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    (43° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria)

    Autorità, cari Presidenti, cari imprenditori,

    è per me un autentico onore essere oggi in mezzo a voi, che rappresentate per l’Italia il segno tangibile di una imprenditorialità innovativa e dinamica, giovane non solo nell’età, ma anche nei contenuti, nello stile, nella progettualità.

    Nel ringraziare Confindustria per l’invito a partecipare a questo importante momento di confronto, nella magnifica cornice di Santa Margherita Ligure, vorrei esprimere ai tanti giovani imprenditori presenti la mia personale vicinanza. Vicinanza per le difficoltà che, specialmente nell’attuale contesto economico, ogni giorno siete chiamati ad affrontare. Ma anche sincero apprezzamento per i risultati che siete riusciti a raggiungere nel campo dell’imprenditoria, che vi assicuro sono stupefacenti se ci si sofferma a considerare la vostra giovane età.

    Ai ringraziamenti unisco un plauso per l’impostazione che avete scelto di dare a questo incontro, un incontro che consapevolmente vuole affrontare la crisi in termini costruttivi, come momento di ripensamento dell’esistente, un’occasione di riforma strutturale del nostro sistema economico. Un obiettivo molto ambizioso, che mi ha indotto ad abbandonare i ‘classici’ approcci politici al tema, che soffermano l’attenzione solo sui possibili correttivi alla crisi. Hanno certamente un rilievo preponderante le strategie macroeconomiche per risollevare le aziende nazionali dalla crisi, il possibile sistema di incentivi alla produzione e all’imprenditorialità nazionale, le misure di abbattimento del cuneo fiscale su cui investire per rilanciare l’economia. Ma le linee di fondo della politica macroeconomica conoscono ora percorsi decisionali che in larga misura prescindono dalle disponibilità del singolo politico, e forse anche della singola istituzione.

    La crisi che ci troviamo ad affrontare è stata da tutti dipinta come una crisi globale, nella sua portata ed anche nella sua estensione. Ma la globalità della crisi non ha eliminato le specificità nazionali, che infatti sono emerse e continuano ad emergere sul piano della diversa reattività del tessuto produttivo alla crisi ed anche della capacità degli Stati di fornire risposte ai bisogni emergenti. Il tentativo di conciliare queste due dimensioni – quella globale e quella nazionale – ha dato origine a livello europeo ad un sistema di risposta assolutamente originale, sia in prospettiva storica che in chiave comparata. Quella che viene definita la nuova governance economica europea rappresenta infatti un meccanismo estremamente innovativo di regolazione economica, fondato sull’integrazione tra i livelli istituzionali e normativi dell’Unione europea e degli Stati membri. Un’integrazione che per la prima volta ha portato a far dialogare in chiave multilivello quelle sfere di decisione – le politiche fiscali e di bilancio, la politica macroeconomica – che da sempre hanno rappresentato il nucleo fondante della sovranità nazionale. Gli Stati ora non sono più soli ad affrontare la crisi; le fasi della programmazione economica e di bilancio non si esauriscono al livello nazionale, ma sono coinvolte in processi continui di interazione tra Bruxelles, Roma, Parigi, Berlino – cadenzati nel corso dell’anno – il cui obiettivo ultimo è prevenire futuri disastri finanziari ed economici e promuovere la ripresa comune.

    Alcuni hanno affermato che questa nuova governance economica ci fa perdere un pezzo della nostra sovranità nazionale. Io non sono di questo avviso. Penso che il meccanismo di controllo reciproco che è stato attivato rappresenti la migliore garanzia per tutti noi, per le istituzioni, le imprese e i lavoratori. Ma la piena e convinta adesione ai valori e agli obiettivi dell’Unione europea non deve impedirci di guardare con onestà e schiettezza alle debolezze strutturali che contraddistinguono l’economia nazionale.

    Dobbiamo mantenere sempre alto il livello di allerta. Il 29 maggio scorso la Commissione europea ha infatti raccomandato al Consiglio di chiudere la procedura per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia. Lo ha fatto riconoscendo i significativi sforzi di riduzione del rapporto tra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo, passato dal 5,5% nel 2009 al 3,0% nel 2012. È questo un successo importante, ma che non ci consente di ritenere ormai raggiunti i nostri obiettivi. La stessa Commissione europea, nella sua analisi annuale sulla crescita italiana pubblicata il 10 aprile scorso, ha infatti sottolineato gli squilibri macroeconomici che ancora caratterizzano il nostro paese, i quali risiedono nella perdita di competitività esterna e nell’elevato debito pubblico in un contesto di protratta debolezza della crescita.

