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    Autorità, cari colleghi, cari amici,

    desidero per prima cosa augurare a voi tutti, e in particolare alle delegazioni dei diversi Paesi europei, il mio più cordiale benvenuto a Roma e al Senato della Repubblica. Ho accolto con molto piacere la proposta del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari Europei, Sandro Gozi perché i diritti e le libertà individuali hanno primazia tanto nella costruzione europea quanto nei singoli ordinamenti nazionali. L’edificazione dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia e la compiuta realizzazione di una vera cittadinanza europea, comune a cinquecento milioni di persone, non sono affatto responsabilità esclusiva degli esecutivi perché è nei Parlamenti che si garantisce in via prioritaria la conformità degli indirizzi politici e dell’azione dei governi ai bisogni e ai diritti delle persone, nella forma e nella sostanza.

    A quasi sessant’anni dal Trattato di Roma, viviamo in questi giorni con amarezza e preoccupazione il riemergere di egoismi, nazionalismi, populismi e xenofobie che la storia sembrava avere superato per sempre. La gestione della crisi economica, dei flussi migratori e degli squilibri geopolitici che minacciano l’Europa ai confini orientali e meridionali, hanno rivelato una grave debolezza politica dell’Unione che dobbiamo affrontare con realismo e determinazione. In questo clima a me sembra necessario rifondare culturalmente e politicamente l’Unione ripartendo dalla nostra comune storia e identità, che è per prima cosa identità di sentimenti e di valori. I principi inscritti nel Trattato sull’Unione non sono frutto di un’opera creativa, ma esprimono il comune e assoluto ripudio per le guerre, le atrocità, le persecuzioni, le offese alla dignità umana che tutti gli europei avevano vissuto. Il dovere della memoria ha così imposto moralmente di dichiarare in modo chiaro ed indiscutibile nel Trattato che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze”. Su questa linea, il Trattato ha poi previsto “l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella struttura fondamentale, politica e costituzionale” e chiarito al tempo stesso che le società dei Paesi europei devono, pur nella diversità, essere caratterizzate dal pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà, la parità di genere.

    Il primato del diritto e dei diritti è dunque fondamento della costruzione europea: la legittimità dell’Unione non discende dal monopolio della forza ma dalla forza del diritto e dal primato dei diritti fondamentali. Guardando al presente della nostra Europa, io osservo uno scarto pericoloso fra l’operato della politica e i sentimenti delle persone. Mentre la costruzione europea è bloccata da interessi nazionali e particolari, i nostri cittadini, particolarmente i giovani, sentono di appartenere ad un’unica e vibrante società civile europea nella quale circolano liberamente idee, persone, diritti, beni. Un idem sentire che si è manifestato con forza nella reazione ferma e commossa di tutti gli europei di fronte agli attentati che hanno colpito alcuni dei nostri fratelli, una solidarietà che viene dall’istinto di difesa della nostra comune civiltà di fronte alla barbarie della violenza e dell’odio. Io sono convinto che tutti gli europei, anche coloro che spinti dalla paura per le gravi crisi del nostro tempo si avvicinano ai movimenti antieuropei e nazionalisti, abbiano interiorizzato inconsapevolmente e profondamente l’idea che l’Europa sia per prima cosa fonte di diritti e di garanzie. Ai giovani che mi chiedono “dov’è l’Europa?” io dico sempre che l’Europa è nella libertà di cui godono, è nelle grandi battaglie per la pace e i diritti ma è anche nella vita di ogni giorno, nei livelli di sicurezza e di tutela che viviamo da consumatori, lavoratori, cittadini: livelli che non hanno precedenti nella storia mondiale o eguali altrove nel globo. Per queste ragioni guardo con interesse e apprezzamento all’esercizio di dialogo in cui siete tutti impegnati (e che ha avuto inizio durante il semestre europeo dell’Italia) con l’obiettivo di tenere annualmente un dibattito al Consiglio Affari Generali dell’Unione per analizzare le tendenze e il rispetto dei principi dello Stato di diritto negli ordinamenti nazionali. Credo che sarebbe uno strumento utilissimo a rafforzare la fiducia reciproca e ad assicurare piena fedeltà alla lettera e allo spirito dei Trattati.

