore e dall’altro quello dell’Equità, di regola rappresentata da una figura femminile che regge nella mano destra una bilancia, simbolo della giustizia. Al volto dell’imperatore che si riflette nella ricchezza, potenza e forza, si affianca il simbolo dell’Aequitas Augusti, della giustizia del principe, che segna al contempo il limite e il fine del potere. Una visione certamente molto lontana, ma che forse dovrebbe essere considerata più attuale da parte della politica.

    Io sono da sempre convinto che la politica debba essere primariamente impegno per il bene comune, i diritti, la dignità e l’eguaglianza sostanziale dei cittadini e per l’affermazione della giustizia, intesa come realizzazione di un ordine sociale, politico e internazionale incentrato sulla persona umana, con i suoi bisogni, le sue complessità e fragilità: una prospettiva incarnata dalle parole e dall’esempio instancabile di vita di Papa Francesco. In questo colgo una sintonia significativa e feconda fra valori e di principi che uniscono ad una valenza etica, e di fede, un significato politico ed istituzionale profondo: non è casuale che questi ideali, ai quali si ispira la dottrina sociale della Chiesa abbiano contribuito a costituire i pilastri dell’identità costituzionale della Repubblica italiana e dell’Europa.

    La responsabilità della politica è scolpita nella Costituzione, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla vita politica, economica e sociale del Paese. Con queste parole la nostra carta costituzionale aderisce così esplicitamente alla convinzione che l’economia non sia scienza “esatta” ma scienza “umana”, che deve perseguire la qualità della vita di ciascuno e la perequazione dei diritti, seguendo quell’esperienza cristiana di un Dio solidale, che si è laicamente evoluta in termini di equità, quell’aequitas che ha trovato risposta nelle teorie della giustizia distributiva. L’aumento delle diseguaglianze anche nei paesi più ricchi del pianeta, nonostante la riduzione della povertà in termini assoluti, segnala, invece, la principale debolezza del modello dell’economia di mercato su scala globale. Tale debolezza consiste, a mio avviso, nella divergenza fra gli obiettivi di profitto e potere perseguiti dalla finanza globale, dai mercati e dalle multinazionali, e gli interessi delle piccole e medie imprese e delle persone: soggetti sostanzialmente esclusi dal pieno godimento dei diritti di “cittadinanza sociale”, vittime inconsapevoli della finanza speculativa su scala globale, delle crisi dei debiti pubblici, di manovre economiche tese a catturare consensi anziché investimenti e dell’insufficienza di controlli sui movimenti internazionali di capitali. In termini attuali, in conclusione, la sfida in cui impegnarsi è avversare le iniquità e ricondurre alla cittadinanza sociale e civile gli italiani e gli stranieri residenti, sottraendoli alla povertà, alla marginalità delle periferie, alla fragilità, al radicalismo, al delitto e all’illegalità.

    La seconda chiave di lettura, che sul tema mi sento di affrontare, è geopolitica. Il Ministro Gentiloni, nel messaggio che abbiamo ascoltato, giustamente segnala il ruolo delle diseguaglianze economiche come causa dei movimenti migratori nel Mediterraneo e ricorda la logica di sostegno allo sviluppo dei paesi africani, sottesa al “Migration compact” proposto dal Governo italiano in Unione europea. Auspico una rapida approvazione da parte della Commissione di quel piano, che, se attuato, potrebbe finalmente finalmente incidere sui flussi migratori e porre rimedio al grave sottosviluppo causato proprio da quei Paesi europei, che per decenni hanno sfruttato le risorse dell’Africa e sostenuto i regimi autoritari. Ma sono convinto che oltre a distribuire risorse vi sia anche altro da fare. Io credo che proprio le esclusioni politiche ed economiche su base etnica, la totale privazione di rappresentanza politica sofferta dai gruppi non appartenenti alle oligarchie del potere, abbiano molto contribuito a determinare il grave disfacimento istituzionale in Iraq, Siria, Libia e altrove, favorendo l’affermazione di movimenti terroristici e l’instabilità geopolitica. Questa precisa consapevolezza deve spingerci a ricercare, con una determinata azione diplomatica di lungo periodo, un nuovo equilibrio politico nei territori martoriati che dia rappresentanza politica a tutte le componenti sociali, etniche, religiose e confessionali.

    Il nostro primario orizzonte di politica economica non può che intravedersi nell’Unione europea e io ne sono fermamente convinto. L’Unione ha affrontato però in modo deplorevolmente miope gli squilibri economici, la crisi del lavoro, il crescere delle iniquità e delle diseguaglianze, puntando solo sul rigore e mettendo in secondo piano la quotidiana sofferenza delle persone, affidando la governance economica a strutture e sedi decisionali prevalentemente tecniche. Oggi si pone l’esigenza di riaffermare il controllo democratico sulle politiche economiche per riportare l’attenzione ai valori dell’economia reale, ai bisogni dei consumatori e dei lavoratori, alle aspirazioni dei giovani inoccupati, alle esigenze creditizie delle imprese, al sostegno del reddito e delle prospettive dei più svantaggiati. Io credo, cari amici, che interpretare i bisogni della gente, dare voce agli ultimi e speranza a tutti per il futuro dovrà essere il cuore pulsante del Parlamento, e questo vi assicuro è e sarà il mio più grande impegno.

    Grazie.

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