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    Autorità, Signore e signori,

    apro con grande piacere questo importante convegno internazionale in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita dall’ONU nel 1999; e sono lieto di vedere rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cultura, dell’associazionismo e dell’economia. Desidero ringraziare per questa iniziativa la Presidente dell’Associazione “D.i.Re Donne in Rete contro la violenza”, Titti Carrano, e il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università di Napoli, particolarmente la Prof. Anna Baldry. Quella di oggi è un’occasione preziosa per riflettere sul fenomeno odioso e diffuso della violenza di genere. Un tema su cui davvero si misura il grado di civiltà di una comunità. E ho sempre sostenuto che questa non può essere una battaglia solo delle donne, ma un impegno di tutti coloro, donne e uomini, che credono nell’eguaglianza, nei diritti della persona e nella democrazia.

    Sono pienamente consapevole e preoccupato di questo fenomeno in tutte le sue forme, dal sessismo di certe affermazioni considerate, a torto, “leggere” alle offese e alle minacce; dall’uso, che purtroppo sta diventando frequente anche nel nostro paese, dell’acido come forma di sfregio, sino ai troppi casi di femminicidio. Non si tratta solo degli omicidi e delle lesioni gravi da parte di partner o ex partner. Ci sono donne che subiscono quotidianamente maltrattamenti, violenze sessuali e psicologiche, minacce e molestie. Donne, anche minorenni, alle quali viene negato l’accesso all’istruzione o al mondo del lavoro e che, essendo in condizioni di dipendenza economica, non riescono ad allontanarsi da un contesto relazionale di rischio e di violenza. Non dobbiamo dimenticare che molte delle vittime di omicidio o lesioni gravi avevano già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento. Altre, invece, non avevano mai chiesto aiuto, per sfiducia nelle istituzioni, per mancanza di mezzi o per una pericolosa sottovalutazione delle violenze subite. “Credevo fosse amore” é uno degli slogan che rende meglio questa situazione. Donne che, trovata la forza di uscire da situazioni di questo tipo, non incontrano poi il sostegno sociale e istituzionale necessario per ricostruire la propria vita.

    Ogni condotta che mira ad annientare la donna nella sua identità e libertà – non soltanto fisicamente, ma anche nella sua dimensione psicologica, sociale e lavorativa – è una violenza di genere. Lo ripeto perché sia chiaro di cosa stiamo parlando. Le cose vanno chiamate con il loro nome. Per contrastare efficacemente questa deriva ritengo essenziale garantire alle vittime una protezione efficace sin dai primi atti penalmente rilevanti. Ciò consentirebbe, da un lato, di prevenire offese ulteriori e più gravi, con un crescendo di intensità che spesso culmina nell’omicidio; dall’altro, faciliterebbe l’emersione di sopraffazioni, che in troppi casi vengono tenute nascoste dalle stesse vittime per paura o per vergogna.

    Consapevole di queste esigenze, quando esercitavo le funzioni di Procuratore a Palermo costituii una sezione specializzata per la trattazione dei reati contro le donne e contro i minori, che collaborava con le varie strutture specifiche delle forze dell’ordine. E devo dire che ho potuto apprezzare il lavoro di magistrati e di investigatori donne, che sapevano unire alla preparazione professionale la cura più attenta alle fragilità psicologiche e alle necessità materiali delle vittime, pur dovendo servirsi di strumenti normativi che non sempre mettono in condizione di fermare le violenze e di prevenirne di peggiori.

