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    Autorità, Signore e Signori,

    ho accolto davvero con molto piacere l’opportunità di aprire i lavori della Conferenza “The State of the Union” promossa ogni anno dall’European University Institute e dedicata specificamente al tema importante e complesso della cittadinanza europea, nelle sue diverse declinazioni. Desidero ringraziare per il cortese invito il Presidente Renaud Dehousse e il Segretario Generale Vincenzo Grassi e colgo quest’occasione per complimentarmi con tutto il personale accademico e amministrativo dell’Istituto, che in oltre quarant’anni di storia ha ospitato migliaia di ricercatori da tutto il mondo, contribuendo allo studio e al progresso su temi di storia, diritto, economia, politica, società, diritti, Stato di Diritto. L’Istituto ha incarnato lo spirito più genuino della nostra Europa e acquisito un meritato prestigio internazionale e sono quindi onorato e felice di trovarmi oggi qui con voi.

    The State of the Union quest’anno si carica di un significato molto particolare perché sessant’anni fa i Paesi fondatori avviarono a Roma un grande percorso di integrazione economica caratterizzato da un allora inedito carattere di sovranità condivisa perché il vero obiettivo perseguito era politico. Jean Monnet ebbe a dire: “noi non stiamo formando coalizioni di Stati, noi uniamo uomini”. Così si posero le basi del sistema sovranazionale più socialmente equilibrato, politicamente stabile  e culturalmente avanzato mai conosciuto dalla storia universale. Penso all’abolizione delle frontiere, al mercato unico, alla sovranità monetaria condivisa, allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia che ha dato vita ad una grande comunità di diritti e di opportunità. Questo stesso Istituto fu voluto dai Paesi fondatori per aggiungere al processo di integrazione una dimensione di carattere accademico e culturale e per contribuire alla vita intellettuale di un’Europa finalmente capace di superare antiche divisioni.

    Trovo significativo che il tema guida di quest’anno sia la cittadinanza europea. A me pare che lavorare sulla piena attuazione della cittadinanza europea sia la migliore possibile reazione ai fenomeni di distacco dal progetto europeo che si avvertono in tanti cittadini europei. Naturalmente mi riferisco ad una nozione di cittadinanza più estesa e articolata del passato, che non si limita solo ai diritti civili, politici, economici e sociali ma include rinnovate forme di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. L’apertura ad articolate istanze sociali costituisce una sfida di estrema difficoltà per il sistema istituzionale europeo e per quelli nazionali. Occorre in questo senso conciliare l’esigenza di decisioni efficaci su temi di straordinaria rilevanza internazionale – come la lotta al terrorismo e al crimine organizzato, la sostenibilità dello sviluppo, la solidarietà fra popoli e fra generazioni – con la necessità di moltiplicare i canali di dialogo con opinioni pubbliche sottoposte a una crescente massa di informazioni che determinano disorientamento in luogo di  consapevolezza. Anche per questo il Senato rende accessibile al pubblico, attraverso un’apposita Banca dati pubblica, la più ampia mole di informazioni e documenti connessi a vario titolo alla fase “ascendente” di formazione del diritto dell’Unione europea.

    A me sembra che le sfide cui saranno dedicate le sessioni di lavoro di questi due giorni mettano in questione più che mai il ruolo dei Parlamenti. L’integrazione europea ha creato un’alleanza straordinaria che ha superato non solo le barriere fisiche, ma anche quelle racchiuse nel dogma della sovranità statuale e ha dato avvio ad un ordinamento democratico che ha fondamento e obiettivo finale nei cittadini europei. Per questo, io credo abbia ragione il Presidente del Parlamento europeo Tajani quando chiede più democrazia per l’Europa e richiama l’ipotesi dell’unificazione delle figure del Presidente del Consiglio e del Presidente della Commissione. A Bruxelles ci sono molti cambiamenti che possiamo realizzare per avvicinare la politica europea ai cittadini, ma ogni Paese deve contribuire alla trasparenza, alla partecipazione e all’efficacia della democrazia europea. Spetta ai Parlamenti nazionali esercitare un indirizzo e controllo dei Governi nelle politiche europee; mediare sulle posizioni governative; ripensarle in chiave pluralistica con il pieno concorso delle opposizioni; cercare, grazie al confronto fra i gruppi politici, i compromessi così difficili a livello governativo. I parlamenti nazionali dovranno imparare a porsi come attori collettivi, insieme al Parlamento europeo, nella sfera della cooperazione inter-parlamentare. Penso che in questa fase così difficile dell’integrazione europea, solo la cooperazione fra parlamenti sia in grado di conciliare le crescenti esigenze di differenziazione e asimmetria con la ricerca di posizione condivise anche rispetto alle sfide future dell’integrazione: penso alla politica economica e finanziaria, alla difesa, alla cooperazione giudiziaria.

