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    Cari amici, Autorità, Signore e Signori,

    Per prima cosa desidero salutare con vivo piacere Sua Eminenza il Cardinale Parolin; e ringraziare di cuore Mons. Andreatta, il direttore Caracciolo e il dott. Schiavazzi per avermi invitato nella meravigliosa cornice di Palazzo Maffei Marescotti. L’incontro di questo pomeriggio ci fornisce un’occasione eccellente per dialogare di etica e finanza; di economia e legalità; di fede e politica e ancora etica. Sullo sfondo, vi sono l’essenza e i bisogni dell’umanità, nella sua complessità e fragilità.

    Il titolo del volume di Limes che presentiamo, “Moneta e impero”, mi ha riportato alla mente l’immagine di quelle monete romane, coniate a partire da Vespasiano e Tito nel 77-78 d.C., che da un lato recano il profilo dell’imperatore e dall’altro quello dell’Equità, di regola rappresentata da una figura femminile che regge nella mano destra una bilancia, simbolo della giustizia. Al volto dell’imperatore che si riflette nella ricchezza, potenza e forza, si affianca il simbolo dell’Aequitas Augusti, della giustizia del principe, che segna al contempo il limite e il fine del potere, e in ultima istanza anche dell’uso del denaro. Una visione molto lontana. Come anche la Rivista in edicola mostra, oggi parlare di moneta e impero significa confrontarsi con i meriti, ma anche con le debolezze e i fallimenti del modello dell’economia di mercato proiettato su scala globale. Modello che ha reso possibile realizzare una “società del benessere” in ristrette aree del mondo, mentre al tempo stesso ha aumentato le diseguaglianze, accentuando i fattori di emarginazione, aggravando la povertà. In questo scenario di impero della moneta, di dominio della finanza, siamo chiamati a confrontarci in chiave globale con i più vistosi peccati umani: la ricerca del profitto e del potere, da vizi individuali, della persona, sembrano essere divenuti difetti del sistema globale, vizi geopolitici. In altri termini, a me sembra che sia proprio la diffusa perdita di valori soggettivi e collettivi che affligge le nostre società ad avere determinato il degrado della geo-economia globale che si ripercuote nei rapporti fra democrazia, finanza, economia; fra ricchezza e povertà; fra economia reale, sommersa e illecita. Non dimentichiamo che anche da un punto di vista etimologico la parola economia indica lo strumento, le regole, il modo di organizzare i beni della terra per le esigenze dell’uomo, di tutti gli uomini.

     

    Proviamo a partire dalle parole di Papa Francesco richiamate nell’invito per questo incontro, tratte dal discorso al Parlamento europeo e dall’Evangelii Gaudium. Ne emerge la duplice tensione dell’economia capitalistica globale, dominata dai poteri finanziari: da un lato, tensione con i valori fondanti la democrazia sostanziale e la sovranità popolare, e dall’altro con l’equità sociale. Ciò che Papa Francesco sembra denunciare sono le forti contraddizioni dell’economia e della finanza attuali con il principio democratico, il principio di eguaglianza sostanziale e di solidarietà, valori che per il loro significato universale trascendono i confini degli Stati. In questo colgo una sintonia significativa e feconda fra il codice simbolico della religione e quello della democrazia, non più due ideal-tipi opposti come era nella concezione illuministica ma due sfere che si affiancano e spesso si sovrappongono. Lo conferma la stessa esistenza di valori e di principi che uniscono ad una valenza etica, e di fede, un profondo significato politico e istituzionale: il principio personalistico, la solidarietà politica ed economica, il canone dell’eguaglianza sostanziale, il criterio dell’equità sociale; la stessa idea di giustizia, alla quale ho dedicato la mia vita, da magistrato e da politico. Non è casuale che questi ideali, cui si ispira la dottrina sociale della Chiesa, abbiano contribuito così tanto a costituire i pilastri dell’identità costituzionale della Repubblica italiana, e di quella dell’Europa, che nella tradizione giudaico-cristiana affonda buona parte del proprio patrimonio giuridico, filosofico e letterario.

