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    - di Liana Milella per La Repubblica -

    Come si sente oggi il presidente del Senato? “Spossato come dopo una maratona, ma sollevato”. Come uno che ha vinto o uno che ha perso? “L’arbitro deve far sì che la partita raggiunga il 90°, senza invasioni di campo”. Ci sono senatori con cui non parlerà più dopo questa battaglia? “Assolutamente no, in politica è comprensibile il gioco delle parti”. Renzi? “Mai sentito”. Se l’immaginava così, da magistrato, l’arena della politica? “No, ma questo è stato un ottimo corso di formazione”. Il suo immediato futuro? “Ricaricarmi qualche giorno nella mia Palermo”. Ecco Grasso dopo la battaglia del Senato.

    Ora che è finita, ci dice da che parte è stato in queste due settimane di calvario parlamentare? Con la maggioranza o con l’opposizione?

    “Visto che parla di calvario mi verrebbe da rispondere con una battuta: sono stato due settimane in croce. Seriamente invece posso assicurare di non essere stato né con l’una né con l’altra: il presidente del Senato ha compiti ben precisi e deve essere terzo e imparziale. Credo di esserlo stato fino in fondo”.

    Perché se l’è presa per il paragone con Moreno?

    “Si può essere arbitri in un incontro di calcio, più difficile esserlo in una rissa. In questa partita, molto fallosa, le squadre hanno disseminato trappole d’ogni tipo mentre il mio unico scopo è stato portare il dibattito a discutere del merito e i senatori a esprimersi democraticamente con il voto”.

    Che ha provato a non poter replicare agli insulti?

    “È stato un bel training di autocontrollo. In una maratona così ciascuno ha le sue lamentele, ma io ho cercato di tenere la barra dritta e condurre in porto la barca nonostante la tempesta. Ho dovuto prendere molte decisioni ed è normale che abbiano scontentato ora una parte ora l’altra. Quello che non ho preso come un insulto è stato “funzionario”. È proprio quello che sono: un servitore delle istituzioni che mira a far funzionare una macchina complessa”.

    Però Renzi con Repubblica ha criticato la sua gestione dell’aula, troppi cedimenti con l’opposizione. Visione di parte o qualche ragione ce l’ha?

    “Non credo, era giusto dare spazio alle opposizioni. Prima del contingentamento dei tempi, deciso dalla capigruppo e non da me, ho dato ampio spazio al dibattito soprattutto sui temi principali della riforma, vedi l’elezione diretta dei senatori, nonostante l’esasperato ostruzionismo. Quando i tempi contingentati sono stati abbondantemente superati non restava che il voto, ma ho comunque concesso quasi dieci ore di interventi più del previsto a chi era contrario alla riforma”.

    Con Renzi quante volte ha parlato in questi giorni?

    “Mai”.

    Chi le è stato più vicino?

    “I funzionari del Senato che hanno lavorato giorno e notte sugli emendamenti e mi hanno aiutato nelle decisioni”.

    Zanda l’ha invitata più volte ad andare avanti più in fretta. Non poteva essere più “Pd” di quanto non è stato?

    “Come presidente non appartengo a nessun partito. Posso comprendere le difficoltà del capogruppo del primo partito di maggioranza che aveva il timore di non arrivare al traguardo”.

    I suoi rapporti con la Boschi?

    “Istituzionali e reciprocamente collaborativi”.

    Dicono in molti che lei ha voluto dimostrare che può essere sopra le parti, quindi il miglior candidato al Quirinale. Il traguardo è più vicino?

    “L’idea di un traguardo del genere non mi ha nemmeno sfiorato. In 18 mesi in Senato con le mie decisioni tra voti segreti e palesi, costituzioni in giudizio e canguri, è chiaramente emerso che non ho mai avuto presente alcun interesse di parte e tantomeno personale”.

    Non c’era una soluzione più democratica del canguro?

    “No, il canguro, come dimostrano precedenti e prassi, è l’unica difesa contro l’ostruzionismo. Quasi 5mila emendamenti solo sui primi due articoli: ovviamente non possono che essere ripetivi e seriali. Se avessimo fatto 1.400 votazioni in più su emendamenti sostanzialmente identici cosa sarebbe cambiato?”.

