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    Autorità, gentili ospiti,

    ho accolto con grande piacere l’opportunità di ospitare in Senato la presentazione del nuovo libro di Massimo Franco “L’assedio. Come l’immigrazione sta cambiando il volto dell’Europa e la nostra vita quotidiana”. Mi pare sia una bella occasione per una tregua dal furoreggiare della campagna elettorale, un momento per riflettere con serietà e pacatezza, fuori dalle strumentalizzazioni mediatiche e politiche, su una serie di sfide cui sono chiamate tutte le componenti sociali del Paese e l’intera comunità internazionale. Sono convinto che su certi temi, che riguardano il futuro dell’Italia e la sua posizione nel mondo, siano vitali le analisi e gli approfondimenti lungimiranti, il confronto e la sintesi fra diverse opinioni come antidoti a certi toni semplicistici e apocalittici che forse fanno guadagnare qualche voto ma fanno male a tutti. Ringrazio per la loro presenza gli autorevoli relatori (Luigi Di Maio, Andrea Riccardi, Lucio Caracciolo e Stefano Folli), che potranno offrire prospettive diverse e interessanti sui temi del bel volume di Massimo Franco.

    La caratteristica che mi ha colpito di più del libro è la capacità di Massimo Franco di superare i tanti luoghi comuni e comodi slogan che purtroppo si ritrovano molto spesso nelle narrazioni della politica, del giornalismo e della saggistica. Lo stesso titolo trae in inganno se non si legge il testo: si può e si deve parlare di “assedio”, spiega l’Autore sin dalla prima pagina, ma senza limitarlo ai migranti. L’assedio più preoccupante è quello più risalente e duraturo (cito) “che parte dall’interno dell’Ue e mette in tensione le sue strutture, la sua strategia, i suoi valori almeno quanto quello dall’esterno: è l’assedio dei singoli Stati europei all’idea di Europa e il ripiegamento su logiche nazionali”. I numeri assoluti infatti non autorizzano affatto la retorica allarmata che domina il dibattito: nel territorio dell’Unione, 508 milioni di persone, nel 2015 sono arrivati un milione di migranti; 200 mila dall’inizio dell’anno a fine maggio. I flussi, pur se intensi, non spostano di molto le lancette demografiche del continente. Quello che spaventa i cittadini e li spinge a perdere fiducia nelle istituzioni comunitarie, è la sensazione, purtroppo fondata, che non esista una strategia a lungo termine di fronte a fatti che vengono vissuti come emergenziali e che invece sono fenomeni di carattere strutturale. Il paradosso è che si tende a costruire “un’immagine spaventosa dei migranti, senza peraltro riuscire a fermarne se non in parte l’arrivo”. Un circolo vizioso nel quale emergono debolezze europee e fragilità politiche delle giovani democrazie dell’est europeo.

    Il volume si snoda secondo un percorso complesso e coerente. Parte dall’analisi della crisi migratoria, della quale individua l’origine profonda nelle destabilizzazioni determinate proprio dall’Occidente nel Mediterraneo e nel Medio Oriente; e valuta la pericolosità della risposta europea, all’insegna della frammentazione, di divisioni e approcci nazionali: premesse per accelerare la stagnazione economica attraverso la limitazione della libera circolazione di merci e persone e incrementare i rischi di radicalizzazione delle minoranze nel territorio europeo. Il libro quindi descrive con minuziosità e intelligenza l’entrata dell’Europa senza frontiere in un’epoca di nuovi muri, a partire dallo “sgambetto dell’Est”, del quartetto di Visegrad, ma non solo: barriere fisiche, ideologiche, giuridiche, persino mentali contro i presunti invasori ma anche contro gli altri Stati membri dell’Unione. Ogni muro, scrive l’Autore, è “una picconata all’identità costruita faticosamente dall’Europa” e “un monumento ai suoi egoismi nazionali”, mentre si diffondono tanti piccoli demagoghi europei xenofobi: avanguardisti di una scellerata propaganda che, da una parte, si erge a difesa di presunti valori religiosi e morali europei asseritamente sacri e immutabili, e, dall’altra parte, demolisce a colpi di piccone un’Europa considerata tecnocratica, contaminata e senz’anima. Il libro quindi descrive il “quinto mondo”, quell’universo fatto di sessanta milioni di disperati senza identità, volto e nazionalità, sballottati fra barconi, frontiere, manganelli, campi profughi e odio, un mondo reietto che ha generato una cinica industria dell’immigrazione, fonte di arricchimento per molte persone: commercianti, ristoratori e trafficanti di uomini. Infine, il volume torna in Europa, analizzandone il calo demografico che ne determina un declino economico e geopolitico potenzialmente irreversibile.

    Il primo punto su cui vorrei soffermarmi riguarda il carattere strutturale, l’origine e la prevedibilità della crisi. Ha ragione Massimo Franco a sottolineare l’incapacità dell’Europa di comprendere e agire per tempo. Gli elementi di conoscenza per la verità erano disponibili molto tempo prima della rivelazione del generale Dempsey con cui il volume si apre. Circa dieci anni fa, da Procuratore Nazionale Antimafia, indagando sulla tratta dei migranti ero venuto a diretta conoscenza della presenza di circa due milioni di persone sulla sponda meridionale del Mediterraneo in attesa del grande salto verso l’Europa. Ma allora la notizia diffusa nell’ambito della comunità internazionale passò nell’indifferenza generale. Anche l’Unione europea non comprese considerando, allora come ora, i fermenti alle frontiere un problema emergenziale e comunque periferico.

