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    - Presentazione del volume di Vannino Chiti -

    Cari colleghi, gentili ospiti,

    è un grande onore ospitare in Senato, nella bellissima Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, la presentazione del libro “Tra terra e Cielo – Credenti e non credenti nella società globale” del Presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea, Vannino Chiti.

    Le riflessioni raccolte in questo saggio mettono al centro l’esigenza di costruire un dialogo necessario e coraggioso tra credenti e non credenti, dove il terreno d’incontro è costituito dalla centralità della persona, verso un nuovo umanesimo, allo scopo di costruire un’etica condivisa in grado di abbracciare l’intera umanità. Un confronto serio e rigoroso che sappia affrontare le grandi sfide della società globale e quindi valorizzare le diversità, praticare la comprensione reciproca sulla base dei valori umani. Sono profondamente d’accordo con l’autore quando sostiene che le religioni possono e devono svolgere un ruolo prezioso nella tutela della dignità della persona e dei diritti dei popoli e realizzare il bene comune, attraverso quella politica della collaborazione tra credenti e non credenti. Partendo dalla straordinaria novità dell’elezione di Papa Francesco, le analisi contenute in questo libro tracciano un quadro degli sconvolgimenti in corso nel mondo islamico, individuano gli scenari con cui le sinistre europee sono chiamate a misurarsi e costituiscono un richiamo al valore del dialogo per costruire società improntate ai valori della democrazia, della civiltà e della solidarietà. Largamente condivisibili sono le affermazioni del Presidente Chiti quando afferma che proprio il dialogo, il confronto, l’ascolto e la condivisione sono i cardini di un nuovo modo di realizzare la fratellanza e la giustizia sociale, di incoraggiare l’evoluzione pacifica delle società arabe.

    Un confronto necessario e coraggioso tra credenti e non credenti come avviene, ad esempio, nelle iniziative note come “Cortile dei Gentili”, ideate dal Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio della Cultura, a talune delle quali ho avuto il piacere di partecipare sia come Procuratore nazionale antimafia che come presidente del Senato. Papa Francesco ha parlato di questo confronto innumerevoli volte, ma in modo particolare nella straordinaria intervista concessa a Scalfari e pubblicata su La Repubblica l’ottobre scorso. Straordinaria per i contenuti espressi e sviluppati; per la riaffermazione continua ed insistente della centralità umana, dell’amore e della carità; per il coinvolgimento contagioso con il quale il pontefice vuole capire e farsi capire dall’altro; per la volontà commovente di stabilire un dialogo. Voglio offrire alla riflessione la risposta di Papa Francesco alla battuta con la quale Scalfari gli chiede se abbia intenzione di convertirlo: “Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene”.

    In quell’intervista Papa Francesco spiega anche quale sia la sua idea della politica, spiegando che il suo appello all’impegno in politica non era rivolto solo ai cattolici ma a tutti gli uomini di buona volontà. Dice testualtmente “Ho detto che la politica è la prima delle attività civili ed ha un proprio campo d’azione che non è quello della religione. Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti”. In questo senso “Papa Francesco – riflette Chiti nel suo libro – ha fatto vedere concretamente come vi sia un’alternativa tra il rimanere passivi di fronte alle grandi questioni che riguardano l’uomo, accettando la tradizionale impostazione del liberalismo europeo, per cui la fede vive nel segreto dei cuori, o lo scendere in campo secondo una logica di sostegno a questa o a quella forza politica”.

    Politica e religione a volte lavorano fianco a fianco, spesso si fronteggiano, ma sempre sono chiamate a confrontarsi sulle sorti del mondo. A tale fine, come sostiene l’autore, i non credenti sono chiamati a rendere effettivo il pluralismo di fedi e culture e a ripensare, senza pregiudizi, i rapporti tra fede e laicità. In questo quadro è fondamentale anche il ruolo dell’Europa, che deve riconquistare protagonismo e rimettere al centro delle sue politiche la difesa dei diritti umani e della dignità della persona, la crescita economica e l’uguaglianza sociale, la tolleranza religiosa, intraprendendo la strada che conduce a una democrazia sovranazionale. Particolarmente interessanti le pagine che riguardano l’epilogo di quella che forse troppo presto e troppo retoricamente abbiamo voluto considerare una “primavera araba” ma che ha presto esaurito la sua fase ascendente. Io sono convinto che dobbiamo guardare con un approccio diverso e alla sponda sud del Mediterraneo. Il Grande Mediterraneo è scosso da anni da un violento tsunami che propaga instabilità in tutto il mondo. Profonde fratture geopolitiche si aprono fra Oriente e Occidente e fra Levante e Golfo, lungo linee di faglia vecchie e nuove. La principale è fra Oceano Indiano e Mediterraneo orientale: snodo geologico (competizione per gli idrocarburi), geoenergetico (competizione per le infrastrutture), georeligioso (sunniti contro sciiti), etnico (arabi contro persiani) e geopolitico (Iran contro Arabia Saudita). Poi le minacce del jihad globale che in Afghanistan, Yemen, Mali, Sudan, Mauritania, Iraq, Somalia, Siria sperimenta disegni georeligiosi di totale abbattimento dell’Occidente e dei governi islamici moderati attraverso i metodi del terrorismo, dell’instabilità, dell’offesa alla dignità umana. Non vanno sottovalutati infine gli effetti della collisione fra le obsolete strutture sociopolitiche dei regimi e le giovani energie che hanno innescato le rivoluzioni.

    Non posso poi non citare la città tre volte santa, Gerusalemme, dalla quale sono tornato pochi giorni fa. Un luogo in cui la dimensione spirituale e quella politica sono gordianamente intrecciate tra loro, una regione dove si soffre da ogni parte e nessuna popolazione è sicura. Ma io non sono disposto a chiudere le porte alla speranza di una soluzione per quella terra, di un dialogo vero e aperto, improntato alla fiducia, al riconoscimento e a qualche rinuncia da tutte le parti in causa, perché come ha ricordato proprio Papa Francesco in occasione della preghiera multi religiosa di poche settimane fa, anche se gli eventi successivi ci hanno molto allontanato da quello spirito, ci vuole più coraggio per fare la pace che per fare la guerra. Desidero chiudere il mio  intervento condividendo con voi la possibilità di trovare non un minimo  ma un massimo comune denominatore in un forte richiamo all’etica universale come base di questo dialogo necessario. Il bisogno di libertà, di giustizia, la possibilità di cercare liberamente la verità sono bisogni innati che fanno parte dell’essenza dell’essere umano. L’uomo, se rinuncia a questi valori rinuncia alla parte migliore di se stesso. Sono certo che ciascuno di noi, anche nelle nostre realtà quotidiane, potrà riprendere e proseguire questo dialogo: un confronto che non è riservato agli esperti, perché riguarda la vita. E ciascuno di noi è un esperto della vita.

    L’incontro di oggi costituirà un momento prezioso di riflessione su temi così fondamentali e ringrazio il collega Chiti per averci offerto questa straordinaria possibilità.

    Grazie.

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