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    Gentili ospiti, cari amici,

    ospito con molto piacere nella Sala Koch del Senato della Repubblica la presentazione del libro del Professor Costantino Visconti “La mafia è dappertutto (Falso!)”, che già dal titolo esplicita l’intenzione di sfatare alcune semplificazioni e idee comuni in tema di mafia. L’autore, uno studioso che nel corso della sua carriera scientifica ha approfondito i suoi studi in tema di criminalità mafiosa, propone le sue riflessioni appassionate e originali, che egli stesso definisce con autoironia il frutto dei suoi pre-giudizi  di giurista e del suo vissuto di militante palermitano dell’antimafia civile. Il volume affronta con linguaggio semplice ed efficace questioni di grande interesse: dallo stato della lotta antimafia, alla qualificazione giuridica delle organizzazioni criminali del centro e del nord Italia; dalle infiltrazioni mafiose nell’economia e nell’imprenditoria, ai rapporti fra mafia e politica; dalla “borghesia mafiosa” alla cosiddetta “area grigia”  sino al concorso esterno nell’associazione mafiosa. Il Prof. Visconti tratta ognuno di questi temi unendo alla competenza giuridica la sua personale visione, influenzata probabilmente – sono sue parole – da un “germe etnocentrico”, che muove dalle difficoltà interpretative dell’oscura, sfuggente e ambigua realtà di un mondo criminale come quello mafioso, visto “alla luce di una metaforica lanterna che cerca di plasmare e fissare le sagome incerte del male”.

    Personalmente, essendomi occupato di mafia per molti decenni, ho maturato alcune convinzioni e colgo questa occasione per tornare a parlare del mio “primo amore”, che in questi anni da Presidente del Senato non mi ha mai abbandonato.

    Anzitutto credo che abbia ragione l’autore quando dice nella premessa che la mafia è divenuta un marchio di successo, al punto tale che a volte si vede la mafia dappertutto, anche dove non c’è. Naturalmente, aggiungo io, dobbiamo guardarci dal rischio di non vedere la mafia dove invece c’è e, allargando lo sguardo anche al panorama internazionale, credo sia importante essere consapevoli che il modello mafioso è divenuto un marchio geopolitico, oggetto di ispirazione e imitazione in altre parti del globo, per una ragione specifica: la capacità di questo modello criminale di influenzare la società, la politica, la cultura e l’economia di un territorio e il suo carattere espansivo che giunge a farne un soggetto geopolitico che può controllare interi territori, spostare confini, determinare conflitti, dominare circuiti economici, infiltrare istituzioni locali e globali. Quando da Procuratore Nazionale Antimafia mi dedicavo a una sorta di “diplomazia penale” coltivando intensi rapporti di cooperazione con le autorità di altri Paesi, mi capitava di spiegare che non ogni organizzazione criminale può dirsi mafiosa e che il dato peculiare distintivo era costituito oltre che dalla particolare coesione della struttura interna, che, secondo le regole, unisce e vincola gli appartenenti per tutta la vita, la sua profonda penetrazione nel corpo vivo della società avvalendosi del metodo mafioso e attuando un dominio esclusivo del territorio fondato anche sul consenso sociale e sulle relazioni con il potere ufficiale. La mafia è geneticamente una creatura politica che coltiva sempre le interazioni con il potere istituzionale ai fini della conservazione e del rafforzamento della propria supremazia. Se è vero che in Sicilia le organizzazioni mafiose delle origini erano già strettamente legate agli apparati di potere della città, esse diventarono una grave minaccia per la democrazia quando si radicò socialmente una mafia referente e strumento di forze politiche e di amministrazioni pubbliche, che si trasformò naturalmente in una aggregazione del consenso ai fini elettorali.

    In secondo luogo, a proposito di antimafia, io vorrei ricordare che la signoria della mafia sulla Sicilia, tranne in alcuni periodi, non è mai stato un dominio incontrastato: la storia della lotta alla mafia è lunga quanto quella della mafia stessa, e ne rispecchia nei tratti salienti le evoluzioni più importanti.

    Le radici dei movimenti risalgono a più di un secolo di lotta e di azioni dirette a contrastare la mafia con l’impegno della società civile. Non posso ripercorrere le tappe storiche del movimento antimafia ma solo ricordare che dai Fasci siciliani ai movimenti contadini ed operai contro la mafia agraria e fino ai nostri giorni, sono nati movimenti di protesta e mobilitazioni politiche sostenuti dalla cittadinanza, da tanti giovani, che diedero vita, ad esempio, alla prima catena umana che, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, unì il palazzo di giustizia di Palermo all’albero dinanzi casa di Falcone, accompagnata dall’iniziativa del “Comitato dei lenzuoli” ovvero, altro esempio che risale al 1995, alla nascita di LIBERA, un’associazione che unisce migliaia di associazioni che promuovono la legalità.

    Alcuni di questi movimenti hanno costruito proposte realistiche su cui concentrare gli sforzi e creato un rapporto con le istituzioni, costruttivo e critico al tempo stesso: collaborando con gli sforzi legalitari delle amministrazioni quali portatori di conoscenze e buone pratiche e mantenendo contemporaneamente la vigilanza sul comportamento degli amministratori, dei politici e dei partiti. Nonostante alcuni gravissimi ma limitati episodi emersi negli ultimi anni all’interno di questo mondo, io credo sia giusto rivendicare le conquiste ottenute, il cambiamento culturale, il riscatto sociale. Penso ad esempio alla rivoluzione nata a Palermo del consumo critico, con l’intuizione dei ragazzi di Addio Pizzo di coinvolgere tutti i cittadini con la consapevolezza che anche nelle scelte di acquisto quotidiane si può fare la differenza. Io credo che la strada per superare il momento difficile che ha vissuto e vive il mondo dell’antimafia sia un ritorno alle origini ed ai valori che rappresenta, senza inquinamenti da interessi personali o atteggiamenti di primedonne alla ricerca di visibilità, e con l’unione delle componenti, sociali e istituzionali, per isolare le mafie e l’illegalità ed affermare l’antimafia come fondamento dell’educazione dei giovani e della cultura sociale diffusa.

