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    Autorità, gentili ospiti, presidente Bonino, caro Pietro, da oggi Comm. Bartolo,

    sono davvero felice di essere qui con voi oggi. Ringrazio Vincenzo Morgante, gli autori, e in particolare Emma Bonino, che quando l’ho chiamata per invitarla a partecipare non ha nemmeno guardato la sua agenda dicendomi: “E’ una bella cosa, voglio venire, se ho impegni li sposto”. Questa presentazione nasce da una intensa chiacchierata che io e Pietro Bartolo abbiamo avuto durante una parentesi del mio viaggio a Lampedusa dello scorso luglio.

    La prima volta che l’ho visto era nel pieno del suo lavoro: sul molo di Lampedusa assisteva allo sbarco di 125 migranti valutando, con la velocità di chi ha l’occhio allenato, lo stato di salute di ciascun uomo, ciascuna donna e ciascun bambino che scendeva dalla nave delle Forze militari. Uno sbarco tranquillo, senza particolari problemi, che mi ha immediatamente fatto provare l’orgoglio di appartenere a un Paese che soccorre e accoglie chi ha bisogno: un bell’esempio di forza delle istituzioni e di umanità dei nostri concittadini, siano militari, volontari, medici, giornalisti. Negli occhi di quelle persone che scendevano dalla barca ho visto la sofferenza, la fatica ma anche la luce della speranza, e ho avuto una certezza che in quei giorni ho ripetuto diverse volte: sono convinto che o l’Europa nasce a Lampedusa, o muore. O siamo capaci di essere davvero europei sin dal primo attimo in cui una persona in difficoltà bussa alla nostra porta, oppure siamo destinati ad un rapido declino, geopolitico e soprattutto morale. Si parla ancora di emergenza migranti ma Pietro, nel suo libro, traccia un bilancio che nega questa impostazione: sono infatti 25 anni che visita persone sbarcate a Lampedusa. Ad oggi circa 300 mila, ma è un conto destinato a salire di settimana in settimana.

    Al termine dello sbarco ho avuto modo di parlare con lui, e ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo: abbiamo passato qualche ora insieme ed ho avuto il privilegio di sentire molti dei racconti che compongono il libro dalla sua viva voce, spesso rotta dall’emozione. Mi ha raccontato del naufragio del 3 ottobre, quello che abbiamo celebrato giorni fa proprio in Senato come I giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, e degli altri naufragi di cui si parla meno ma che causano allo stesso modo centinaia di morti l’anno. Mi ha raccontato degli sbarchi difficili, delle ispezioni cadaveriche – quante ne avrà fatte in 25 anni? – della volontà di dare a ciascuna persona l’attenzione dovuta, della frustrazione di non poter dar loro più dell’assistenza medica, ovvero il sostegno morale e psicologico di cui hanno bisogno dopo viaggi che durano anche anni e in condizioni terribili. In realtà sappiamo che molte delle persone che ha visitato quel sostegno lo hanno sentito, e sono loro ad averlo testimoniato tornando a Lampedusa quando è stato possibile.

    Ci sono immagini, dentro queste pagine, che mi hanno colpito profondamente.

    Pietro cita spesso la sua pen drive, dentro la quale ha messo in questi anni i nomi e le storie che ha raccolto dai migranti che sono passati per Lampedusa e che conserva “con la puntigliosità di un archivista”. Questa sua esigenza, nata molto prima dell’idea di farne un libro, viene credo da un ragionamento che molti, anche tra importanti esponenti politici, non hanno ancora fatto. Se è facile, per quanto orribile, accettare statistiche che parlano di dieci, cento o mille morti, è molto più difficile sostenere che Faduma, Jerusalem, Omar, Mustafà, Anuar, Sama e Jasmine – ciascuno col proprio volto e la propria storia, fatta di lutti, sofferenza, stupri, rinunce e sacrifici – debbano essere abbandonati al loro destino. Quella pennetta piena di file è il modo che lui ha trovato per restituire a una massa spersonalizzata la dignità del proprio nome.

    Un secondo passaggio che voglio citare è il racconto della mattina in cui, leggendo i giornali, Pietro scopre di essere diventato “complice di un mondo pervaso dall’apparenza”: dopo l’immagine simbolo di lui che teneva in braccio Favour, esplosa sui giornali, le tv e i siti di tutto il mondo, solo poche righe erano state dedicato all’identica storia di un altro bambino che aveva perso la madre in mare durante il viaggio, Mustafà. Mentre decine di coppie si erano offerte per adottare Favour, forse pochi sanno che sono sbarcati quest’anno più di 16 mila minori non accompagnati, molti dei quali in cerca del calore e dell’abbraccio di una famiglia. E’ lo stesso tipo di onda emotiva che si è sollevata per “il piccolo Alan”: quello shock è durato troppo poco: tutto il mondo ha pianto qualche giorno e poi è passato oltre. La consapevolezza che non sarà l’emozione a risolvere i problemi, ma una strategia di medio e lungo termine ben delineata e condivisa tra i Paesi europei, è ancora solo una speranza.

    Il terzo passaggio che mi piace citare è quello che da il titolo al libro. Pietro ricorda gli ultimi giorni di vita di suo padre, le ultime uscite in mare di un pescatore che col suo lavoro ha cresciuto sette figli e portato lui alla laurea. Parla del suo viso, della maschera di sale che gli restava addosso tornando sulla sua barca, e delle lacrime che rigavano quella patina di sale marino. Le stesse che Pietro vede ogni giorno sui volti dei migranti che arrivano a Lampedusa. La lezione che ci viene da questa conclusione è quella di sapersi identificare nell’altro: Pietro riconosce suo padre nelle persone che sbarcano a Lampedusa, riconosce, nelle loro, le stesse lacrime di chi gli ha dato la vita. Se le strategie internazionali devono essere delineate da chi ha responsabilità politiche, questo riconoscimento intimo ci riguarda tutti. Dobbiamo trovare la capacità di riconoscere davvero come fratelli e sorelle le donne e gli uomini che chiamiamo migranti. E l’impegno di persone come Pietro Bartolo ci è d’esempio: se lui, come dice nel libro, si sveglia la notte con gli incubi per quello che ha visto, prima o poi ci troveremo tutti a non riuscire a prendere sonno al pensiero di quello che abbiamo ignorato.

    Per questo spero che il libro arrivi nelle mani di chi si illude di poter preservare la propria sedicente superiorità alzando muri, di mattoni, di odio e di ignoranza. Io credo al contrario che il nostro Paese abbia una responsabilità speciale nel Mediterraneo e nel mondo che deriva da quello che noi siamo, da dove veniamo: dalla nostra storia millenaria di crocevia di civiltà, donne e uomini, cose e idee. Da siciliano sono cresciuto guardando dal balcone di casa l’altra sponda del mare e percependola non come un luogo di nemici di cui diffidare, ma come il completamento del nostro stesso essere europei e mediterranei. Le parole del nostro dialetto, i profumi della nostra cucina, la bellezza delle nostre opere d’arte sono piene di influssi arabi. Questa è la nostra storia, il nostro passato. Per questo dobbiamo essere in grado di portare in Europa un progetto di futuro dove la coesione sociale non si costruisca attorno alla religione, all’etnia, alle inclinazioni personali, ma attorno alla solidarietà, all’impegno per il bene comune, alla dignità umana. E Lampedusa, che è nata da un pezzo di roccia africana e al tempo stesso è italiana, siciliana, europea e mediterranea è il più bel posto al mondo dal quale far partire questo messaggio di libertà, pluralità e umanità.

    Per non vedere nessuno versare ancora lacrime di sale.

    Grazie

     

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