    Nell’Europa sopravvissuta alle devastazioni del Secondo conflitto e alle nefandezze dei totalitarismi, le aspettative per società fondate sul riconoscimento delle libertà individuali, e sulla coesione sociale, hanno ispirato le esperienze di ricostruzione delle democrazie nazionali ponendo le premesse per un nuovo cammino di dialogo fra i popoli, preordinato alla pace e alla cooperazione economica. In questa cornice di valori e ideali, l’Europa del secondo dopoguerra è riuscita a liberarsi dallo spettro della guerra, realizzando per più di sessant’anni un sogno di pace, stabilità  e benessere fino ad allora inconcepibile. Oggi però altri terreni di scontro e altre armi rischiano di minare il grande sogno europeo. Le manovre oscure della finanza speculativa globale, le crisi dei debiti pubblici, la mobilità dei cambi, l’insufficienza dei controlli sui movimenti internazionali di capitali si riflettono pericolosamente sul futuro dell’Unione europea originando sentimenti di disaffezione e avversione, populismi, estremismi che speravamo di avere lasciato indietro per sempre.

    I conflitti economici e finanziari dei nostri giorni sono tanto più pericolosi in quanto combattuti con capitali creati non dall’economia reale ma dalla smaterializzazione del lavoro e della produzione. Capitali che vengono trasferiti nell’empireo anonimo e oscuro della finanza sovranazionale, dove non ci sono persone, nomi, volti, ma, ad esempio, banche centrali, fondi sovrani che amministrano migliaia di miliardi di dollari, compiendo solo operazioni virtuali e improduttive, che, seguendo segnali imprevedibili, generano insicurezza ed incertezza nei mercati. L’immaterialità e l’anonimato della finanza globale è ciò che la rende immune da responsabilità e  contraria alla stessa coscienza umana, in quanto devota all’unica etica del profitto.

    La prima sfida che dobbiamo porci, etica ed economica, è dunque il ritorno all’economia reale, alla produzione di beni e valori tangibili. La seconda sfida è riaffermare il ruolo pubblico rispetto alle imprese di carattere strategico, che soddisfano bisogni sociali primari. Penso all’appello lanciato da papa Francesco il 22 marzo affinché l’acqua, bene comune per eccellenza, sia pubblica e nessuno sia escluso o discriminato nel suo uso. Penso a settori e beni strategici come i servizi sociali, la sanità e l’istruzione, ma anche all’energia, all’ambiente, al trasporto pubblico. Il sociologo Luciano Gallino ha descritto con un’efficace immagine il “finanz-capitalismo” come una “mega-macchina” per estrarre e per accumulare capitale e potere, sfruttando il valore prodotto dal maggior numero possibile di esseri umani. Secondo stime dell’ONU 35 milioni di persone vivono in situazioni di lavoro forzato, di schiavitù, di dipendenza fisica e psicologica da altri uomini che li sfruttano. Si pensi alla tratta di esseri umani, alla prostituzione, alla droga, ai traffici di organi, al gioco d’azzardo, alle mafie. Per questo, la terza e più difficile sfida è proprio orientare il fine ultimo della produzione diversamente: ripartire dalla persona umana, dalle sue necessità, dalle sue aspettative.

