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    Gentili ospiti, Signore e Signori,

    è con viva soddisfazione che oggi inauguro il convegno “Scegliere nel tempo del furore. Azionismo e lotta armata al nazifascismo”  promosso, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, dall’Archivio storico del Senato, dall’Istoreto e dalla vasta rete delle istituzioni e dei soggetti dei Cantieri del giellismo e dell’azionismo. Vorrei innanzitutto ringraziare il caro collega Sergio Zavoli, Presidente della Commissione per la Biblioteca e l’Archivio storico, che non è potuto essere qui oggi e che ha reso possibile la realizzazione di questa come di tante altre importanti iniziative qui in Senato. Con una coerenza indiscutibile per tutta la vita il sen. Zavoli ha lavorato affinché il nostro Paese fosse più cosciente della sua storia, del suo passato e del suo presente.

    Questo convegno conferma inoltre la vocazione dell’Archivio storico ad essere, insieme ad autorevoli protagonisti del mondo della cultura, parte attiva di iniziative volte a tener viva e trasmettere quella ‘memoria costituzionale’ che ha come contenuto il valore fondamentale che la Costituzione assegna al rapporto tra libertà, autonomia e responsabilità e a quello tra democrazia e impegno civico. A questa ‘memoria costituzionale’ appartiene anche il contributo che gli azionisti diedero alla lotta di Liberazione, un contributo di vite e di ideali del quale l’Archivio storico del Senato custodisce importanti tracce e che rimanda, con significati di grandissima attualità, al nesso essenziale tra azione politica e rigore morale, tra democrazia e legalità. Qui vorrei ricordare, come figura in qualche modo riassuntiva, Giorgio Agosti, prima coraggioso comandante partigiano e poi ammirato questore di Torino dalla Liberazione al 1948.

    L’8 settembre 1943, con la morte della “patria fascista”, la fuga del re e il crollo dell’apparato burocratico e militare dello Stato italiano, si aprì un periodo di grandi sofferenze e tragedie. Il periodo dell’occupazione nazifascista con la sua violenza, la sua oppressione, le sue stragi, le sue deportazioni, che si concluderà solo nella primavera del 1945 con la Liberazione.  In questo “tempo del furore” ogni italiano si trovò a dover scegliere della propria vita e anche di quella degli altri. Tanti scelsero di rischiare la vita per schierarsi dalla parte della libertà e della dignità dell’uomo e lo fecero da deportati,  scioperando nelle fabbriche, aiutando i prigionieri alleati, i disertori e i renitenti italiani, gli ebrei, i partigiani. Tanti scelsero di combattere per la libertà e per la dignità dell’uomo e vissero quella loro scelta come una necessità morale, come una decisione tragica imposta dall’eccezionalità del momento. Come ha scritto Norberto Bobbio: “è dall’incrociarsi e il sommarsi di queste scelte, di queste Resistenze, che deriva il carattere di riscossa spontanea e popolare della Resistenza italiana”.

    Una delle relazioni del convegno di oggi si intitola “Da intellettuali a banditi”; un titolo che ci dà il senso della radicalità e della tragicità della scelta di prendere le armi per la libertà, in un momento storico in cui ad essere in gioco non era soltanto questo o quel modello di società o di Stato, ma l’essenza stessa dell’essere umano.

    Un titolo che fa pensare subito a Pietro Chiodi, uno dei maggiori filosofi italiani, nel tempo del furore comandante partigiano nell’Albese con il nome di Valerio e autore di un bellissimo libro intitolato appunto “Banditi”. Chiodi è stato consegnato alla storia letteraria da Fenoglio, nel Partigiano Johnny, come il professor Monti che si rivolge ai partigiani di Alba con una breve frase che da sola dice il senso della sua scelta: “Ragazzi, teniamo di vista la libertà”. Proprio Chiodi nel 1952 scriveva: “L’orgoglio non è una virtù. Non si dovrebbe mai essere orgogliosi. Tanto meno poi di aver fatto qualcosa, come il partigiano, che mirava proprio a ricostituire l’uguaglianza morale fra gli uomini. Ma, alle volte, dentro di me, mi succede di sentirmi pieno di un infinito orgoglio e sempre solo per una sola cosa: d’aver fatto il partigiano. Soprattutto sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando qualcuno mi dice che non dovrei esserne orgoglioso: perché penso che sono io che, combattendo per la libertà, gli ho conferito il diritto di dirmelo”.

    L’orgoglio di scegliere la libertà e di battersi per la libertà è uno dei valori fondamentali del patriottismo costituzionale repubblicano. Un orgoglio che occorre tener vivo e trasmettere alle giovani generazioni perché ci insegna anche che la lotta contro le sopraffazioni in senso lato che affannano il nostro quotidiano – penso alla criminalità organizzata, all’illegalità diffusa – possono essere combattute solo con un movimento di popolo che nasca dalle coscienze  e dalle scelte di ognuno di noi. Quei valori che inspirarono e animarono coloro che scelsero di rischiare la propria vita per combattere per la libertà costituiscono i principi fondanti della nostra Carta costituzionale e sono alla base delle nostra convivenza democratica.

    Non smettiamo mai, lo dico soprattutto ai più giovani, di tenere di vista la libertà.

    Grazie e buon lavoro.

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