    In secondo luogo, vorrei sottolineare l’esigenza non rinviabile che l’Unione europea metta in atto una strategia per il Mediterraneo: se ve ne fosse stata una credibile e davvero sostenuta dagli Stati membri, non avremmo gestito con tanta colpevole negligenza il dopoguerra iracheno, non avremmo assistito inerti alla crisi siriana e all’ascesa dello Stato islamico, non ci saremmo fermati a festeggiare le “primavere arabe” come avanguardie della democrazia e non avremmo determinato il disastro libico. E mentre gli asseriti difensori della cristianità impugnavano severi la spada contro gli “invasori che contaminano la purezza delle radici europee”, l’assenza di una strategia ha consentito una decimazione delle minoranze cristiane nel Medio oriente, che vivono sofferenze e persecuzioni che ho potuto verificare di persona in un recente viaggio in Iraq. La ragione di questa scellerato disimpegno politico è, come segnala Massimo Franco, l’allargamento a nord-est dell’Unione, che ne ha spostato il baricentro geopolitico inducendo a trascurare la frontiera mediterranea.

    La terza considerazione che vorrei fare riguarda l’accoglienza in Europa. Io ripeto ormai da mesi che l’accoglienza di chi fugge da conflitti, persecuzioni o fame, non è un’opzione, un atto di liberalità, un gesto di generosità, una manifestazione di buon cuore: è un dovere morale, giuridico e internazionale di fornire protezione alle persone che sono costrette a lasciare le proprie case e di soccorrere i naufraghi. Tutti gli europei dovrebbero sentire questo dovere scolpito nella propria coscienza più di altri perché, come ha detto Papa Francesco con dolore e severità, l’Europa è “la patria dei diritti umani e chiunque vi metta piede.. deve poterlo sperimentare”. Ma vi è di più. Il “vecchio continente” si è trasformato in “nonna Europa”, come la chiama argutamente Massimo Franco. I bassi tassi di fertilità e il progressivo aumento della vita media condannano il continente al declino, all’incapacità di rinnovarsi, di creare lavoro e di progredire. Per questo le migrazioni devono essere considerate un fenomeno epocale che non si può impedire, ma si deve regolare con umanità e pragmatismo, come un’opportunità per dare nuova linfa al continente che invecchia. Già adesso, al contrario delle bugie della retorica xenofoba, le comunità immigrate contribuiscono moltissimo al benessere delle nostre società: producono molto più di quanto gli Stati membri non spendano per accogliere nuovi immigrati. Gli esempi positivi non mancano nel nostro Paese. Penso al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che ha ospitato e favorito l’integrazione lavorativa e sociale di molte decine di immigrati, i quali hanno restituito al paese vitalità e speranza e ne hanno fatto un vero esempio di civiltà, di multiculturalità e umanità in tutto il mondo. Oggi assistiamo a tragedie umane, guerre e torture che colpiscono intere popolazioni, in primis donne e bambini; a viaggi senza speranza, naufragi senza salvezza, cadaveri di bambini restituiti pietosamente dal mare sulla spiaggia, migliaia di vite spezzate che lasciano dietro affetti, sogni e legami. Ed è disumano rispondere a tutto questo con le pretestuose connessioni col terrorismo, indifferenza, egoismi, anacronistiche derive populiste e antieuropee, cinici commenti sullo spreco di trenta euro al giorno per migrante, o addirittura sui “risparmi consentiti da un naufragio”.

    Concludo. Il merito del bel libro di Franco è far ragionare senza illudere su facili e rapide soluzioni a problemi complessi e dolorosi; invitare a superare l’ansia sociale e la paura generata dalla reciproca interazione tra crisi economica, terrorismo e immigrazione, cavalcata da forze populiste e da Paesi che tentano di acquisire facili consensi e di condizionare la politica europea; infine, incoraggiare i Governi e i cittadini europei ad agire per il futuro dell’Europa con una strategia tempestiva per uscire dalla sindrome dell’assedio interno ed esterno. Jean Monnet nel 1976 ha scritto che “L’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi”. Io sono di quella generazione nata durante la Seconda Guerra e sono cresciuto vedendo nell’Europa un’utopia che si è realizzata lentamente davanti ai miei occhi. Sono quindi ottimista e determinato a impegnarmi perché il mio piccolo nipote possa crescere come un vero cittadino europeo in un’area di pace e di diritti sempre più integrata e sicura. Questa crisi, più ancora di quella economica, è una sfida esistenziale nella quale si confrontano due concezioni di Europa e due idee di futuro. Io rigetto con forza l’idea di chi si illude che erigendo muri di intolleranza e odio potrà preservare la propria asserita superiorità. Io credo invece che il nostro Paese abbia lo speciale dovere, per la sua storia e la sua anima, di portare in Europa un progetto di futuro dove la coesione sociale non si costruisce attorno alla religione, all’etnia, alle inclinazioni personali, ma attorno alla solidarietà, alla volontà di contribuire al benessere comune e alla dignità, che è sinonimo di umanità.

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