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    Autorità, Signore e Signori,

    è per me un grande piacere ospitare in Senato la presentazione dell’edizione 2014 del Rapporto del Centro Internazionale per gli Studi sulla Famiglia dedicato quest’anno al tema della “famiglie di fronte alle sfide dell’immigrazione”. Il rapporto espone i risultati di un’indagine condotta su un campione di 4000 interviste, finalizzata a conoscere gli approcci delle famiglie residenti rispetto al fenomeno migratorio in Italia, un tempo paese di emigrazione e ora terra di immigrazione, e dunque di accoglienza. Il lavoro ha il merito di porre in modo pacato ed approfondito i complessi profili – giuridici, sociali, culturali, economici, etici, identitari – di un fenomeno che chiama in causa la stessa capacità del Paese di affrontare le sfide di una nuova società complessa ed eterogenea.

    La stabile presenza di persone provenienti da altri paesi ha cambiato profondamente il volto dell’Italia nello spazio di pochi anni, due o tre decenni al massimo. Molti dei migranti che prima lavoravano nel nostro Paese per il tempo necessario a sostenere con rimesse o risparmi la famiglia nella nazione di origine, con la prospettiva di farvi ritorno appena possibile, sempre più spesso decidono di continuare a vivere in Italia, richiamando qui i propri congiunti con ricongiungimenti familiari, legali o di fatto. Una tendenza che pone questioni specifiche, fra cui quelle delle famiglie multietniche e delle seconde generazioni, che non abbiamo ancora affrontato compiutamente a livello legislativo.

    Il rapporto fornisce spunti di riflessione importanti. Da una parte si osservano reazioni di timore, di pregiudizio e di resistenza verso gli immigrati visti spesso come un pericolo, in quanto concorrenti rispetto ai bisogni primari delle famiglie italiane. Sono sentimenti alimentati dai mass media che tendono talvolta a rappresentare in modo superficiale e distorto il fenomeno e gli stessi dati numerici della presenza degli immigrati e, ad esempio, dei reati da questi commessi, che gli italiani intervistati spesso sovrastimano notevolmente rispetto alla realtà.

    Dall’altra emerge dall’indagine che le famiglie italiane dimostrano una crescente attitudine relazionale positiva e un significativo spirito di accoglienza e solidarietà. Esse dipendono dai contatti personali con gli immigrati che attenuano le diffidenze e innescano virtuosi meccanismi di fiducia reciproca, sostegno e relazionalità. E’ questa una scoperta che non mi sorprende perché ho sempre osservato con speranza lo spirito di fratellanza con cui gli italiani hanno soccorso donne, uomini e bambini che giungono stremati sulle nostre coste, con il cuore pieno di speranza di una vita migliore. E voglio qui ricordare il prezioso apporto dello straordinario mondo del volontariato, che ha rappresentato la risorsa più vitale nelle costruzione di percorsi di integrazione.

    Io sono convinto che la sfida della costruzione di una nuova società multietnica e multiculturale debba muovere dalla scuola, che oggi è arricchita in tutta Italia dai bei volti di ragazzi che arrivano da luoghi geograficamente e culturalmente lontani. Proprio la diversità è il paradigma dell’identità stessa della scuola che deve sapere costruire la capacità dei giovani cittadini di conoscere e di apprezzare le differenze all’insegna di una coesione sociale attenta alla dimensione cognitiva dei saperi e a quella affettiva di ciascuno, affinché possa realizzarsi un nuovo concetto di cittadinanza, plurale ed edificato attorno a comuni valori. La scuola italiana, pur nelle tante difficoltà, dimostra ogni giorno di saper essere, ancora prima che luogo di istruzione e di informazione culturale, uno spazio dove si compiono i processi di socializzazione e di integrazione che anticipano la piena maturazione del Paese.

    Mi avvio a chiudere affrontando un tema politico su cui mi sono già espresso più volte, rimettendovi un’importanza straordinaria. E’ giunto il momento di pensare a un nuovo percorso di cittadinanza per gli stranieri che qui si sono integrati e per le seconde generazioni. Le nostre norme sulla cittadinanza sono fra le più severe in Europa e rischiano di escludere dai diritti migliaia di persone che con il loro lavoro onesto contribuiscono al benessere e al progresso della nostra società, che è anche la loro società. Penso poi ai giovani nati nel nostro paese, che qui studiano, parlando la nostra lingua e i nostri dialetti; che tifano o giocano nelle nostre squadre di calcio. Spesso mi ritrovo fra molti di loro nelle iniziative a favore della legalità e mi sono sempre chiesto amaramente perché questi giovani combattono per la giustizia e per il futuro di un paese di cui non sono e non saranno mai cittadini, almeno finché la legge non sarà cambiata.

    Concludo con il fermo convincimento che il futuro del nostro Paese dipenderà dalla capacità che avremo di ricostruire la famiglia, nucleo primario di aggregazione sociale e attraverso di essa una nuova cittadinanza, che tenga conto dei valori della solidarietà, del dialogo, e del rispetto delle identità etniche, sociali e culturali di ciascuno.

    Grazie

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