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    Gentili ospiti,

    è per me un grande piacere ospitare oggi in Senato la presentazione del secondo rapporto dell’ANMIL dal titolo “Donne, lavoro e disabilità: tra sicurezza e qualità della vita”.

    L’ANMIL nacque nella prima metà dello scorso secolo e si sviluppò come associazione fra operai e contadini infortunati sul lavoro e già all’epoca dedicava specifica attenzione alle condizioni del lavoro minorile e delle donne. Si trattava allora di condizioni durissime, spesso drammatiche. Fortunatamente – anche grazie al lavoro di strutture associative  quali l’ANMIL – la situazione attuale non è più neanche confrontabile con quella dell’epoca, ma le conquiste sono state strappate a fatica, con un percorso che è stato lungo e impervio, disseminato di ostacoli rappresentati spesso da “luoghi comuni” difficili da sradicare.

    La donna è da sempre e in ogni società una “lavoratrice”, in quanto ha sempre svolto un’attività socialmente essenziale ed economicamente quantificabile, a prescindere dalla retribuzione. Il lavoro casalingo, pertanto, è  “vero” lavoro e come tale deve essere riconosciuto, con pari dignità rispetto al lavoro svolto al di fuori dell’ambito domestico.  A seguito di un lungo cammino la donna ha raggiunto, nei Paesi democratici, una piena parità giuridica rispetto all’uomo, con un conseguente pieno coinvolgimento nei processi produttivi e, quindi, una maggiore esposizione al rischio di infortuni sul lavoro in ambiti esterni alla casa.

    Il rapporto presentato oggi ricostruisce un quadro dettagliato delle problematiche e delle tutele vigenti per le lavoratrici disabili sotto i profili della salute, dell’occupabilità, della sicurezza, della conciliazione e della qualità della vita. Molti dei dati forniti nello studio sono preoccupanti ed evidenziano come ancora la donna continuino ad avere più problemi rispetto agli uomini sotto diversi profili, tra i quali  quello dell’accesso al mercato del lavoro, quello della tutela della salute sui luoghi di lavoro, quello della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita familiare.

    In Italia ogni anno si verificano tra le donne lavoratrici circa 235.000 infortuni sul lavoro, cui si aggiungono circa 15.000 casi di malattie professionali. Di tali eventi, oltre 2000 comportano esiti di invalidità permanente di gravità tale da essere classificati “disabili da lavoro”. Il rapporto analizza in modo approfondito molti aspetti del fenomeno, fornendo una grande quantità di dati statistici relativi alla distribuzione geografica, alle tipologie di infortuni, ai settori produttivi, alle conseguenze personali e familiari derivanti dall’infortunio. I relatori che prenderanno la parola illustreranno  quei dati. Io mi limiterò ad alcune considerazioni.

    In particolare, molta attenzione è dedicata al fatto che oltre la metà delle donne infortunate non sia più in grado di svolgere le attività domestiche come prima dell’infortunio, e questo sembra incidere, soprattutto al Sud, sul ruolo familiare e sociale. Un altro fenomeno che ritengo particolarmente preoccupante è rappresentato dalla perdita del lavoro a seguito dell’infortunio: circa un quarto delle donne intervistate, infatti, dichiarano di esser state costrette a licenziarsi. La drammaticità del dato è evidente e conferma la persistenza di  comportamenti illeciti da parte di taluni datori di lavoro che rifiutano di considerare la donna infortunata come una risorsa e anzi cercano di liberarsene.

    Poiché il lavoro rimane uno degli elementi principali per favorire il mantenimento di una vita attiva e un buon livello di integrazione della donna nella società, simili comportamenti devono essere contrastati in modo determinato. Credo sia, inoltre, assolutamente necessario rafforzare l’attività di formazione e informazione sul tema della sicurezza sui luoghi di lavoro. Le campagne di sensibilizzazione devono essere rivolte sia ai datori di lavoro, sia ai lavoratori che denotano spesso scarsa consapevolezza sulle condizioni di lavoro non adeguate, realizzando specifiche campagne informative indirizzate alle donne.

    Infine, si deve rilevare che non sempre la normativa ha tenuto conto delle differenze di genere sui luoghi di lavoro e solo in anni recenti – peraltro limitatamente a specifiche tematiche – tali differenze sono state prese in considerazione dal legislatore. In futuro occorrerà una maggiore attenzione in tal senso, migliorando il quadro normativo vigente, in un’ottica sistematica di maggiore integrazione tra prevenzione, sicurezza, qualità della vita.

    Grazie.

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