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    Autorità, gentili ospiti, carissimo Nando, rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti antimafia,

    è bellissimo ritrovarmi di nuovo in mezzo a voi e ringrazio il ministro Orlando per avermi invitato a questo importante evento. Quanta strada insieme abbiamo fatto!

    Tra pochi giorni saranno trascorsi trent’anni esatti dal 16 dicembre 1987. Quel giorno, in un’atmosfera carica di emozione e di attesa, il Presidente della Corte di Assise di Palermo, Alfonso Giordano, lesse il dispositivo della sentenza di primo grado del Maxiprocesso alla mafia che inflisse 19 ergastoli e 2665 anni di reclusione. I numeri erano impressionanti: mai nella storia si era celebrato un processo con 475 imputati e con centinaia di imputazioni. Ricordo ogni istante di quel giorno e il durissimo lavoro che ci portò a quel risultato che, dopo qualche anno, diventò una sentenza definitiva. Sono passati trent’anni dal momento in cui, per la prima volta, la magistratura italiana ha potuto dimostrare, una volta per tutte, l’esistenza di Cosa nostra.

    Oggi un’affermazione come questa può far sorridere, e probabilmente i tanti ragazzi delle vostre associazioni, nati dopo il 1992, neanche riescono a comprenderne l’esatto significato. Eppure c’è stato un tempo nel quale la mafia era considerata un’invenzione di alcuni giornalisti o romanzieri dotati di particolare fantasia, la “fissazione” di qualche investigatore troppo ligio o il frutto della stravagante teoria di pochi ma testardi magistrati. La vita di un’intera, bellissima, isola, e non solo, condizionata da un fantasma invisibile e sconosciuto ma allo stesso tempo tremendamente reale; una scia di violenza che ha insanguinato le strade della Sicilia e falcidiato i migliori uomini delle istituzioni, del giornalismo, delle forze dell’ordine e della società civile; un groviglio di interessi economici e politici, che ha pesato come una zavorra insopportabile sullo sviluppo economico, sociale, politico e culturale del meridione, controllandone capillarmente il territorio e stroncando sul nascere qualunque tentativo di rinascita e di libertà. Cosa nostra era tutte queste cose, e sembrava invincibile.

    In pochissimi credevano si potesse infliggere un colpo così grande e decisivo all’immagine di quegli “uomini d’onore” che si sentivano intoccabili; in pochissimi avrebbero scommesso sul fatto che il maxiprocesso – tra mille difficoltà e altrettanti rischi – sarebbe giunto fino all’ultimo grado di giudizio. Sembrava impossibile, invece successe e da allora cambiò tutto. Il 30 gennaio 1992 – contro ogni ragionevole aspettativa – la prima Sezione della Corte di Cassazione emise infatti la storica sentenza con la quale fu confermato il lavoro del Pool antimafia di Falcone e Borsellino.  1992: quello straordinario risultato concorse a provocare la reazione violenta di Cosa nostra, con le stragi di Capaci e Via D’Amelio. 25 anni dopo, oggi, gli Stati Generali della lotta alle mafie. È nella distanza tra questi due eventi che possiamo riflettere sulle cocenti sconfitte subite e sui grandi successi ottenuti, ma soprattutto sull’abilità delle mafie di cambiare pelle e adattarsi al nuovo contesto internazionale e, quindi, sulla nostra reattività nelle modalità e nelle forme di contrasto. Abbiamo infatti debellato la mafia sanguinaria di Riina e Provenzano: i due boss corleonesi sono morti senza aver mai voluto collaborare, senza dare, nonostante il lungo periodo di carcerazione, quegli elementi che ci avrebbero certamente consentito di ricomporre i pezzi di verità mancanti sulla stagione delle stragi che tanto dolore ha causato al nostro Paese. Ciò non significa che ci si debba arrendere al tempo che passa o alle difficoltà, e nemmeno che possiamo considerare sconfitta Cosa nostra.

    Oggi esiste una minaccia non meno grave e, a mio giudizio, addirittura più insidiosa: la mafia ha smesso di “far parlare” le armi e gli esplosivi ma non ha assolutamente rinunciato a mantenere la sua rete di potere e di arricchimento illecito. Lo fa con altri mezzi, corrompendo gli amministratori pubblici e infiltrandosi silenziosa nel tessuto sociale, economico e politico – non solo nelle regioni del sud – ponendosi sempre più come organizzazione in grado di operare a livello globale. Le mafie si lasciano guidare nella ricerca del profitto dai fattori geopolitici, servendosi ai propri fini di mutamenti e tendenze; e allo stesso tempo agiscono da attori geopolitici producendo in via diretta o indiretta processi di natura geopolitica.