    Per questo, nei prossimi mesi dovremmo pensare ad una nuova strategia di intervento, orientata al medio-lungo periodo, che si rivolga non tanto a risanare i conti pubblici, ma soprattutto a rilanciare i fattori strutturali dell’economia nazionale, ad invertire l’andamento dei processi produttivi. E’ questa, in fondo, la linea di indirizzo che lo stesso Presidente Napolitano ci ha affidato, quando alcune settimane fa ha affermato che bisogna dare un’apertura nuova all’economia, un nuovo slancio nella società, “un colpo di reni” per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento. Per fare questo, è prioritario ridare vigore agli investimenti, perché solo se l’Italia saprà attrarre capitali, al proprio interno e se necessario anche all’estero, si creeranno le condizioni per la creazione di nuovi posti di lavoro, l’attrazione dei talenti migliori, la ripresa dei consumi. Ma gli investitori, per credere nel nostro Paese, hanno bisogno di regole chiare, di procedure lineari, di amministrazioni trasparenti, di una giustizia efficiente.

    Una seconda priorità parte proprio dal rapporto dei giovani con il mondo del lavoro. Dobbiamo attivarci tempestivamente per realizzare quel sistema di sgravi alle aziende sul lavoro giovanile di cui si sta parlando proprio in questi giorni, che servirà non solo a rilanciare l’occupazione, ma anche a ridare speranza ai vostri coetanei in cerca di un impiego. Dobbiamo pensare ad investire di più nei percorsi di alternanza scuola-lavoro e in tutti quei moduli di formazione aziendale finalizzati alla qualificazione e all’inserimento professionale dei giovani, come l’apprendistato, che rappresentano una reale opportunità di crescita non solo per il singolo, ma anche per l’azienda ‘ospitante’. Perché da voi giovani noi possiamo e dobbiamo imparare.

    In questo scenario, il ruolo affidato alle istituzioni parlamentari è potenzialmente strategico. Il Parlamento italiano continua ancora oggi a mantenere una forte influenza sui contenuti della legislazione finanziaria e di bilancio, che in altri Paesi sono piuttosto affidati alle scelte programmatiche del Governo. Le due Camere dovranno attivarsi per promuovere un uso responsabile del potere di emendamento sui documenti contabili del governo, con l’intento di garantire che l’esame parlamentare di tali testi diventi una fase di autentico e costruttivo confronto in cui il perseguimento degli obiettivi macroeconomici è contemperato con i bisogni sociali emergenti. Inoltre, dovremo sforzarci di portare il Parlamento a concentrare le sue energie sul controllo finanziario e di bilancio, sulla verifica delle previsioni macroeconomiche che il Governo utilizza per redigere i propri documenti contabili e sul monitoraggio della spesa pubblica. Già molti passi in avanti sono stati compiuti sul terreno del controllo parlamentare; penso in particolare alla prassi, ora diventata legge, delle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri alle Camere prima e dopo lo svolgimento delle riunioni del Consiglio europeo, per illustrare la posizione che intende assumere e per informare i competenti organi parlamentari sulle risultanze di tali incontri.

    Abbiamo però bisogno di andare oltre, promuovendo l’accesso del Parlamento a canali di informazione sulle tendenze economiche e contabili alternativi a quelli governativi, che possano garantire una vera trasparenza democratica. Dobbiamo fare in modo che il Parlamento sappia sviluppare una propria autonoma capacità di analizzare, comprendere e filtrare i dati disponibili. Sono, questi, obiettivi cui riusciremo a dare una concreta risposta con la costituzione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente previsto dalla legge costituzionale n.1 del 2012 – che ha esplicitato nella nostra Carta costituzionale l’obbligo del pareggio di bilancio – e poi disciplinato dalla legge attuativa della riforma, la legge n. 243 del 2012.

