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    (Presentazione del volume di Enzo Ciconte, Francesco Forgione e Isaia Sales)

    Signore e signori,

    ho accettato con molto piacere l’invito ad ospitare in Senato ed a partecipare, insieme a relatori così autorevoli, alla presentazione, del primo volume dell’”Atlante delle Mafie”, a cura di Enzo Ciconte, Francesco Forgione e Isaia Sales. È un’opera importante e innovativa della quale ero stato messo a parte già nella fase di ideazione e alla quale con entusiasmo ho offerto un contributo attraverso il racconto della mia esperienza di giudice a latere della Corte di Assise al maxiprocesso di Palermo.
    Il volume è il primo di un’opera che si pone un obiettivo ambizioso: descrivere in tutti i suoi aspetti il fenomeno della criminalità organizzata in Italia attraverso saggi e racconti di professori universitari, magistrati, sociologi, storici, ma anche di ricercatori, giornalisti e appartenenti alle forze dell’ordine, tutti attivamente impegnati contro la mafia, che hanno ricostruito la storia e l’evoluzione dei 4 fenomeni mafiosi italiani.

    Dall’analisi storica e dallo studio degli elementi distintivi delle organizzazioni, gli autori sono arrivati ad individuare quello che hanno definito un “modello mafioso”, con caratteristiche ed origini comuni, fortemente caratterizzato dalla propria “riproducibilità”, all’interno ma soprattutto al di fuori dei confini nazionali. È questa riproducibilità la ragione, ad esempio, della diffusione della mafia siciliana nel Nord America, oppure della grande capacità di penetrazione in Germania della ‘Ndrangheta calabrese.
    Ne risulta un testo che è senz’altro utile agli addetti ai lavori ma che al tempo stesso rappresenta una lettura estremamente interessante per un pubblico più ampio, per tutti coloro che sono interessati a ripercorrere i passaggi e le motivazioni che sono all’origine della diffusione di questo terribile fenomeno italiano.
    Ho trovato particolarmente significativi e innovativi i capitoli dedicati al rapporto tra le mafie e la musica da una parte, il calcio dall’altra, così come quello dedicato agli aspetti sociologici dello “stare a tavola” dei mafiosi.
    Ma non posso negare di aver sorriso amaramente nel leggere il titolo che è stato dato al primo saggio, scritto dai tre curatori: “Le ragioni di un successo”.
    Perché è purtroppo un’amara verità: questo fenomeno tutto meridionale è diventato un successo nazionale e mondiale. Non é senza ragione che da un sondaggio si é appreso che la parola italiana più conosciuta al mondo è mafia, seguita dalla parola pizza.

    Sono sicuro che quest’opera costituirà un utile strumento per capirne meglio le origini, le ragioni del radicamento e i suoi elementi costitutivi, primo fra tutti quel genere di violenza che gli autori hanno definito “di relazione e di integrazione”, che è alla base della sua forza. La Mafia oggi può essere considerata come la metafora del potere. Infatti, non ha ideologia e cerca di intrecciare relazioni e rapporti con la politica, con l’imprenditoria, con le professioni e con la burocrazia amministrativa soprattutto per appropriarsi di fondi pubblici, utilizzandoli poi per entrare in partecipazione in lucrosi affari. Finché mafia e politica ricercheranno il consenso dei cittadini con un sottile gioco di intimidazione, di ricatti, di clientelismo e di interessi, spesso convergenti, non si potrà mai intravedere una speranza di cambiamento, non vi potrà essere alcun progresso.

