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    Ho conosciuto Rocco Chinnici nell’autunno del 1972 quando giunsi, poco più che ventisettenne, alla Procura di Palermo dalla mia prima destinazione presso la Pretura di Barrafranca. L’assassinio dell’integerrimo procuratore della Repubblica Pietro Scaglione aveva dato l’avvio a un’impressionante serie di omicidi eccellenti che avevano «convinto» molti sostituti a lasciare la Procura. Per noi giovanissimi magistrati si era così aperta l’insperata possibilità di approdare a Palermo. Per la sua grande professionalità ed esperienza e il suo modo di fare bonario, Rocco Chinnici, all’epoca già affermato giudice presso l’ottava sezione dell’Ufficio istruzione, fu subito per noi «matricole» un modello, un punto di riferimento.

    Fra di noi alludevamo a lui come «papà Rocco» e lui ci ricambiava con simpatici nomignoli, come «frutti di martorana», riferendosi al tempo stesso ai tradizionali dolcetti siciliani di pasta di mandorle e al procuratore aggiunto Martorana di cui eravamo allievi. Altre volte, per la nostra giovanile energia e voglia di fare, ci chiamava «i plasmoniani», prendendo spunto da uno spot pubblicitario di Carosello, che raffigurava bambini forti e superattivi, nutriti da biscotti Plasmon. Del resto, proprio in questo campo papà Rocco era un fulgido esempio. Era famosa la sua instancabile produttività, tanto che il sostituto della Procura incaricato di seguire le sue indagini lamentava scherzosamente: «Rocco, ma non ce l’hai un hobby?». Rocco era il giudice di tutti, il giudice per tutti. Non si risparmiava e riusciva a trovare il tempo anche per andare nelle scuole ad incontrare i giovani, sia per metterli in guardia dal dilagante fenomeno dell`eroina, sia perché aveva compreso che la lotta alla mafia doveva partire dal ricambio generazionale.

    Fu il primo a credere nell’importanza del lavoro di gruppo e del coordinamento delle indagini antimafia, oltre che nella necessità di non disperdere la memoria investigativa attraverso le innovazioni tecnologiche, come le banche dati. Quando, dopo l’omicidio del collega Cesare Terranova, divenne capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diede un nuovo impulso all’ufficio dirigendo personalmente tutte le indagini degli omicidi cosiddetti eccellenti (Mattarella, La Torre, dalla Chiesa) e affidando a magistrati di indubbio valore, come Falcone, Borsellino, Dí Lello e Guarnotta, le più delicate indagini di mafia, tra le quali quelle sull’omicidio del capitano Basile, sul costruttore Rosario Spatola e su Michele Greco +161, che costituì l’attività investigativa iniziale del maxiprocesso contro Cosa nostra, che poi mi ritrovai a gestire come giudice «a latere» della Corte di Assise di Palermo.

    In tal modo, Chinnici creò i presupposti per quel pool antimafia che sviluppò al massimo la sua azione col suo successore Antonino Caponnetto.
    Apprezzai subito l’acutezza del suo pensiero giuridico, il suo efficiente pragmatismo ed il suo intuito investigativo quando ebbi l’occasione di seguire le indagini da lui dirette sull’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, che avevo svolto nella fase preliminare in Procura. Insieme, poco prima del suo eccidio, andammo a interrogare in carcere, a Rebibbia, al sorgere della pista che li coinvolgeva, i terroristi Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Per poterlo abbattere, la mafia dovette abbandonare i suoi metodi tradizionali, la lupara o la P38, adeguando le proprie tecniche di uccisione, per la prima volta, all’evoluzione dei tempi e alle misure di sicurezza che erano state adottate nei suoi confronti. Dovette usare un’autobomba imbottita di tritolo e «Palermo come Beirut» titolarono i giornali.

    Ancora una volta non si riuscì a evitare una strage annunciata, pur essendo pervenuta, tramite il libanese Bou Chebel Ghassan, la notizia di esplosivo inviato a Palermo per un attentato. Si pensò a Falcone, che però si trovava in Thailandia sulle tracce di un imponente traffico di eroina, o all’Alto commissario antimafia, prefetto De Francesco.
    Se è vero, come i successivi processi hanno accertato, che Rocco aveva manifestato l’intenzione di emettere mandati di cattura contro i cugini Salvo, tuttavia non si avevano ancora quelle più approfondite conoscenze, che però lui aveva perfettamente intuito, sulla pericolosità di quel connubio fra mafia, economia e politica che costituiva lo snodo cruciale del potere mafioso nell’isola. L’intuizione, la modernità di Rocco Chinnici è aver misurato la temperatura del suo tempo, la virulenza mafiosa degli anni Ottanta, ìn un contesto di normalità medio-borghese dal quale scaturiva un senso di realismo che legittimava il potere criminale.

    Egli ha avuto il merito di non confinare il fenomeno mafioso nell’ambito di rappresentazioni folcloristiche o territori di coppole e lupare. Studiando gli ingranaggi del consenso sociale, era riuscito a spostare l’interesse delle indagini e a tracciare le vere coordinate del potere mafioso. Ma la vera rivoluzione del suo pensiero fu nell’avere compreso che la borghesia mafiosa non sceglie, piuttosto approva senza necessariamente tradurre l’adesione all’agire mafioso in affiliazione, ponendosi come strumentale al potere. Rocco Chinnici, in un mancato appuntamento con l’attualità, ha combattuto l’ordinarietà del potere mafioso, in cui la criminalità è solo uno degli aspetti, anticipando così quel labirinto quotidiano degli affari e del potere che i processi successivi alla sua morte avrebbero svelato. Ed è debito della storia della Giustizia il dover riconoscere la straordinarietà del suo lavoro.

     

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