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    Con grande piacere vi auguro il benvenuto al Senato della Repubblica per questo seminario su un tema così attuale ed importante, e ringrazio per averlo promosso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, particolarmente il Senatore Francesco Amoruso che ne è Presidente onorario; l’UNODC, Ufficio delle Nazioni Unite sulle Droghe e il Crimine; e la Commissione Anti-terrorismo delle Nazioni Unite. Mi sia consentito un saluto particolare ai colleghi parlamentari dei Paesi del Maghreb che accogliamo con spirito di amicizia e l’auspicio che il difficile momento che viviamo sia l’occasione per rafforzare la mutua conoscenza e comprensione come base per un intenso lavoro comune dei nostri Paesi, dei Parlamenti e dei parlamentari, che mai è stato così vitale come oggi. Sono infatti convinto che nel momento di forte emozione e di smarrimento che i nostri cittadini vivono di fronte al crescere della barbarie terroristica e fondamentalista che i media diffondono, sia necessario più che mai non cadere nelle provocazioni di chi persegue la politica della morte e del terrore, richiamandosi alla vuota retorica dello scontro di civiltà, per innescare ancora altro odio e giustificare compressioni delle libertà individuali. Si impone al contrario la riflessione e la ponderazione delle politiche pubbliche comuni ai nostri Paesi per difendere insieme le nostre civiltà, i diritti delle persone, la democrazia. E sono proprio i parlamenti, dove noi sediamo in rappresentanza dei cittadini, il luogo primario dove queste riflessioni, pacate e serie, devono svilupparsi.

    Le prospettive da considerare sono diverse e strettamente intrecciate. La prima è normativa. La minaccia terroristica impone un rafforzamento delle capacità degli organi preposti alla sicurezza e degli strumenti giuridici per prevenire e reprimere questi fenomeni. Io credo fermamente che questo possa e debba avvenire sempre nel pieno rispetto dei principi generali, dei diritti e dei valori che ispirano le nostre Costituzioni e che sono fissate nel patrimonio condiviso della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. L’Italia, che ha vissuto un’epoca dolorosa a causa del terrorismo interno, è riuscita a sconfiggere la violenza e la barbarie sempre e solo con le armi del diritto e della democrazia, con i processi e le regole, senza leggi “eccezionali” e senza comprimere i diritti fondamentali dei singoli. Abbiamo risposto alle bombe e alle armi con i codici e le leggi. In questo senso, è proprio ai parlamenti che spetta il compito di trovare il giusto equilibrio fra sicurezza e libertà. Negli scorsi giorni il Governo italiano ha emanato un decreto, sottoposto all’attenzione della Camera dei Deputati in questo momento, per perfezionare gli strumenti di prevenzione e di contrasto del terrorismo: rivedendo le fattispecie di reato anche per colpire il più recente fenomeno dei foreign fighters; prevedendo dei meccanismi giudiziali e amministrativi di prevenzione personale; rafforzando gli strumenti a disposizione degli apparati di sicurezza; estendendo i poteri di coordinamento nazionale della Procura Nazionale Antimafia anche ai fatti di terrorismo. Naturalmente non posso entrare nel merito del provvedimento, che presto dovrà essere esaminato dal Senato; ma posso dire che questo intervento mi sembra collocarsi saldamente nell’alveo della nostra tradizione di rispetto e promozione dei diritti e delle libertà.

    La seconda prospettiva è quella del controllo da parte dei parlamenti dell’operato delle forze di sicurezza e dei servizi segreti. In Italia, il Governo è spesso chiamato a riferire in Parlamento a proposito del suo operato su questi fenomeni; ed esiste un Comitato bicamerale parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. A questo organo (COPASIR) sono affidati compiti importantissimi di verifica sistematica e continuativa dell’operato delle Agenzie per la sicurezza interna ed esterna, affinché siano rispettate la Costituzione e le leggi e sia sempre perseguito esclusivamente l’interesse e la difesa della Repubblica. Il COPASIR ha poteri conoscitivi e sente in audizione regolarmente il Presidente del Consiglio dei Ministri o il Sottosegretario preposto al settore, e i capi delle Agenzie di Sicurezza; può ottenere dall’autorità giudiziaria e dagli altri organi inquirenti copia degli atti relativi a procedimenti ed inchieste; può effettuare accessi e sopralluoghi negli uffici delle Agenzie; riceve una serie di relazioni periodiche e comunicazioni obbligatorie; ha infine poteri di conferma del segreto di stato.

    La terza prospettiva è geopolitica. Lo Stato Islamico e gli altri gruppi terroristici riempiono vuoti determinati anche dalla debolezza e dalla disunione delle nostre politiche comuni. Lo Stato Islamico, in particolare, ha i caratteri di una creazione a vocazione universale ma anche radicata territorialmente, dotata di forza militare e comunicativa. Noi dobbiamo reagire non solo garantendo la sicurezza territoriale con mezzi militari ma soprattutto favorendo l’emersione e il consolidamento di istituzioni e di luoghi della politica, nel rispetto delle tradizioni locali e senza la pretesa di imporre la nostra concezione della democrazia, che è il portato di lunghi e complessi processi non ancora del tutto maturi. In ciò sarà sempre più necessaria e strategica un’azione condivisa fra l’Europa e i Paesi che sono qui oggi rappresentati.

    Chiudo con la quarta prospettiva, che è quella sociale. Prevenire il terrorismo e le radicalizzazioni, nel Maghreb e qui, in Europa, richiede anche che si sottraggano all’emarginazione e all’esclusione delle periferie coloro che sono vittime delle più gravi diseguaglianze, nei cui confronti le ideologie del male hanno un’attrattiva perversa. Ricondurre alla cittadinanza attiva chi si trova spinto ai margini della società è una priorità assoluta, come è importante – penso al mio Paese – che si rivedano le regole troppo restrittive sull’attribuzione della cittadinanza e dei diritti politici agli immigrati, particolarmente quelli di seconda generazione, che devono tutti sentirsi parte di una collettività plurale, unitaria e coesa. Allargando ancora la visuale, credo che sia dovere di noi politici comprendere che il futuro delle nostre società richiede un progresso culturale, in entrambe le sponde del Mediterraneo, che passa in primo luogo per un profondo rispetto di ogni credo religioso, che non deve mai essere motivo di odio e di discriminazione. Un progresso che impone il riconoscimento che la nostra identità, ciò in cui ci identifichiamo e ci riconosciamo, è fatta anche di alterità, di diversità e di preziosa contaminazione. Un cammino duro perché è difficile liberarsi dei pregiudizi e del peso della storia, ma ineludibile. Un cammino che vi invito a percorrere insieme.

    A tutti voi auguro buon lavoro. Grazie.

     

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