    Solo una nuova dirigenza animata da sani principi etici, capace di dire no alla mafia e alla corruzione, potrà contribuire a una rivoluzione culturale che è presupposto indispensabile per liberare il Paese dalla schiavitù delle organizzazioni mafiose.
    La ricerca di una posizione di monopolio (in economia) o di presenza condizionante (in politica) attraverso il coinvolgimento in lucrosi affari illeciti o l’uso, o la semplice minaccia, quando indispensabili, della violenza, ha da sempre imposto al mafioso la necessità di costruire, ampliare e rafforzare una fitta rete di rapporti esterni con le altre persone «che contano» nel medesimo ambiente. L’«uomo di rispetto» si colloca così al centro del divenire delle relazioni sociali. E se non cambierà il modo di fare politica, vi rimarrà pur nel mutare degli assetti politici, economici e sociali Il suo comportamento è centrato nella mediazione tra classi sociali in stato di conflittualità, anche latente, e tra queste e il potere politico-burocratico, sempre, naturalmente, in chiave di composizione di interessi opposti. Sorge così la nozione concettuale di rapporto clientelare, che presuppone una netta disuguaglianza di status e di potere tra i soggetti interessati e che é comune sia alla mafia sia ai cosiddetti poteri forti. I collegamenti e gli intrecci determinati dalla dimensione clientelare hanno favorito al massimo la permeabilità del sistema politico-economico-sociale all’infiltrazione mafiosa e, nel contempo, la conquista della dimensione borghese da parte della mafia. Quando la mafia, come documentato da numerose indagini, interloquisce nella nomina di primari ospedalieri, nelle raccomandazioni per i concorsi all’università, nelle candidature elettorali, nella nomina degli amministratori degli enti locali, nelle variazioni dei piani regolatori, nella realizzazione di centri commerciali e così via, concorre alla pianificazione della vita pubblica e alla formazione della borghesia mafiosa, che costituisce l’interfaccia tra la base militare-predatoria e il blocco sociale-politico-affaristico.
    Non v’è dubbio che il mafioso che accumula enormi profitti, che controlla parti rilevanti del territorio, che influenza a suo favore i flussi della spesa pubblica, non potrà non difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai suoi interessi, di procurarsi magari una stampa favorevole e una protezione politica.

    Il politico influente, l’imprenditore stimato, l’uomo d’onore fanno parte di una rete di amicizie strumentali alla quale si cerca di connettersi, in mancanza di altre reti di rapporti basate su valori diversi (onestà, meriti, capacità professionale, affidabilità eccetera). Per cui, al di là delle grandi dichiarazioni di principi, degli schieramenti politici, degli spazi istituzionali di dibattito e di azione, si strumentalizzano i rapporti interpersonali, «amicali», per prendere le decisioni, per fare affari, per veicolare capitali, conoscenze, persino identità, e questo in particolar modo negli ambienti affaristici. Tale insieme reticolare di relazioni ha una grande vischiosità e inerzia: chi esce da questa «rete» perversa si trova non solo esposto alla minaccia di ritorsioni, ma anche alla perdita dei benefici e dei privilegi che derivano dal compromesso. E di fronte all’alternativa tra una vantaggiosa connivenza e l’isolamento che in alcuni casi può risultare anche mortale (come nel caso di Libero Grassi), purtroppo ancora pochi hanno il coraggio di assumere una posizione «eroica» di rifiuto a questo sistema di potere.
    Nel nostro Paese assistiamo a una grave crisi della legalità: è venuto meno il sistema dei valori, il senso etico. Le notizie, i dati, le informazioni riportate dagli organi d’informazione ci parlano di cattivi esempi, che portano a cattive imitazioni. Assistiamo quotidianamente, persino nelle aule parlamentari, alle invettive contro la magistratura inquirente; all’occupazione delle strutture sanitarie; all’interessata intromissione, da parte della politica, nei rapporti economici e negli affari; allo spreco del denaro pubblico investito in opere generosamente finanziate e magari mai finite; all’esplicita ammissione che la politica clientelare costituisce un comportamento normale, che non deve scandalizzare, perché viviamo in una realtà in cui ci si deve dare da fare, con qualsiasi mezzo, per conquistare il potere e gestire il consenso.
    Bene! Auspichiamo che tutto ciò non sia frutto di una strategia della nostra politica. Non possiamo accettare una politica che voglia deliberatamente mantenere i cittadini, come sudditi, nel bisogno, per poter continuare a elargire favori ai singoli, senza interpretare e tendere a soddisfare i bisogni della collettività.

    Perciò non basta contrastare la mafia. Bisogna ricostruire la democrazia nel Mezzogiorno e rafforzarla nel resto d’Italia, con l’impegno di tutti, sia dei cittadini, sia di coloro che rappresentano gli interessi dei cittadini nei partiti, nella politica, nelle istituzioni, nei sindacati, nei movimenti, nelle associazioni di categoria. L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve perciò essere accompagnata dall’antimafia della correttezza della politica e del mercato, dell’efficienza della pubblica amministrazione, del buon funzionamento della scuola.
    Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità, cioè passare dalle parole alla realizzazione di progetti. Il problema è unire valori a interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.
    Concludo con la convinzione che quest’opera ci aiuterà a riconoscere, raccontare ed a contrastare la mafia , i mafiosi ed i loro complici.
    Rinnovo quindi i miei sinceri complimenti ai curatori del progetto editoriale, chiedendo loro di proseguire con lo stesso entusiasmo perché quanto prima possiamo veder nascere gli altri volumi dell’opera, che, come il Titano Atlante riusciva a reggere la volta celeste, contribuirà a far conoscere il mondo della mafia.
    Grazie.

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