    A proposito del tema della penetrazione mafiosa in aree non tradizionali del nord e del centro Italia, vorrei ricordare che proprio la capacità delle mafie di tessere relazioni economiche, sociali nonché con le amministrazioni pubbliche e con la politica, ha costituito la premessa per il radicamento territoriale e la espansione delle mafie (Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta in particolare) nel centro e nel nord del Paese e all’estero, attraverso processi di riproduzione delle specifiche modalità mafiose di penetrazione territoriale, politica ed  economica già attuate nelle tradizionali regioni d’origine. Un fenomeno non nuovo, che conosciamo esistente sin dagli anni ’50, attraverso presenze e segnali ben precisi, spesso misconosciuti e negati fino a qualche anno fa, dalle fonti ufficiali locali, che invece erano stati correttamente oggetto di analisi e valutati nelle relazioni delle Commissioni parlamentari antimafia, di cui, come consulente ho fatto parte dal 1989 al 1992. Soltanto da qualche anno diverse e più approfondite indagini svolte in centro e nord Italia hanno messo in luce, con alterne fortune sul piano giudiziario, la presenza di organizzazioni mafiose. Molte di loro, come, ad esempio, l’inchiesta della Procura di Roma conosciuta come “Mafia Capitale”, hanno accertato una nuova pericolosa evoluzione, vale a dire il consolidamento di complesse reti di relazioni fra mafiosi, altri criminali, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici: rapporti inquinati all’inizio da intimidazione e violenza che lasciano il posto alla convenienza, alla collusione, alla corruzione, al favoritismo, alla coincidenza interessi diversi. Questo coacervo di collusioni, interessi e affari sembra avere determinato una forma di organizzazione mafiosa nella quale si determina una saldatura fra il “sottomondo” criminale e il “sopramondo” sociale, politico ed economico garantita dalla corruttela, anche se, quando serve, l’organizzazione ritorna come sempre all’uso dei consueti sistemi mafiosi della violenza e dell’intimidazione. Naturalmente, le valutazioni giuridiche sulla riconducibilità di queste forme associative all’art 416 bis c.p. spettano ai giudici, ma io credo che sia possibile per la giurisprudenza adottare prospettive evolutive del modello legale delineato dal codice, anche tenendo conto della mutevolezza e capacità di adattamento che sono iscritte nel codice genetico delle mafie.

    Piuttosto credo che le riflessioni scientifiche dovrebbero concentrarsi su modalità opportune per trovare, almeno a livello europeo, un linguaggio giuridico comune che non sia di ostacolo alla cooperazione giudiziaria, come spesso avviene adesso.

    Il contrasto alla mafia, alla pericolosa simbiosi tra illegalità, economia e potere, lo ripeto da decenni, è un impegno che riguarda tutti: le istituzioni, la società civile e ciascuno di noi individualmente. Senza condividere la stravagante proposta – riferita dall’Autore ad “antimafiosi populisti” a corto di isteriche richieste alla politica nazionale – di istituire un tribunale speciale per aiutare il Messico a combattere la loro mafia, che, a mio avviso, fa il paio con quella di calare sic et simpliciter il nostro 416 bis c.p. nelle legislazioni europee, da Presidente del Senato vorrei ricordare a me stesso e alle parti politiche la responsabilità primaria che grava sul Parlamento affinché gli strumenti giuridici e operativi di prevenzione e di contrasto siano costantemente aggiornati, seguendo le evoluzioni dei fenomeni criminali, le esperienze applicative, gli obblighi internazionali, la giurisprudenza, le opinioni di operatori ed esperti. Dopo le ottenute modifiche legislative sulla corruzione, sull’autoriciclaggio, sul voto di scambio, sul falso in bilancio, seppur alla fine non pienamente soddisfacenti, da me proposte il mio primo giorno da senatore, ci sono altre fondate richieste alla politica per migliorare il contrasto alla mafia. Penso in particolare al disegno di legge che riforma il codice antimafia, le misure di prevenzione, la confisca, la gestione dei beni confiscati, approvato dalla Camera dei Deputati un anno fa e fermo alla Commissione Giustizia del Senato. Tutti sappiamo che questi ritardi non dipendono affatto dalle procedure del bicameralismo paritario, quindi io richiamo tutti, come ho già fatto in capigruppo sul DDL di riforma della giustizia penale, alla necessità di trovare gli accordi politici per portare in Aula queste norme con la rapidità che la politica sa ben applicare quando lo ritiene necessario. Penso anche alla necessità di dare seguito alle proposte formulate dalla Commissione parlamentare antimafia, come quelle contenute nella relazione del 31 maggio di quest’anno sui comuni sciolti per infiltrazione o per condizionamento mafioso.

    Con questi auspici lascio la parola agli autorevoli relatori ringraziando il Professor Visconti per averci dato l’opportunità di dibattere di questioni di grande attualità, sulle quali non si devono mai spegnere i riflettori, ricordando le vittime ma anche i tanti successi che hanno ottenuto le donne e gli uomini dello Stato. Grazie.

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