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    Rettore Egidi, Presidente Manzella, Gentili professori, carissimi studenti,

    Con molto piacere mi trovo qui anche quest’anno alla presentazione del Master Parlamento e Politiche Pubbliche, ormai una consuetudine nell’agenda non solo della Luiss Guido Carli, ma anche del Senato. Per voi, cari ragazzi, si tratta per lo più di accostarsi per la prima volta alle istituzioni parlamentari; mentre per noi, che viviamo quotidianamente il Parlamento, questa è un’opportunità preziosa per fermarsi a riflettere sui dilemmi e sulle sfide della rappresentanza, per una sorta di bilancio annuale. Voglio subito dire che la mia breve e molto intensa esperienza parlamentare, caratterizzata dalle gravi difficoltà che vivono le istituzioni e il Paese ha, direi quasi paradossalmente, rafforzato la fiducia che nutrivo già da ragazzo nel metodo democratico e nel ruolo potenziale della politica per il bene comune. E, credetemi, non lo dico da difensore d’ufficio del Parlamento.

    I fattori di crisi del Parlamento si sono aggravati. Vi sono in primo luogo i problemi della rappresentanza, sintomo della crisi interna ai partiti che si ripercuote sui gruppi parlamentari, spesso determinando l’instabilità della maggioranza in Aula e nelle Commissioni. Il modo attuale di fare legislazione, che è dovuto alle esigenze pur comprensibili dell’esecutivo di fare fronte con rapidità ed incisività alla gravità della situazione, sacrifica gli spazi di confronto dell’assemblea, alimentando la sensazione di un Parlamento mero ratificatore di decisioni assunte altrove. Mi riferisco ai temi su cui più volte il Capo dello Stato ha fatto sentire il suo richiamo autorevole: i decreti legge “omnibus”, dal contenuto troppo eterogeneo; il ripetuto ricorso alla questione di fiducia, anche su maxi-emendamenti che in un unico o in pochi articoli, suddivisi in centinaia di commi, riassumono l’intero contenuto di leggi complesse ed articolate; la tendenza anche nei procedimenti di delega a ridurre all’essenziale principi e criteri direttivi, ampliando i margini di discrezionalità dell’esecutivo.

    Queste tendenze contribuiscono a diffondere, tra gli scranni, una situazione di frustrazione e di rabbia che sfociano a volte in comportamenti esecrabili come quelli che hanno visto protagonista l’Aula del Senato la scorsa settimana per il decreto “Sblocca Italia”, ad ottobre per il “Jobs Act” e in estate durante l’esame della riforma del Senato. Questa situazione nell’emiciclo espone a tensioni il ruolo del Presidente, stretto fra le comprensibili esigenze della maggioranza e le altrettanto legittime richieste di spazi democratici di confronto e dialogo dell’opposizione. Un ruolo estremamente difficile da interpretare anche per chi, come me, ha cercato di portare in questa nuova funzione di “arbitro parlamentare” la stessa passione, e soprattutto la stessa imparzialità ed equilibrio che ho perseguito con tenacia nei miei precedenti incarichi da magistrato.

    A queste problematiche dobbiamo saper guardare con realismo, ma anche con incrollabile fiducia nel metodo democratico, riscoprendo anzitutto quel ruolo del Parlamento descritto proprio dal Prof. Manzella come un “porticato” tra la società civile e le altre istituzioni. Le assemblee elettive sono essenziali per dare voce ai bisogni reali dei cittadini, troppo spesso soffocati da politiche che in nome della quadratura dei bilanci hanno sacrificato interventi di respiro più ampio per promuovere crescita e occupazione, sostenere l’imprenditoria e incrementare gli investimenti infrastrutturali. Serve poi, mi capita di ripeterlo spesso, potenziare la dimensione del controllo parlamentare, essenziale per conoscere e per rendere noto ai cittadini lo stato di attuazione delle riforme legislative. In Italia, troppe leggi rimangono inattuate. Su questo terreno, si aprono rilevanti prospettive di intervento specialmente per le commissioni che, in ogni specifico settore, possono svolgere audizioni, indagini conoscitive, acquisizione di elementi informativi per verificare l’efficacia dell’azione di governo: non solo per farne valere la responsabilità politica, ma per contribuire a una programmazione delle priorità di intervento condivisa e una più razionale valutazione di nuove norme e riforme che si sovrappongano ad altre rimaste incompiute. Vi è infine lo scenario europeo, nel quale dal Trattato di Lisbona ad oggi sono stati compiuti progressi sul tema della partecipazione democratica dei Parlamenti al procedimento decisionale. Una linea sottolineata dodici anni fa dalla Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo con un importante rapporto di cui era relatore Giorgio Napolitano, dove si segnalava la centralità della relazione fra il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali nell’integrazione europea. Proprio la scorsa settimana si è svolta qui in Senato la Conferenza inter-parlamentare sulla politica comune estera, di sicurezza e di difesa che ha visto un dibattito molto vitale sulle principali sfide esterne con cui l’Unione Europea si confronta.

