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    Signor Presidente della Repubblica, Gentili ospiti, Cari amici,

    Ospito con molto piacere in Senato la presentazione di questo bel volume di Fernando Salsano sulla figura di Quintino Sella. Fu un uomo straordinario, eclettico e modernissimo: statista, deputato e più volte ministro; imprenditore, scienziato, presidente della rinata Accademia dei Lincei nella Roma liberata; alpinista, fondatore e presidente del Club Alpino Italiano. Interprete anche nella vita privata di una moralità austera e rigorosa ma intelligente, si pose subito all’inizio del primo mandato da ministro il tema del conflitto di interessi ed impose al fratello Giuseppe Venanzio che guidava il lanificio di famiglia di astenersi dal sottoscrivere contratti di forniture statali finché egli fosse rimasto deputato.

    Fra tanti poliedrici interessi, il suo nome resta indissolubilmente legato alla battaglia per il risanamento della finanza pubblica. Una “quistione di vita o di morte egli la definiva, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa del giovane Stato italiano che rischiava un drammatico fallimento a fronte della morsa del debito, delle spese di guerra e del riassetto organizzativo dell’amministrazione. Come ricorda Croce, Sella fu l’eroe che impersonò la lotta per il pareggio” del bilancio. L’Italia dell’epoca, secondo Sella, era paragonabile a un febbricitante che tutti i giorni piglia un po’ di chinino, ma non.. abbastanza per troncare la febbre; l’organismo si indebolisce e si rovina. Da ciò la sua convinzione della necessità di un’azione decisa e rapida, che condusse a costo dell’impopolarità e con l’obiettivo di convincere i ceti rurali e i possidenti che “il tributo alla patria è qualche cosa di sacro, tanto come il sangue che si sparge per essa”.

    Quando per la terza volta tornò alla guida del Ministero delle finanze, l’Italia era uscita dalla terza guerra d’indipendenza e il default era alle porte. Occorreva recuperare la fiducia dei mercati, già allora sufficientemente aperti e internazionalizzati: Salsano ricorda che vi era una differenza di rendimento – lo spread entrato ormai nel nostro linguaggio quotidiano – di 600 punti base tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli inglesi, allora il riferimento. Sella pose così l’obiettivo del pareggio del bilancio quale strumento per il risanamento, lo sviluppo economico e l’esistenza stessa del Paese.

    Ma non fu la sua una politica di cieco rigore. Fu costantemente attento al tema dell’equità, anticipando quel concetto della capacità contributiva che pone oggi l’art. 53 della Costituzione repubblicana, e spostò così il carico tributario dai ceti produttivi alle rendite. Con fermezza e determinazione condusse poi una revisione della spesa – oggi la chiameremmo spending review: una serie di interventi volti a conseguire la riduzione di tutte le spese improduttive. Non già tagli ciechi, ma interventi strettamente funzionali all’obiettivo di razionalizzare la struttura dell’amministrazione: abolizione di alcune prefetture, istituzione di un’unica Corte di Cassazione, riduzione degli uffici giudiziari. La sua attenzione di “keynesiano ante litteram” si soffermò sulle spese produttive e sugli investimenti pubblici. Pur dovendo affrontare una situazione di emergenza ebbe la lucidità strategica di dare impulso ai fattori di sviluppo del Paese: il sistema infrastrutturale, l’industria, l’educazione e la cultura scientifica.

    Voglio chiudere ricordando un passaggio di uno degli ultimi discorsi di Sella da ministro delle finanze che scolpisce il pensiero strategico di un uomo che seppe guardare al futuro di lungo periodo con una tensione etica che oggi troppo spesso manca alla politica. Presentando in Parlamento la sua ultima manovra di bilancio, egli disse: “Ogni indugio, me lo perdonino i miei onorevoli amici, è un sistema di illusioni che mi sembra pericoloso. Chi ha tempo non deve aspettare tempo. Rispetto gli apprezzamenti di tutti, ma non posso rinunziare ai miei senza tradire la mia coscienza”.

     

    Grazie.

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