Condividi

    Pietro Grasso è, insieme, un protagonista e un testimone diretto. A venticinque anni dagli attentati ai giudici Falcone e Borsellino, il nuovo libro del presidente del Senato non soltanto offre nuovi particolari, storie, episodi ma permette di rivivere una stagione travagliata e rilevante della nostra storia repubblicana. Una stagione legata alla presenza criminale, invasiva e funesta, della mafia e alla risposta efficace che, contrastando incertezze, omissioni, complicità e collusioni, lo Stato – con molti dei suoi uomini migliori – riuscì ad assicurare, realizzando, con il Maxiprocesso di Palermo, una svolta decisiva nella lotta a Cosa nostra e ai suoi capi. Quel Maxiprocesso, di cui Grasso è stato giudice a latere, guidandolo con sicurezza, insieme al presidente Alfonso Giordano, superando ostacoli e difficoltà e scrivendone, in una vera corsa contro il tempo, le settemila pagine di motivazione della sentenza.
    Pietro Grasso è un profondo conoscitore del fenomeno mafioso, lo ha combattuto da vicino nei vari e importanti incarichi attraverso cui si è sviluppata la sua vita di magistrato. In questo libro ci offre pagine illuminanti sull’organizzazione delle cosche, sulla mentalità dei capi e dei subalterni, sui loro riti e sulla loro ferocia, rifuggendo – secondo la lezione di Falcone – da un approccio mitico (e, dunque, in qualche modo rassegnato) nei confronti della criminalità mafiosa. La mafia non è, infatti, un fenomeno ineluttabile, connaturato al Meridione e alla sua cultura. Ma è, fin dagli esordi, una grave patologia che, generata da cellule maligne, attacca la parte sana della società – la sua gran parte – seminandovi lutti e paura, ostacolandone lo sviluppo. Il libro di Pietro Grasso è, innanzitutto, un ampio affresco storico sulla lotta alla mafia, lotta descritta come una grande impresa, ma senza retorica. Da una parte del campo agiscono uomini violenti e malvagi, ai quali un ripugnante vissuto quotidiano, fatto di grettezza e mediocrità, toglie persino l’aura di protagonisti negativi. Dall’altra parte gli eroi veri, coraggiosi e talvolta solitari, che il libro illustra anche nella loro dimensione umana e affettiva, di persone normali, amanti della vita quanto della propria dignità e del proprio senso del dovere. Contro un mondo cupo e informe, fatto di pavidità e di tradimenti, di meschinità e di connivenze. Ci sono, quindi, i capimafia: per loro sembra perfettamente calzante la definizione di “banalità del male” coniata da Hannah Arendt per il nazista Eichmann. Ci sono alcuni pentiti che aprono uno squarcio nel mondo di Cosa nostra, infrangendo la regola dell’omertà e contribuendo alle indagini. E poi, appunto, gli eroi: Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Pio La Torre, don Pino Puglisi, Carlo Alberto dalla Chiesa e tanti altri. Guardando al passato, possiamo comprendere, oggi meglio di allora, che il loro sacrificio non è stato vano: la loro azione, pagata a così caro prezzo, ha permesso di conseguire tappe fondamentali nella lotta alla mafia. Il libro si apre e si chiude con il ricordo appassionato di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, due maestri per Pietro Grasso, due testimoni – nel senso greco: martiri – limpidi, coraggiosi e leali, che sono diventati, anche per l’intrecciarsi del loro impegno e della loro vicenda umana, il simbolo di tutti i caduti dello Stato e della società italiana nella guerra alla criminalità organizzata. Si guarda alle loro figure come punto di riferimento ideale, in Italia e nel mondo, per tutti coloro che credono nella legalità e nella giustizia.

    Grasso scrive loro due lettere immaginarie, dalle quali traspaiono immediatamente “disperazione, rabbia, un dolore lancinante e un senso di perdita irrimediabile”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono per lui modelli di vita, colleghi ma soprattutto amici. Un’amicizia nata e cementata da quella “meravigliosa avventura” che fu il Maxiprocesso, una stagione segnata anche da polemiche, delusioni, tentativi di delegittimazione e talvolta persino di isolamento. Ma in quell’occasione l’Italia si presentò con un fronte comune: non soltanto i giudici, ma il Parlamento, il governo, i media, l’opinione pubblica furono insieme protagonisti di quella che oggi ci appare come la prima grande vittoria di sistema dello Stato contro la mafia. Il Maxiprocesso fu, come ci ricorda giustamente il presidente Grasso, un vero e proprio spartiacque: dal quel giorno, infatti, l’opinione pubblica conobbe compiutamente volti, nomi, gerarchie, riti, affiliazioni, linguaggi di Cosa nostra. Essa non era più un’entità avvertita come misteriosa, inafferrabile e con la presunzione di invulnerabilità. Alla sbarra nell’aula bunker non c’erano solo singoli delinquenti: venivano processati – e condannati – un’organizzazione, un fenomeno sociale, uno pseudomito durato per troppo tempo. Su quella base, accanto alla rabbia, si fa strada la speranza. Pietro Grasso riporta una frase, significativa, di Falcone: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”. Da qui emerge una sorta di promessa che il presidente del Senato fa a Paolo Borsellino. Grazie ai successi ottenuti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, scrive Grasso, “la Sicilia non è più la terra degli infedeli: anche se non è ancora l’isola libera che sognavamo. Continueremo a credere in quel sogno”. Sono parole che ciascuno, ogni giorno, deve far proprie.

    Condividi