    Affrontando il tema in prospettiva macro-economica, la più grande innovazione dei nostri tempi consiste nello slittamento dell’indirizzo politico economico-finanziario dall’ambito tradizionale dello Stato-Nazione allo scenario sovra-nazionale, l’Unione europea per quanto ci riguarda. La risposta europea alla crisi economica si è materializzata in una nuova dimensione di governance economica e finanziaria, che si regge sull’imposizione di forti limitazioni alla sovranità nazionale. Gli Stati membri hanno visto trasferire a Bruxelles molte delle decisioni strategiche che tradizionalmente componevano la politica economica e finanziaria nazionale. Scelte necessarie, che io ho condiviso. Ma sul piano politico-istituzionale non può mancarsi di segnalare il limite della nuova governance economica europea: l’affidamento delle grandi scelte macro-economiche a strutture e a sedi decisionali prevalentemente tecniche – l’Euro-gruppo, l’Eco-fin, la Banca centrale europea – soggetti che hanno legami deboli con le tradizionali strutture rappresentative: le assemblee legislative. Oggi, mentre la ripresa comincia a realizzarsi, si pone dunque l’esigenza di riaffermare il controllo democratico sulle politiche economico-finanziarie in modo da riportare l’attenzione ai fattori e ai valori dell’economia reale, dell’occupazione e produzione, senza trascurare, naturalmente, il rigore della disciplina di bilancio. Una sfida esistenziale per l’Unione europea, che impone anzitutto di riscoprire il ruolo del Parlamento europeo. Mi sembra significativo a questo proposito il contributo strategico offerto di recente da questa istituzione all’instaurazione di un’autentica Unione bancaria europea, che affiderà proprio al Parlamento la funzione di controllo sull’operato della Banca centrale europea e degli altri organismi di settore. Io sono convinto che anche i Parlamenti nazionali possono offrire a questa causa un contributo importante, orientando la politica economica e finanziaria dell’Unione europea verso una strategia di crescita più attenta ai bisogni reali dei consumatori e dei lavoratori, alle aspirazioni dei giovani inoccupati, alle esigenze creditizie delle imprese, al sostegno del reddito e delle prospettive dei più svantaggiati. La capacità di dare voce a questi bisogni deve essere al cuore del lavoro delle assemblee elettive, che devono consentire la partecipazione di tutte le istanze e tutti gli interessi, con il pluralismo della rappresentanza, la trasparenza delle procedure, la tutela delle minoranze.

    Nella mappa dei problemi è determinante il peso dell’illegalità sull’economia e sulla democrazia: vorrei definirlo il “capitalismo criminale”. Mi riferisco all’impalpabile confine fra violenza, intimidazione, paura e convenienza; al coinvolgimento dei sistemi economico-finanziari che accolgono senza scrupoli qualsiasi investimento, senza guadare all’origine, anche illecita, dei capitali. Se il sistema finanziario nascondesse solo la ricchezza sarebbe un modo per sottrarla al fisco e renderla improduttiva, ma gli investimenti nell’economia lecita di danaro a costo zero  inquinano il tessuto produttivo dell’economia e, talvolta, finiscono col controllare interi Stati e governi, e col generare crisi della democrazia, ingiustizie, povertà e miseria. Penso all’economia sommersa e al lavoro nero che garantiscono misere possibilità di sopravvivenza ai più deboli e al tempo stesso impediscono lo sviluppo, corrodono la concorrenza, rafforzano la lealtà dei territori alle mafie. Il degrado etico della nostra società sta poi producendo una crescente confusione degli ambiti del lecito e dell’illecito, una forte caduta morale nella quale si fatica a distinguere il giusto dall’ingiusto, il Bene dal Male. Le più recenti indagini svelano trame nell’ombra, reti opache di relazioni che uniscono mafiosi e criminali a politici, imprenditori, professionisti, funzionari pubblici: avvinti dal disinteresse per il bene comune, dalla collusione e dalla corruzione. Un tema questo cui è dedicato il libro Corrupción y pecado dell’allora Cardinale Bergoglio, di cui ho avuto il grande privilegio di scrivere la post-fazione per l’edizione italiana. Il Santo Padre vi è tornato molto spesso, sia in chiave morale dicendo che la corruzione “puzza” e che i corrotti danno da mangiare ai loro figli “pane sporco”, sia in chiave di danno sociale dicendo che la corruzione “la paga il povero; gli ospedali senza medicine, la pagano gli ammalati che non hanno cura, i bambini senza educazione”. E’ questa la ragione per cui io mi sono impegnato con tanta energia in Parlamento su questo argomento: perché la corruttela, il “nero”, l’economia sommersa, l’evasione fiscale sottraggono risorse destinate alla spesa sociale, aumentano le diseguaglianze, tolgono voce e forza ai più deboli e ai giovani, condannandoli alla marginalità, all’incertezza e alla disperazione.

