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    (Presentazione della Relazione al Parlamento dell’autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture – Rapporto annuale 2012)

    Autorità, Gentili ospiti,
    desidero innanzitutto rivolgere il mio più caloroso benvenuto al Presidente e ai componenti dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. E’ per me un piacere ed un onore potervi ospitare oggi in Senato, per la presentazione della Relazione al Parlamento sull’attività svolta nel 2012, la prima della XVII legislatura.

    L’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea ad avere creato un’Autorità di settore che è operativa dal 1999, un’esperienza ultradecennale che ci rende orgogliosi dei traguardi raggiunti, ma anche consapevoli delle sfide ancora da affrontare. L’Autorità ha saputo affermarsi come interlocutore privilegiato degli operatori economici e delle stazioni appaltanti in tutti i processi di evidenza pubblica. Ha visto estendere la sua funzione di vigilanza dal controllo di mera regolarità delle aggiudicazioni alla verifica della qualità delle prestazioni e dell’economicità dei contratti. Ha saputo avviare con il Parlamento una strutturale cooperazione, segnalandoci le anomalie nell’applicazione della legislazione in vigore e formulando proposte di riforma della normativa di settore. Tali risultati, però, rischiano di risultare oggi insufficienti. Le rigidità imposte dalla crisi economica, le tendenze alla globalizzazione dei contratti della pubblica amministrazione, il persistere nell’evidenza pubblica di diffuse sacche di inefficienza ed illegalità ci inducono a ricercare un nuovo approccio e nuovi metodi di lavoro.
    I contratti pubblici rappresentano un settore strategico della nostra economia nazionale. Ogni anno le pubbliche amministrazioni investono in beni, lavori e servizi circa il 19% del prodotto interno lordo dell’Unione europea, una spesa che in Italia si attesta sui 140 miliardi di euro. Le risorse destinate a questo settore sono un volano per l’economia nazionale: creano posti di lavoro e offrono opportunità di investimento e crescita imprenditoriale; nel medio-lungo periodo, realizzano le infrastrutture coessenziali ad un sistema produttivo moderno e competitivo.

    Eppure, la capacità di spesa della pubblica amministrazione in questo settore è stata e sarà ancora nei prossimi anni soggetta a crescenti limitazioni. Dal 2009 ad oggi, abbiamo registrato una forte flessione nella domanda di lavori pubblici. Ce lo ha imposto l’esigenza di ottemperare agli stringenti vincoli di bilancio interni e di matrice europea derivanti dalla necessità di rendere sostenibile il debito pubblico italiano. Non sarà facile invertire questa tendenza nel prossimo futuro. Saremo quindi chiamati ad utilizzare in maniera ancora più virtuosa le risorse disponibili, al fine di massimizzarne l’utilità sociale e la capacità di produrre reddito. Dovremo essere ancora più selettivi nei programmi di investimento, orientando la riduzione degli stanziamenti sulla base di indicatori di efficienza della spesa capaci di valorizzare solo i programmi più competitivi. Dovremo potenziare il monitoraggio degli appalti pubblici, verificando non solo la corretta applicazione della normativa di settore, ma anche il suo impatto sul mercato e sugli operatori. Dovremo salvaguardare i concorrenti più deboli, ma più strategici sul piano economico, e in particolare le piccole-medie imprese, che hanno bisogno di misure concrete come quelle licenziate lo scorso mese dal Parlamento sullo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori .
    Per realizzare tali obiettivi, appare prioritaria un’azione di semplificazione della struttura amministrativa del Paese. Le imprese che si affacciano al mercato dei contratti pubblici chiedono procedure lineari e tempi certi di decisione. Il 74% degli imprenditori siciliani e del Sud Italia teme la burocrazia più della mafia; lo ha rivelato un sondaggio promosso lo scorso settembre dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato, che ha coinvolto 200 imprese. Di fronte a queste verità allarmanti, non possiamo rimanere inerti. L’Italia deve imparare ad essere competitiva non solo sul mercato, ma anche nei processi burocratici, intervenendo su quei fattori che rendono inadeguato il sistema di tutela dei contratti, a partire dall’eccessiva durata dei processi. Sono questi, infatti, gli elementi di debolezza del sistema italiano che rischiano non solo di penalizzare la competitività della nostra economia pubblica, ma anche di compromettere le attese di risultato dei nostri stessi cittadini.

    La semplificazione non si può però tradurre in una deregolamentazione. Il settore dei contratti pubblici è per definizione il più esposto a fenomeni di frode, corruzione, conflitto di interessi, che alterano in modo patologico la concorrenza, danneggiano le imprese e i cittadini onesti, favoriscono l’accumulazione di capitali, fanno aumentare il costo dei beni e servizi. Abbiamo quindi bisogno di buone regole, idonee a prevenire, oltre che a reprimere, tali fenomeni. E abbiamo bisogno di bravi custodi, capaci di garantirne l’effettiva attuazione.
    Non sono certo mancati i tentativi di fornire risposte normative a queste istanze. Mi riferisco, in particolare, alle disposizioni sulla tracciabilità dei flussi finanziari, sull’informativa antimafia e sul Casellario Informatico, che hanno indubbiamente rafforzato la nostra capacità di individuare tempestivamente i fattori di esposizione, ma che, come segnalato dagli operatori di settore, mostrano diffuse carenze sul piano attuativo.
    In una prospettiva di medio periodo, è senz’altro auspicabile l’istituzione di sistemi globali di segnalazione del rischio, finalizzati a prevenire, individuare e segnalare le irregolarità in materia di appalti, secondo quanto prospettato nel processo di riforma in atto a livello europeo, che dovrebbe portare entro la fine dell’anno all’adozione di due nuove direttive di settore. Molto, però, può essere fatto già oggi. In particolare, è importante potenziare al massimo la cooperazione tra l’Autorità di vigilanza e la magistratura, al fine di garantire che le irregolarità rilevate nel corso dell’attività ispettiva siano tempestivamente segnalate ai competenti organi giudiziari. La rigorosità ed effettività delle azioni sanzionatorie rappresenta il primo deterrente nei confronti della reiterazione degli illeciti.

    Il settore pubblico non può più essere visto come un freno al Paese. Per troppo tempo, la pubblica opinione ha conosciuto il mercato degli appalti con la diffidenza e sospetto alimentati dallo scandalismo. E’ vero. Per storia, cultura politica, visione sociale, il nostro Paese è sempre stato molto vulnerabile all’alterazione dei corretti meccanismi dell’evidenza pubblica. Ora, però, è giunto il tempo della riscossa. Dobbiamo saper cogliere appieno le potenzialità di questo settore. Dobbiamo farci promotori di una nuova alleanza tra pubblico e privato fondata sulla convinzione etica e sociale che è possibile rendere realmente concorrenziale questa fetta di mercato. E che, in un momento di crisi, il miglior utilizzo delle risorse pubbliche rappresenta un percorso obbligato per la ripresa dell’economia nazionale.
    Sono sicuro che l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici saprà credere in questi obiettivi e saprà aiutare tutti noi a renderli possibili. Rinnovo al Presidente e a tutti i componenti dell’Autorità il mio più vivo apprezzamento per il lavoro svolto e per la Relazione che oggi ci avete affidato.
    A tutti voi auguro una proficua prosecuzione del dibattito odierno e buon lavoro.

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