    Tornando allo scenario italiano io sono convinto che le strade da intraprendere siano tre. Per prima cosa, in tempi non sospetti, ormai un anno e mezzo fa, ho avuto modo di sostenere l’assoluta priorità della riforma della legge elettorale per rinnovare il patto con i cittadini, anche prescindendo dal più ampio disegno di revisione costituzionale. Credo che sia anche formalmente necessario che il paese si doti di una legge elettorale. E questo a prescindere dalle prospettive politiche di ciascun dato momento, anche perché io sono convinto che la legislatura dovrà avere il suo normale termine e ho sempre lavorato in questa direzione. La legge elettorale dovrà al tempo stesso garantire la rappresentatività reale dei cittadini e la stabilità dei governi.

    In secondo luogo, credo che occorra procedere all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Per modernizzare e rilanciare la rappresentanza parlamentare e il complessivo sistema di equilibrio costituzionale del Paese si deve partire dalla regolazione dei partiti politici, giacché, per richiamare una parte importante del pensiero giuridico e politologico contemporaneo, da Maurice Duverger a Leopoldo Elia, la considerazione dei sistemi costituzionali senza lo studio del ruolo dei partiti, restituisce un’idea sbagliata dei regimi politici contemporanei. Si potrà così promuovere, anche attraverso lo strumento delle primarie che è sostenuto da autorevoli studiosi, una selezione democratica della classe dirigente; e rilanciare quell’etica pubblica del fare politica oggi troppo spesso schiacciata dai personalismi e dall’assenza di sistemi di controllo e sanzione interni alla politica. Un processo che servirà anche a ricondurre ogni soggetto intermedio fra i cittadini e lo Stato che aspiri ad esercitare l’attività politica, compresi i movimenti non strutturati in veri partiti, pienamente all’interno della norma costituzionale: “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

    Infine resta prioritaria e ineludibile la riforma parallela e ragionata dei regolamenti di Camera e Senato che, anche a prescindere dalla riforma costituzionale in atto, dovrà razionalizzare il procedimento legislativo. Mi ripeto anche qui, perché da molto tempo avverto che è necessario che il Parlamento garantisca al Governo tempi certi di esame dei provvedimenti prioritari per l’attuazione del programma di governo, salvaguardando al contempo spazi di dibattito e di riflessione per le minoranze e soprattutto sui temi più delicati, come quelli etici o che investono la tutela dei diritti fondamentali. Al tempo stesso sono convinto che dobbiamo ora portare al più presto a compimento una riforma strutturale delle amministrazioni parlamentari, per valorizzare le sinergie e per promuovere economie di scala nella organizzazione delle due Camere, in coerenza con le idee del “ruolo unico dei dipendenti” e del “ruolo unico dei parlamentari” che le Camere hanno accolto come obiettivo da realizzare entro la fine dell’anno. Il Parlamento italiano, ne sono convinto, non ha perso fede nel proprio ruolo e sono certo che le Camere e i singoli parlamentari sapranno cogliere le sfide che investono una “missione” istituzionale che si trova al cuore dei valori e principi su cui poggia la nostra comunità, la nostra storia e il nostro destino.

    Concludo rivolgendomi ancora a voi, cari ragazzi. La politica, nel senso più alto del termine, quella che deve tornare ad animare la democrazia parlamentare si occupa di noi, di come perseguire l’interesse generale e come garantire i diritti fondamentali delle persone. Per questo vi invito ad andare avanti con passione e determinazione lungo il cammino che avete scelto di intraprendere. Ringrazio il Rettore Egidi, il Prof. D’Alimonte, il Prof. Manzella, il Prof. Lupo e i docenti del Master per la competenza e l’amore per questa materia che sanno trasmettere. A tutti voi auguro affettuosamente un percorso di studi proficuo con l’auspicio che presto possiate contribuire a fare davvero del Parlamento il luogo dei diritti e della democrazia sostanziale.

    Grazie.

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