    Ma non possiamo dimenticare che sono gli egoismi e le disunioni fra gli Stati a perpetuare le derive della finanza internazionale e la sostanziale impunità di cui godono i capitali criminali e illeciti, un giro di ricchezze che vale molte centinaia di migliaia di miliardi. Gli interessi di singoli stati e gruppi di persone hanno tenuto in vita i cosiddetti “paradisi fiscali e bancari”, che faccio fatica a considerare paradisi e non esito a definire piuttosto “inferni”: ordinamenti che proteggono l’identità dei titolari delle ricchezze e si trovano ovunque nel mondo, anche nel fragile sistema finanziario europeo. Rintracciare e riconoscere il denaro illecito è quindi la sfida del nuovo millennio. E per questo plaudo agli accordi che il Governo italiano conclude con i Paesi ove presumibilmente si trovano ricchezze celate al fisco e alla giustizia italiane. Bisogna però essere consapevoli che queste azioni potranno in definitiva avere successo solo se condotte da tutti i Paesi e su scala globale. Un impegno che deve estendersi – lo si sta facendo proprio su iniziativa italiana – al contrasto al terrorismo, soprattutto quello dello Stato Islamico. La comunità internazionale, oltre a dovere stabilizzare politicamente l’area, ad intervenire militarmente e a curare un’adeguata contro-comunicazione anche contro il proselitismo informatico, deve operare per impedire che il Califfato e le sue varie diramazioni si servano del sistema finanziario internazionale. Bisogna intercettare i flussi di finanziamento dello Stato Islamico, inclusi quelli riconducibili a donazioni, alle estorsioni e allo sfruttamento di beni economici e di risorse: petrolio, prodotti agricoli, stupefacenti e altri traffici illegali. Così come bisogna assolutamente impedire che lo Stato Islamico possa prestare assistenza finanziaria e supporto materiale ad altri gruppi terroristici operanti altrove, in Libia, in Tunisia, nel Maghreb, luoghi così vicini ai confini dell’Europa.

    Concludo. Il grande nemico da battere è l’ipocrisia. L’ipocrisia che, in nome del profitto, non distingue il denaro che viene dal lavoro, dall’ingegno, dalla produzione, dalla fatica; dal denaro di origine occulta, che viene dall’illecito, dallo sfruttamento dei poveri, o dal denaro sporco di sangue. Per questo c’è bisogno del massimo della cooperazione internazionale soprattutto da parte di quei Paesi che si trincerano dietro l’ipocrita affermazione che nei loro confini questi problemi non esistono, mentre non si vogliono vedere. Per questo accolgo come un monito universale e un incoraggiamento di grande forza morale la vera rivoluzione impressa dal profondo impegno di Papa Francesco a dare trasparenza all’assetto economico e finanziario, rivolto all’unico fine di combattere la povertà e la miseria  con il coerente valore della solidarietà umana e cristiana, della misericordia, destinando i profitti ad aiutare gli ultimi, i deboli, gli emarginati. Credo che alla finanza globale bisogna rispondere con la politica globale. Nella società odierna, deplorevolmente inadeguata ad affrontare le sfide dell’economia globale, la sfida suprema è fissare codici di comportamento universalmente validi, che ruotino intorno ai diritti dell’individuo. Serve un vero sussulto etico della società civile e della politica che imponga agli Stati nuovi linguaggi e nuovi modelli di relazione fondati non sugli interessi, ma sui principi e sui valori. Sulla nostra comune e indelebile umanità. Questa, cari amici, è la mia speranza; e questo è il mio impegno. Grazie.

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