    Le mafie così possono determinare o risolvere conflitti, controllare territori, fare e disfare alleanze, ridisegnare confini, tenere in vita o soffocare intere economie o istituzioni politiche di interi Stati. La battaglia per la legalità, allora, è tutt’altro che terminata e non si può considerare un problema solo nazionale, ma anche mondiale e di estrema pericolosità anche per i collegamenti tra criminalità organizzata e Terrorismo, che hanno portato il nostro Paese, primo ed unico al mondo, ad unificare nella Procura Nazionale il coordinamento delle indagini contro le mafie ed il Terrorismo (colgo l’occasione per augurare buon lavoro al Procuratore Cafiero de Raho, appena nominato) e ad avere già da tempo, a livello governativo, un organismo centralizzato per la sicurezza come il C.A.S.A, Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che riunisce allo stesso tavolo uomini dell’intelligence e delle forze di polizia e la Procura antiterrorismo, per una visione comune su questi temi.

    Il fatto che, su invito del Ministro Orlando, si riuniscano in questa due giorni milanese figure istituzionali, associazioni, professori universitari, giornalisti e scrittori è già il più evidente segno del fatto che siamo sulla giusta strada. Le mafie prosperano dove manca lo Stato, dove manca il lavoro, dove i cittadini pensano di non poter avere un futuro dignitoso, o dove non conviene vivere nella legalità. Va da sé che non può bastare la dedizione e la competenza delle forze dell’ordine, della magistratura, delle istituzioni, che pure svolgono un lavoro straordinario, del quale dobbiamo tutti essere profondamente orgogliosi. Serve soprattutto un impegno diffuso che accenda la speranza là dove c’è rassegnazione, che porti sviluppo dove c’è crisi, che coinvolga le migliori energie civiche nei luoghi dove ci si aggrappa alla volontà e al coraggio di pochi. C’è anche un grande bisogno di descrivere il vero volto della criminalità organizzata, quello che emerge dai lavori d’inchiesta dei tanti cronisti che non rinunciano a raccontare la verità, anche a costo di minacce e intimidazioni. Proprio a loro vorrei rivolgere, anche da qui, un caloroso abbraccio: siamo con voi perché senza un giornalismo libero – il vero fondamento di una informazione consapevole -  la nostra società è più debole e quindi più esposta alle infiltrazioni mafiose.

    Lo stesso calore e la stessa solidarietà dobbiamo trasmettere ai tanti amministratori locali coraggiosi che guidano il cambiamento nel loro territorio, e per questo vengono minacciati. Alle docenti e ai docenti che a scuola, ogni mattina, trasmettono alle giovani generazioni i valori di legalità e di giustizia, raccontano la storia dei tanti uomini e donne uccisi a causa del loro lavoro, educano a una cittadinanza consapevole. Una scuola, un campo sportivo, una palestra, un oratorio, un’associazione, possono fare tantissimo perché rendono possibile quei percorsi di legalità che dobbiamo saper sostenere e difendere. Per questo sono particolarmente felice di essere qui oggi con voi, ed ascoltare ancora una volta le vostre storie e le vostre esperienze nell’associazionismo: perché siete voi il primo motore di quella che a me piace chiamare l’antimafia della speranza. Siete voi che – passo dopo passo – state strappando alla mafia il suo più prezioso patrimonio, quello del consenso popolare. Con ogni vostra iniziativa dimostrate che esiste un’alternativa: penso alle cooperative che lavorano quotidianamente i campi nelle terre confiscate ai boss; alle centinaia di attività commerciali che, facendosi forza l’una con l’altra, hanno creato una rete libera dal racket; ai percorsi di legalità che coinvolgono migliaia di studenti che cresceranno rifiutando compromessi o scorciatoie illecite.

    C’è quindi una rinnovata coscienza collettiva che sta innervando il nostro Paese, che lo rafforza, che gli restituisce una prospettiva di prosperità e di sviluppo nella legalità. C’è ancora moltissimo da fare ma con queste premesse e con la collaborazione di tutti potremo tener fede alla previsione che Giovanni Falcone ripeteva spesso: “la mafia è un fatto umano è come tutte le cose ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Non dobbiamo smettere di crederlo, non dobbiamo smettere di impegnarci affinché questo avvenga. Lo dobbiamo a tutte le donne e gli uomini che non hanno chinato lo sguardo e non hanno rinunciato alla loro dignità davanti ai soprusi della criminalità organizzata; a quelli che non avevano alcuna intenzione di essere ricordati come eroi ma volevano solo essere cittadini con la schiena dritta; a quanti – troppi – hanno sacrificato la vita per servire le istituzioni e a chi ancora, a distanza di moltissimi anni, chiede giustizia e verità per i propri cari. Lo dobbiamo a ciascuno di noi. Lo dobbiamo soprattutto ai nostri figli e nipoti, affinché possano vivere in un Paese migliore.

     

     

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