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    Illustri relatori, gentili ospiti, ci troviamo, oggi, a rendere il nostro omaggio alla figura di Giacomo Matteotti nel novantesimo anniversario della sua morte. A quasi un secolo di distanza, Matteotti non rappresenta soltanto l’espressione più alta e la vittima più nota di una stagione tragica della nostra storia, ma è divenuto patrimonio di tutti, perché la sua vita e la sua morte, le sue idee, i suoi valori, le sue speranze fanno ormai parte della comune coscienza nazionale. Alla politica si era avvicinato prestissimo, all’età di sedici anni, colpito dalla miseria della sua gente, la gente di Fratta Polesine, ed era entrato in contatto con i movimenti socialisti, nei quali era diventato ben presto una figura di spicco. Venne eletto nel 1910 nel Consiglio provinciale di Rovigo e da quel momento l’impegno politico fu al centro della sua vita, un’esigenza ancora più forte dell’amore per gli studi giuridici che, tuttavia, non abbandonò mai. Allo scoppio della Prima guerra mondiale egli, coerente antimilitarista, si schierò senza mezzi termini contro le posizioni interventiste di Benito Mussolini, giungendo ad auspicare, nel caso dell’ingresso in guerra dell’Italia, l’insurrezione popolare. Per questo motivo venne presto internato a Campo Inglese, nella Sicilia orientale. Nel 1919 riprese il suo posto nelle file del movimento socialista e venne eletto deputato per il collegio di Rovigo e Ferrara, giungendo alla Camera pressoché ignoto alla grande maggioranza degli italiani, ma in brevissimo tempo riuscì a distinguersi per levatura morale, cultura e competenza.Fu presente alla prima giornata del congresso del PSI del 1921 a Livorno, dove si consumò la scissione che dette poi origine al Partito comunista d’Italia. Il 12 marzo 1921 subì una prima gravissima violenza dai fascisti di Castelguglielmo. Sebbene messo al bando dalle organizzazioni fasciste polesane, partecipò comunque attivamente alla campagna per le elezioni politiche del maggio 1921, riuscendo eletto nel collegio Padova-Rovigo. L’offensiva fascista accelerò la crisi interna del PSI e al congresso di Roma dell’ottobre 1922 la corrente riformista si staccò e dette vita al Partito socialista unitario. Matteotti venne chiamato a ricoprire il ruolo di segretario, quale figura emergente dell’ala riformista del PSI. La sua coerenza si tradusse in intransigenza verso il fascismo. Il periodo che va dagli inizi del 1923 fino alla tragica morte è quello più drammatico della sua vita politica. Il 6 aprile 1924 si svolsero le nuove elezioni politiche, con l’applicazione per la prima volta della legge Acerbo. Le elezioni ebbero luogo in un clima di tensione e di violenza ad opera delle squadre fasciste che questa volta si rivolsero non solo verso i partiti considerati da sempre sovversivi, ma anche verso i popolari. Ovunque si registrarono accuse di brogli, in particolare a seguito dei sorprendenti risultati elettorali. Matteotti, che si era recato a Bruxelles per partecipare al Congresso del partito operaio e a Londra per incontrare i dirigenti del partito laburista, rientrò in Italia il 30 aprile 1924. Era ormai imminente l’apertura della XXVII legislatura, che per l’opposizione si presentava particolarmente difficile. Nella seduta del 30 maggio, in cui si discuteva la proposta avanzata dalla Giunta delle elezioni di convalidare in blocco gli eletti della maggioranza, ebbe il coraggio di denunciare le illegalità commesse dai fascisti e dagli organi di governo durante la campagna elettorale. Era perfettamente consapevole dell’alto rischio a cui si esponeva, tant’è che al collega Giovanni Cosattini che lo raggiunse per congratularsi dell’intervento disse: «Ora preparatevi a fare la mia commemorazione». Fedele al suo programma di non dare respiro al Governo fascista, Matteotti, il 5 giugno, portò la sua offensiva in seno alla Giunta generale del bilancio. Si doveva discutere il disegno di legge che autorizzava il Governo all’esercizio provvisorio. L’analisi delle cifre consentì a Matteotti di concludere che il bilancio ufficiale presentato dal Governo alcuni giorni prima al Parlamento e al Sovrano fosse falso, mentre il bilancio vero faceva registrare un disavanzo di due miliardi. Il discorso venne preparato con grande impegno ma, come è noto, Matteotti non giunse mai a pronunciare quel discorso, stroncato dalla violenza fascista proprio alla vigilia di quell’intervento che in molti temevano come rivelatore dei gravi casi di corruzione di cui si sarebbero resi responsabili Mussolini stesso e alcuni tra i principali gerarchi fascisti. Giacomo Matteotti rimane un punto di riferimento della nostra storia, esempio straordinario di passione civica e di coraggio, simbolo della libertà e della lotta contro la violenza e contro la demagogia. La sua vita e la sua morte costituiscono ancora una lezione di intransigenza e di onestà, una testimonianza credibile e autorevole in difesa della libertà e del Parlamento.Abbiamo il dovere di non disperdere questa eredità e di non consegnare solamente al ricordo il sacrificio di un uomo che pagò con la morte il suo implacabile atto d’accusa, anzi, il suo atto d’amore per la libertà, la legalità, la democrazia.

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