    Rifarebbe quello che ha fatto sul voto segreto e che ha portato a due sconfitte della maggioranza?

    “Certo: io l’ho ammesso su temi specifici, com’è giusto. C’è però chi ha provato a usarlo in modo strumentale per allargarlo ad altre questioni che andavano votate, secondo Costituzione e regolamento, in modo palese e ho evitato che ciò accadesse”.

    Il 30 marzo con Repubblica lei s’è speso per un Senato elettivo. Ora si sente sconfitto?

    “In una fase iniziale in cui la riforma era aperta a contributi ho espresso le mie idee, che non ho abbandonato, ma che non mi hanno assolutamente influenzato nel mio ruolo istituzionale. Nessuna sconfitta: la maggioranza dell’aula ha deciso diversamente, e io rispetto questa decisione”.

    Per Rodotà è una “grande occasione perduta”, perché sul dibattito ha prevalso la “prova di forza”.

    “Indubbiamente il muro contro muro ha squalificato la qualità del dibattito, ma tra i lavori in commissione e quelli in Aula il testo è stato arricchito. Un ulteriore contributo potrà essere dato dalla Camera e alla fine tutto sarà rimesso al giudizio dei cittadini con un referendum”.

    Zagrebelsky vede “un problema di democrazia” perché il Parlamento diventa “suddito” del governo.

    “L’importante è avere un’ottica di sistema e garantire, insieme alla governabilità del Paese, un sistema bilanciato di pesi e contrappesi, una reale rappresentanza della volontà dei cittadini, una platea più vasta per l’elezione del capo dello Stato. Sarà necessaria una messa a punto alla Camera di questa riforma e al Senato della legge elettorale”.

    L’immunità, pessima per governatori e sindaci inquisiti?

    “Recentemente, le decisioni di Senato e Camera hanno rassicurato i cittadini su un punto dirimente: l’immunità non si trasforma più come in passato in impunità. Un uso equilibrato dell’immunità è garanzia di effettiva separazione  dei poteri. Però avrei preferito demandare le decisioni a un organo terzo come la Consulta”.

    Le modifiche alla legge elettorale, soglia al 40%, ma sbarramento sempre alto per i piccoli, la convincono?

    “Tutti sottolineano che alcune modifiche sono necessarie per garantire il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità cui accennavo: non si possono tagliare fuori dal Parlamento i rappresentanti di milioni di elettori”.

    Orlando nega il patto del Nazareno sulla giustizia, ma visti i rapporti tra Renzi e Berlusconi lei ci crede?

    “Le dietrologie non mi appassionano. Giudicherò i fatti, valutando le proposte che verranno portate in Parlamento. ritengo apprezzabile lo sforzo di sistematicità dei 12 punti. La priorità da vent’anni è l’accelerazione dei processi, soprattutto quelli civili, per favorire gli investimenti stranieri”.

    Il frutto è Berlusconi assolto in appello per Ruby?

    “Credo nell’indipendenza dei giudici sia quando condannano che quando assolvono”.

    Corruzione, il primo ddl è suo. Non è tempo di fare più che di dibattere?

    “Il mio testo ha proprio l’intento di punire comportamenti che danneggiano l’Italia e bloccano la ripresa di cui abbiamo bisogno. La corruzione è uno dei più gravi problemi del Paese, bisogna intervenire al più presto”.

    Ce la farà Orlando a cambiare la prescrizione?

    “Ho fiducia in lui. Da tempo sostengo che sia necessario interromperne il decorso o dal rinvio a giudizio o dopo il primo grado. L’attuale stato di cose rischia di creare una “giustizia di classe” in cui gli imputati che possono permettersi i difensori più costosi e più esperti nelle tecniche dilatorie, accedono a una sorta di impunità per prescrizione”.

    I suoi ex colleghi sono in allarme per la stretta sulla responsabilità civile. È necessaria?

    “Il sistema va adeguato alla disciplina europea, visto che siamo in procedura d’infrazione. Si può continuare a garantire la necessaria serenità di giudizio dei magistrati con la responsabilità indiretta, ma superando il filtro d’ammissibilità che ha reso quasi impossibile la rivalsa dello Stato”.

     

     

     

     

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