    La ratifica della Convenzione di Istanbul segna un progresso normativo di grande importanza, trattandosi del primo strumento giuridicamente vincolante  che predispone un quadro giuridico completo di protezione contro le violenze fisiche e psicologiche, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali. L’innovazione più rilevante consiste nell’individuare nella prevenzione e nella protezione delle vittime il perno delle strategie di contrasto, attraverso azioni preventive, nel settore educativo e dell’informazione, e misure di sostegno medico, psicologico e legale. Prevenire significa anche garantire la sicurezza delle donne per le strade, nei luoghi pubblici e all’interno delle famiglie, contrastare quelle forme diffuse di sottocultura da cui traggono origine le diverse forme di violenza: fisica, psicologica, sociale, relazionale, economica. Un obiettivo che richiede un impegno di tutte le forze del Paese, pubbliche e private, per educare e informare i cittadini, non solo le giovani generazioni, e sottrarre le vittime dal bisogno economico, sostenendo il miglioramento delle condizioni di vita delle donne e l’eguaglianza giuridica e di fatto. Uno dei fenomeni più drammatici e preoccupanti per il futuro del Paese e dell’Unione Europea – mi capita di ripeterlo spesso – è il continuo crescere delle diseguaglianze, che colpisce ampie fasce della popolazione, per prime le donne e i giovani, e rischia di svuotare dall’interno la democrazia sostanziale. Io sono convinto che questa sia la nostra più urgente priorità, non solo nei Paesi in via di sviluppo ma anche nel mondo occidentale. Se è indifferibile l’approvazione di ogni norma necessaria, occorre nel contempo acquisire la consapevolezza che la violenza contro le donne è socialmente, prima ancora che penalmente, inaccettabile. Di questo dobbiamo parlare, parlare sempre di più. Perché maturi una sensibilità diffusa e profonda sul tema della violenza di genere, come presidente del Senato ho già assicurato il massimo impegno affinché venisse costituita la commissione parlamentare bicamerale, concordemente richiesta da tutte le forze politiche, al fine di studiare il fenomeno del femminicidio per delineare analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni.

    I dati e le analisi descrivono la preoccupante diffusione in ogni parte del mondo di comportamenti che violano la donna nella sua incolumità fisica, nella sua libertà, dignità e identità.

    Ricordo con commozione due incontri che ho avuto nella mia veste di presidente del Senato. A giugno in Palestina, nel Governatorato di Betlemme, al Centro Mehwar per la famiglia e l’empowerment delle donne e dei bambini, dove la cooperazione italiana ha istituito il più grande centro nazionale antiviolenza per la tutela delle donne palestinesi, dove vengono offerti da operatori italiani e locali servizi di assistenza psicologica e legale, iniziative di formazione per la ricerca e la creazione di posti di lavoro, e fondamentali attività di sensibilizzazione rivolte non solo alle vittime ma soprattutto alla comunità, con l’obiettivo di diminuire il verificarsi di violenze domestiche. Un compito difficile, in un luogo dove ancora le donne sono vittime due volte: delle violenze e della riprovazione sociale, e dove per prima cosa vengono sottratti loro i figli. L’altro incontro, a Natale dell’anno scorso, ancora più duro, in Afghanistan: la visita presso l’Ospedale Esteqlal di Kabul, in parte ricostruito dalla Cooperazione Italiana. Questo ospedale, con i suoi 400 posti letto, è oggi diventato un punto di riferimento per il Paese, per la popolazione di Kabul e per le altre province dell’Afghanistan e vede, come elemento di speranza, circa 1000 parti al mese. Ma quello per cui è famoso è soprattutto la cura delle ustioni per gli incidenti domestici, che hanno come vittime soprattutto i bambini, e il fenomeno dell’auto immolazione di giovani donne, anzi di bambine, che per non andare in spose a vecchi signori preferiscono bruciarsi tra le fiamme o con l’acido e sfigurare per sempre il loro volto e il loro corpo, nei rari casi in cui sopravvivono. Sono immagini che non posso dimenticare, che hanno lasciato una traccia indelebile nella mia memoria e nella mia coscienza e che oggi mi portano ad appoggiare con convinzione questa battaglia di civiltà.

    Concludendo, voglio ringraziare per il tramite vostro il vitale mondo del volontariato e dell’associazionismo di cui fanno parte le forze migliori di questo Paese. Da uomo dello Stato, non mi sfugge tuttavia il dovere che incombe sulle istituzioni e che la nostra Costituzione ha scolpito nell’articolo 3, con parole che rileggo spesso e mi emozionano ogni volta: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la loro effettiva partecipazione alla vita del Paese. È necessaria una reazione di condanna forte e chiara. Non esiste tolleranza né giustificazione alcuna per le condotte che ledono i diritti delle donne, e la consapevolezza condivisa della gravità del problema, come spesso succede nel campo dei comportamenti sociali, è il presupposto indispensabile perché davvero, un giorno, si realizzi un effettivo, concreto cambiamento.

    E questo, credetemi, io considero il mio più grande impegno.  Grazie.

     

     

     

     

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