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    Autorità, cari colleghi, cari amici,

    partecipo con molto piacere anche quest’anno al Seminario congiunto del Gruppo speciale sul Mediterraneo e Medio Oriente e della Sottocommissione sulle relazioni economiche transatlantiche dell’Assemblea Parlamentare della Nato. Ringrazio il presidente della Delegazione italiana Andrea Manciulli per l’invito, l’Onorevole Gilbert Le Bris che presiede il GSM, e il Sindaco di Firenze Dario Nardella per l’accoglienza calorosa che ogni volta ci riserva a Firenze (e devo dire che per fortuna mi capita molto spesso di venirci).

    Per una dolorosa coincidenza questo incontro si svolge a pochi giorni dai fatti di Parigi e vorrei aprire il mio intervento con un pensiero di affetto e vicinanza a tutti coloro che soffrono a Parigi, a Bamako, a Beirut, a Garissa, e ovunque nel mondo cittadini inermi sono stati cinicamente trasformati in obiettivi politici. Credo sia particolarmente importante che di questi temi possa discutersi nel contesto di un incontro parlamentare sul Mediterraneo e Medio Oriente perché le assemblee rappresentative sono la più alta espressione della democrazia e noi, cari colleghi, abbiamo la speciale responsabilità di garantire i diritti e le libertà delle persone e di stimolare e controllare la politica estera e di sicurezza dei governi. Considero molto significativo che il seminario sia stato strutturato in modo tale da aprirsi sul tema del terrorismo di matrice jihadista, proseguendo con sessioni dedicate a diversi aspetti regionali: il finanziamento del terrorismo, i flussi e la protezione dei rifugiati, le questioni energetiche, i diritti delle donne, la Libia, l’Iran e gli equilibri geopolitici dell’area.

    Per comprendere e agire correttamente è fondamentale considerare nel suo complesso questa vasta area geografica nella quale siamo immersi. I fenomeni negativi che ci troviamo ad affrontare sono tutti intimamente connessi e io credo derivino essenzialmente da quella debolezza politica e istituzionale che, generando vuoti geopolitici, ha consentito a poteri illegittimi, criminali e informali di occuparli. Una situazione che ha determinato profonde fratture: politiche, economiche, sociali. Tutti i nostri Paesi condividono la precisa responsabilità di non avere saputo predisporre credibili strategie e politiche comuni per influire sul corso degli eventi, risparmiare morti, sofferenza, crisi economica, instabilità. Per quanto attiene specificamente allo Stato Islamico, non può sottacersi come i gravi errori di calcolo di chi ha sostenuto milizie di vario genere, perdendone spesso il controllo, siano stati una concausa del radicamento territoriale del gruppo terroristico con le conseguenze drammatiche che conosciamo. Anche di fronte alle tensioni di questi giorni fra Turchia e Russia, dobbiamo oggi fare appello alla calma e alla ragione sforzandoci di trovare nei rischi per la democrazia e la pace una ragione superiore e ineludibile di unità. In questo momento gli interessi particolari di ogni paese devono passare in secondo piano e dobbiamo essere compatti nello sforzo di ricomporre le fratture e trovare soluzioni politiche per la regione, con il pieno concorso di tutti gli attori regionali e internazionali, nessuno escluso. Credo che l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica abbiano in questo senso un forte dovere di unire, attraverso esercizi di prudenza e di dialogo. In questa direzione si muove decisamente e convintamente l’Italia.

    Inoltre, considero miope parlare di Mediterraneo e di Medio Oriente focalizzando l’attenzione solo sulle instabilità, sulle minacce e sui fenomeni negativi. Da questa regione derivano opportunità vitali per tutti e, proprio in questo momento di crisi, dobbiamo avere la lucidità di guardare con speranza al futuro edificando ponti, ideali e materiali. L’agenda dei lavori soddisfa perfettamente questa visione e credo che questo sia lo spirito giusto con cui affrontare questi due giorni di dibattiti.