    La politica europea è strettamente connessa al funzionamento delle democrazie nazionali e al rapporto fra elettori ed eletti in ciascun Paese. Il tema è molto attuale in Italia perché è ineludibile che prima delle elezioni politiche del 2018 il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, dato che le leggi vigenti dopo i profondi interventi della Corte costituzionale sono profondamente disomogenee e non applicabili[1] . Come questa nuova legge elettorale debba essere articolata è responsabilità che spetta alle forze politiche. In generale, a me piacerebbe anzitutto che fosse finalmente una legge conforme alla Costituzione (non è una battuta visto che le due precedenti sono state dichiarate incostituzionali): deve nascere dal confronto parlamentare e recepire i principi dettati dalla Corte per garantire rappresentatività nel rapporto fra elettori, candidati ed eletti. In secondo luogo io credo che debba perseguirsi un equilibrato[2]  rapporto fra le legittime aspirazioni alla stabilità del Governo ed alla rapidità ed effettività delle sue decisioni e, d’altra parte[3] , la necessità di garantire l’inclusione, la rappresentanza e la partecipazione dei cittadini. I vari correttivi e le forme di razionalizzazione sono ammissibili purché non si snaturi il rapporto che deve intercorrere fra ciascun elettore e il “suo” candidato o la “sua lista” e purché non si sacrifichi il principio costituzionale della rappresentanza popolare.

    Concludo toccando uno dei temi oggetto delle sessioni di lavoro che mi sta in modo particolare a cuore, quello dei flussi di migranti e profughi in Europa. Io credo che la prima urgenza sia abbandonare le logiche emergenziali che finora hanno prevalso in Europa. Non si tratta di crisi temporanee, passeggere. Non ricorrono emergenze. Si dispiegano gli effetti di fenomeni strutturali di lungo periodo che non si possono “risolvere” ma “governare” con strategie meditate, condivise, solidali e rispettose della dignità umana. Le migrazioni cosiddette “economiche” sono un fenomeno connaturato all’umanità, che nella storia si è sempre spostata alla ricerca di migliori condizioni di vita ed economiche. Oggi, anche se nel mondo la povertà in termini assoluti si è ridotta, crescono le diseguaglianze economiche e sociali e migrare è spesso l’unica opportunità che si presenta a chi è rimasto indietro. Proprio per tale ragione, credo sia fondamentale la cooperazione economica e il sostegno europeo ai Paesi in difficoltà, soprattutto in Africa, come l’Italia sostiene a Bruxelles ormai da tempo. Egualmente hanno carattere sistemico i flussi di profughi determinati dai conflitti in Africa, Asia e Medio Oriente, la cui soluzione richiederà processi geopolitici lunghi e complessi. Regolare in modo virtuoso questi flussi, e integrare socialmente e politicamente in società plurali, coese e solidali gli immigrati sono due fra le più grandi responsabilità della politica europea.

    A proposito dei flussi di profughi in fuga da guerre e da persecuzioni, io non mi stanco di ripetere che salvare e accogliere chi è in pericolo e riconoscere a chi ne ha diritto la protezione internazionale non sono gesti di liberalità, non sono manifestazioni di generosità. Sono obblighi morali, giuridici e internazionali. Io sono orgoglioso di quello che l’Italia ha fatto in questi anni. A Lampedusa li ho visti i nostri operatori, i medici, i militari, le forze di polizia, i funzionari civili, i volontari, il Sindaco Giusi Nicolini (recentemente insignita del premio UNESCO per la pace): donne e uomini che soccorrono in mare i naufraghi, che con dolore e pietà raccolgono i corpi di chi non ce l’ha fatta, che accolgono con un abbraccio chi soffre, chi ha paura. Io penso che tutte quelle donne e quegli uomini che restituiscono ad ogni persona la dignità di essere umano siano gli interpreti di un messaggio universale di umanità che la nostra Unione europea deve raccogliere e fare suo. Le organizzazioni non governative hanno avuto un ruolo determinante, in stretta sinergia con le tante istituzioni centrali e territoriali, nel sistema europeo e italiano del soccorso e dell’accoglienza; hanno svolto sostanzialmente una funzione pubblica a favore dell’Unione, garantendo servizi che avrebbero dovuto essere semmai assicurati da interventi istituzionali di carattere europeo. A proposito di recenti polemiche sono certo, anche per la mia lunga esperienza personale, che la magistratura e le forze di polizia faranno piena luce su eventuali opacità e che proveranno e puniranno i reati che siano stati eventualmente commessi. Questo avvenga però nel rispetto rigoroso delle regole e della riservatezza necessaria a garantire il successo delle indagini. Fino ad allora credo sia sbagliato e ingeneroso associarsi ad accuse generiche, congetturali e politicamente strumentali.

    Sono certo che i contributi degli autorevoli relatori e partecipanti arricchiranno nei prossimi due giorni il dibattito europeo di riflessioni, spunti e sollecitazioni che la politica ha il dovere di raccogliere e valutare attentamente. Auguro a tutti dunque buon lavoro e vi ringrazio.

     

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