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    - di Camilla Ilaria Colombo per La Stampa -

    Un abbraccio ideale a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e un abbraccio etico alle nuove generazioni che devono sapere cos’era la mafia tra il 1986, quando si aprì il maxi processo a Palermo, e il 1992, anno in cui morirono entrambi i magistrati antimafia. Nel venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio, il presidente del Senato scrive un libro che è anche un personale viaggio nell’album dei ricordi. L’occasione per ripercorrere le vite di tre uomini servitori dello Stato e parlarne con gli studenti è il trentennale del Pristem, il Progetto Ricerche Storiche e Metodologiche dell’Università Bocconi, dove tra una convincente interpretazione di Sebastiano Lo Monaco del testo di Grasso “Per non morire di mafia” e una chiacchierata a due con il professore Nando Dalla Chiesa, il presidente del Senato, che oggi parteciperà alla marcia milanese in favore dell’accoglienza, racconta il suo nuovo libro dal titolo “Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia”. «Chi avrebbe mai detto che più di 30 anni dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, sarei stato io a fare il passaggio di consegne per la più alta carica dello Stato con suo fratello», esordisce Pietro Grasso. «È stata una grande emozione e la conclusione di un percorso lungo che ha portato lo Stato a essere nuovamente presente in Sicilia». Il maxi processo fu uno spartiacque che vide per la prima volta tutte le componenti dello Stato schierate insieme nella lotta alla mafia. «In sei mesi 120 operai realizzarono l’aula bunker di Palermo: un risultato incredibile per la lentezza dei lavori in Italia», scherza la seconda carica dello Stato che non dimentica l’angoscia vissuta da Paolo Borsellino nei 57 giorni che trascorsero tra l’omicidio dell’amico Giovanni e la sua stessa morte. «Ho scritto a entrambi una lettera di 11 pagine», racconta Grasso. «Quella dedicata a Falcone è piena di ingiustizia per come fu attaccato in vita, quella a Borsellino è densa di struggimento perché insieme parlammo a lungo di come doveva fare fino in fondo il suo dovere per non tradire la fiducia dei cittadini».

    L’arresto di Bernardo Provenzano nel 2006 deve far dimenticare ai giovani nati dopo la rabbia del 1992 che un tempo ci sono stati uomini che hanno combattuto Cosa Nostra in trincea condividendo ideali e valori per cui hanno rinunciato ad avere una vita normale. L’applauso rivolto alla moglie di Pietro Grasso, Maria, dalla platea è il modo migliore per ricordarsi che quando un uomo vive sotto scorta i sacrifici li fanno anche le persone che gli stanno attorno. «La vita del presidente del Senato e la sua dedizione allo Stato», commenta Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi, «sono la giusta ispirazione per i giovani che hanno voglia di mettersi in gioco per qualcosa di nobile. La legalità, definita da Grasso la forza dei deboli, è il primo passo per poter ridare un po’ di crescita economica a questo Paese. E magari anche», conclude Monti, «per poter offrire ai troppi ragazzi italiani senza lavoro una valida occupazione».
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