    A proposito della lotta allo Stato Islamico vorrei proporre alcune considerazioni. La prima è che l’uso spregiudicato dei metodi terroristici e della violenza e il richiamo abusivo a ideologie e valori religiosi non devono sviarci sulla reale natura di questa organizzazione. Lo Stato Islamico è un soggetto geopolitico che, a differenza di altre organizzazioni terroristiche, ha fatto della dimensione territoriale la propria principale caratteristica, occupando territori fra l’Iraq e la Siria ed effettuando una feroce pulizia etnico-religiosa per costituire uno pseudo stato illegittimo di natura confessionale. La differenza strategica con altre esperienze del terrorismo jihadista è che lo Stato Islamico adotta una più visione moderna e concreta, e dunque più pericolosa, focalizzata sulla stabilità territoriale e sul tentativo di divenire la forza di attrazione dei fondamentalisti di tutto il mondo, compresi quelli occidentali. In questo senso la narrativa propagandistica dello Stato Islamico, l’uso sapiente dei mezzi di comunicazione e dei social media assumono una funzione motivazionale soprattutto delle giovani generazioni. I giovani del Medio Oriente e dell’Occidente disoccupati, marginalizzati, delusi dalla società sono fatalmente attratti da questi messaggi che si richiamano a gesta eroiche e a distorti valori di giustizia.

    Un’altra dimensione di questo soggetto terroristico è quella criminale. Lo Stato Islamico ha bisogno di attività criminali per sopravvivere: traffici di idrocarburi, di droga, di esseri umani, di armi, di beni culturali. D’altronde le interconnessioni fra terrorismo, criminalità organizzata e traffici sono note da tempo e le indagini, in Italia, hanno svelato particolari diverse forme di rapporto fra le mafie e segmenti del terrorismo. Emerge nella nostra esperienza che i gruppi terroristici ricorrono a delitti a fini di profitto per finanziare la propria esistenza e le proprie azioni; che spesso convergono le rotte e le modalità di spostamento di beni e persone, nel caso di traffici e in quello di azioni terroristiche ed eversive; che le mafie hanno sperimentato modalità di attacco allo Stato tipiche del terrorismo, usando mezzi e strumenti che determinano la morte indiscriminata di vittime estranee ed inermi. In una di queste indagini è emerso che a Milano, già quindici anni fa, si svolgevano attività delittuose che servivano a finanziare i campi di addestramento in Iraq di Abu Musab al Zarqawi in Iraq: colui che nel 1998 fondò un gruppo militante jihadista in Iraq, trasformatosi nel 2004 in Al Qaeda in Iraq, e che poi istituì una formazione siriana, Jahbat al Nusra, che darà poi vita all’ISIS.

    Questo implica che per sconfiggere lo Stato Islamico e il terrorismo non basterà l’intervento militare ma serviranno almeno tre linee di azione. In primo luogo, programmare il futuro istituzionale e politico della regione, in modo da assicurare che le diverse componenti etniche e religiose dell’area geografica occupata dallo Stato Islamico abbiano un proprio spazio. A questo fine sarà necessario rafforzare il governo in Iraq e mettere fine alla guerra civile in Siria, attraverso un profondo impegno diplomatico. In secondo luogo, rigettare la logica dello scontro di civiltà, che i terroristi, e purtroppo anche alcuni poco accorti politici occidentali, usano per spiegare quella che è una guerra di interesse fra rivali regionali, e che è linfa per la retorica dello Stato Islamico. In terzo luogo, mettere in campo contro gli affari illeciti dei terroristi l’armamentario giuridico e operativo sviluppato per colpire la criminalità organizzata transnazionale. In questo senso sarà necessario rafforzare la cooperazione giudiziaria, investigativa ed informativa.

    A proposito del tema dei rifugiati penso che stabilire un nesso fra la sicurezza dei cittadini e l’arrivo dei profughi sia un errore inaccettabile: i giovani terroristi a Parigi erano purtroppo cittadini europei. Certo, devono essere rafforzati i controlli dei transiti, migliorate le procedure di asilo, usati i mezzi di polizia e prevenzione per evitare possibili infiltrazioni terroristiche. Dobbiamo incrementare al massimo la cooperazione fra gli Stati. Ma non possiamo mettere in discussione il dovere, morale e giuridico, di accogliere le persone incolpevoli che fuggono da guerre e persecuzioni. La nostra comune responsabilità è proteggere la vita e la serenità dei cittadini, combattendo la barbarie solo con gli strumenti dello Stato di diritto, della democrazia, del multilateralismo e della diplomazia e proteggendo in ogni circostanza i diritti fondamentali e la libertà di credo di ogni persona, che sia cittadino, residente, ospite, profugo o migrante.

    Grazie.

     

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