    Fra le tante possibili declinazioni del tema dei diritti e dello Stato di diritto, vorrei proporre qualche riflessione a proposito di due settori specifici. Il primo è quello della lotta alla criminalità. Il Trattato di Lisbona ha introdotto basi giuridiche per costruire un diritto penale e processuale europeo all’altezza delle sfide poste dalla criminalità organizzata, il terrorismo internazionale e l’economia illegale. Io penso che l’attuazione del principio del mutuo riconoscimento abbia conseguito risultati davvero importanti per la circolazione delle prove e l’attuazione dei provvedimenti investigativi e giudiziari all’interno dell’Unione. Ma ho ben presente il rischio che si determini così un livellamento delle garanzie verso il basso, perché il sistema del riconoscimento reciproco accetta i difetti di tutela che caratterizzano ogni singolo ordinamento nazionale. Credo che ora sia necessario procedere con vigore sulla strada dell’armonizzazione in modo da fissare livelli di tutela comuni più elevati. Io penso che il livello di civiltà dell’Europa si misurerà sulla capacità di affrontare fenomeni di particolare allarme, come il terrorismo internazionale, soltanto con gli strumenti dello Stato di diritto, garantendo pienamente i diritti delle persone sottoposte ad indagini ed imputate. Da un’ulteriore prospettiva io sono convinto (lo ripeto da quando ero Procuratore Nazionale Antimafia) che occorra soprattutto investire negli strumenti di cooperazione fra le autorità giudiziarie, di polizia e di intelligence. La stretta cooperazione fra di noi è la chiave per garantire sicurezza e serenità per i nostri cittadini. Io penso che sia necessario rilanciare le potenzialità offerte dal Trattato a questo proposito e chiedo a voi Ministri e sottosegretari agli Affari europei di impegnarvi a rafforzare al massimo gli strumenti di cooperazione istituzionale:  penso a Eurojust, a Europol e alla Procura europea, sulla quale lo stato dei negoziati è deludente e frustrante.

    Il secondo settore che incide anch’esso in modo rilevante sui diritti fondamentali è quello dell’asilo e dell’immigrazione. Fra due ore celebreremo qui in Senato la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, per ricordare chi (cito la legge istitutiva della giornata) “ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”. Io ho avuto modo di ripetere tante, troppe volte che l’unica strada per affrontare questo fenomeno strutturale e di lunga durata è pensare e attuare una strategia di medio-lungo termine incentrata sulla responsabilità e la solidarietà, ricordando che il principio di “solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati” è un principio fondamentale e cogente dell’ordinamento europeo. La solidarietà è un nobile sentimento spontaneo dell’animo umano ma è anche un valore fondante dell’Unione e di ogni collettività che persegue comuni interessi e comuni finalità e si fonda sul reciproco sostegno dei componenti. La nostra comune responsabilità oggi consiste nel rispettare, solidalmente fra di noi, il dovere morale e giuridico di soccorrere chi è in difficoltà e accogliere, secondo meccanismi equi, chi ha diritto alla protezione internazionale. A questo fine credo che meritino considerazione le diverse proposte italiane per rivedere le regole di Dublino e intervenire con programmi di sostegno allo sviluppo dei paesi africani di provenienza dei migranti. Naturalmente, nessuno deve sottovalutare l’impatto che l’immigrazione non adeguatamente regolata, può avere sulla sicurezza delle nostre società, sul mercato del lavoro, sulla sanità e sul welfare.

    Concludo. L’essenza della democrazia e dello stato costituzionale di diritto è fissare un punto alto di equilibrio e bilanciamento fra i poteri pubblici e i diritti individuali, basato sulla convinzione che la persona umana con la sua dignità, la sua fragilità, i suoi bisogni e diritti debba essere sempre un fine in sé, mai un mezzo. Questo è il dovere specifico dei Parlamenti, che devono farsi motore trainante dell’azione dei governi ponendosi alla guida di una nuova fase costituente dell’Europa nella lucida consapevolezza che le nostre conquiste di pace, di benessere e libertà sono fragili, incompiute e purtroppo reversibili. Come sette di voi hanno scritto in un bellissimo intervento pubblicato stamani sul “Corriere della Sera”, quella dei diritti è l’Europa che vogliamo. Con questo impegno e con questi sentimenti vi ringrazio e vi auguro buon lavoro.

     

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