    A fronte di queste sfide, è necessario domandarsi quale sia il contributo che voi imprenditori potete offrire. La governance è per definizione un sistema di regolazione diffuso, privo di un vertice e forse anche primo di un centro operativo, in cui ogni singolo componente deve diventare elemento propulsore del meccanismo. Quello che a voi viene chiesto oggi è di continuare a lottare perché la crisi non scalfisca le dinamiche di fondo dell’economia di mercato, difendendo la concorrenzialità del sistema dagli attacchi – sempre più insistenti e potenti – provenienti dai mercati ‘alternativi’ della criminalità organizzata, che proprio nella crisi trovano terreno fertile di affermazione. Dovrete inoltre sapere resistere alle lusinghe della corruzione, che si faranno sempre più insistenti negli spazi di mercato contratti dalla crisi, consapevoli del fatto che la nostra produzione nazionale potrà riprendere a crescere solo se basata su solide fondamenta. Sono fondamenta che partono da una rinnovata capacità di investire sui fattori di crescita nazionali, quei fattori sani che sapranno ridare slancio a tutto il circuito produttivo.

    Non sarete lasciati soli in questo difficile compito. La crescita richiede infatti una visione pragmatica ed unitaria, fondata su una più strutturale cooperazione tra gli attori politici e le forze produttive e sulla riscoperta di un nuovo rapporto fiduciario tra le imprese e la politica, tra chi produce e chi decide. E’ questo un terreno su cui, anche grazie all’importante azione di sensibilizzazione e di mediazione posta in atto dalle vostre associazioni di categoria, non partiamo da zero. Vorrei ricordare, in particolare, il protocollo di legalità, sottoscritto nel 2010 tra il Ministero dell’interno e la Confindustria, poi rinnovato nel 2012, che, attraverso una fattuale collaborazione tra imprese e autorità pubbliche finalizzata a contrastare l’azione delle organizzazioni criminali nell’economia, ha segnato un momento di rilevante evoluzione nella garanzia della libertà di impresa. Le stesse misure legislative sul pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione – che il Senato ha licenziato in seconda lettura lo scorso 4 giugno – sono il segnale di un cambiamento orientato proprio in questa direzione. E ancora l’accordo da ultimo raggiunto dalla Confindustria e dai sindacati su un tema delicato e da sempre controverso come quello della rappresentanza e della democrazia sindacale conferma che vi sono oggi, nella crisi, le condizioni per superare le vecchie barriere e partire insieme, comprendendo che lavoro e impresa devono difendere gli stessi interessi.

    Queste sfide culturali, prima ancora che economiche, per essere affrontate con coerenza richiedono però da parte di tutti voi un assoluto rigore etico. E’ importante che tutti coloro che operano nel mondo economico si ritrovino in quelle scelte ed in quei valori fondamentali – il rifiuto della corruzione, il contrasto all’evasione fiscale, la rinuncia agli impieghi irregolari – che costituiscono le condizioni necessarie per una economia realmente libera ed anche sana. Solo se mossi da questo senso di responsabilità sociale, prima ancora che professionale, potrete liberare il nostro mercato dalle molte catene e dai molti vincoli che il radicamento di comportamenti scorretti sul piano etico quotidianamente pone sul nostro cammino. E questo impegno per la legalità non mancherà di far sentire i suoi riflessi anche sul piano economico, consentendo di ridestinare alla finanza pubblica, e quindi alla collettività, le risorse sottratte all’elusione e all’evasione fiscale, i patrimoni strappati alla criminalità organizzata attraverso il sequestro e la confisca.

    Consentitemi di concludere con una battuta, ispirata proprio al titolo di questo 43° Convegno: “Scateniamoci – Liberiamo l’Italia da vincoli e catene”, che trovo estremamente calzante ed anche molto efficace. “Scatenarsi” ha infatti un doppio significato: vuol dire liberarsi da quel sistema di lacci e laccioli che ingessano l’economia nazionale; ma anche liberare le tante energie positive che da sempre accompagnano la nostra capacità produttiva. La prima è un’accezione negativa, una difesa da; mentre il secondo significato allude piuttosto ad un’azione positiva, un saper dar libero corso a qualcosa che è dentro di noi. Mi auguro che ciascuno di voi possa portare con sé da questo Convegno soprattutto una spinta in questa seconda direzione. E che questa spinta sia alimentata proprio da quel senso di responsabilità etico di cui parlavo prima. Abbiamo tante energie da scatenare, e la capacità di liberare queste risorse dipende innanzitutto da voi, da voi che con la vostra imprenditorialità, mettendo in campo il vostro migliore entusiasmo, saprete non solo realizzare voi stessi, ma anche offrire a tanti altri giovani l’opportunità di portare a compimento i propri sogni.

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