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    «Invito i politici italiani ed europei che vogliono alzare i muri a venire qui a comprendere parlando con i lampedusani, il prefetto, le forze di polizia, i medici, i militari, i soccorritori, i volontari. Li sfido a guardare negli occhi donne, uomini e bambini tremanti che hanno subito violenze indicibili e visto i propri cari morire: li sfido a chiamarli invasori…». Dal molo dell’isola di Lampedusa, avamposto d’Europa per centinaia di migliaia di migranti, il presidente del Senato Pietro Grasso traccia la linea di demarcazione fra l’Unione attuale, in preda a una crisi identitaria e di valori, e la speranza di ciò che potrebbe essere: «O siamo capaci di essere europei sin dal primo attimo in cui una persona in difficoltà bussa alla nostra porta, o siamo destinati ad un rapido declino, geopolitico e morale…», ammonisce Grasso. Prima del colloquio con Avvenire, ha visitato l’hotspot dell’isola e ha voluto accogliere di persona 125 migranti, ancora frastornati e indeboliti dalla traversata: «Più corridoi umanitari, meno barconi e meno traffici di esseri umani», più «ricollocazione dei profughi» negli Stati Ue, meno muri di egoismo, è il suo accorato appello all’Europa e alla comunità internazionale.

     

    Presidente, la generosità degli abitanti di Lampedusa stride con la realtà di un’Europa lenta, in cui diversi Stati alzano barriere di fronte alla migliaia di esseri umani in difficoltà…

    A Lampedusa, mi sono sentito orgoglioso di quest’Italia che soccorre e accoglie chi ha bisogno, un esempio di forza delle istituzioni e di umanità delle persone. Visitando la Porta dell’Europa e poi assistendo allo sbarco di 125 migranti ho capito che l’Europa o inizia a Lampedusa, o finisce. Qui ci sono persone che colpiscono per la loro capacità di aiutare il prossimo. Penso fra gli altri al sindaco Giusi Nicolini, che con intelligenza, passione ed energia si dedica ai suoi cittadini, ai migranti e ai turisti. E al medico Pietro Bartolo, che dal 1991 ha visitato e curato personalmente oltre trecentomila migranti. La sua umiltà, la sua competenza e la sua umanità mi hanno commosso.

     

    L’anno scorso è approdato un milione di migranti in Europa. Un numero cospicuo, ma certo non capace di mettere in difficoltà una Ue in cui vivono quasi 500 milioni di persone. Perché allora tanti intoppi nel far funzionare la ricollocazione europea dei profughi in arrivo in Italia e Grecia? 

    Il primo ostacolo è il ritardo con cui l’Europa ha capito che questo è un fenomeno di lunga durata, non un’emergenza temporanea: per anni, ha guardato alle crisi alle nostre frontiere meridionali come a problemi passeggeri e periferici, mentre serve una strategia lungimirante per il Mediterraneo. Il secondo intoppo è dovuto alle modalità di funzionamento della ricollocazione. Molti Paesi si dicono disposti ad accogliere una certa quota di profughi, ma in concreto pongono mille condizioni e ostacoli e rigettano molte proposte: così è impossibile per i migranti sapere la propria destinazione in anticipo e soddisfare il comprensibile desiderio di riunirsi ai propri familiari già in Europa. Servono, insomma, nuove norme e insieme più solidarietà.

     

    Da più parti si chiede il superamento del regolamento di Dublino in favore di un “asilo comune europeo”. Qual è la sua opinione?

    Io lo ripeto da anni: Dublino va modificato. Oggi il Regolamento mette sulle spalle del primo paese di approdo tutto il peso: soccorso, identificazione, valutazione dello status di rifugiato e accoglienza. Tutto si scarica sulla Grecia e sull’Italia. Le parole d’ordine per rivedere il Regolamento di Dublino sono solidarietà e efficienza che significa: equa ripartizione degli oneri fra i Paesi e forte semplificazione delle regole.

     

    Un anno fa, la scioccante fotografia del piccolo Aylan, il bimbo siriano annegato a pochi metri dalla costa turca, commosse il mondo. Ma da allora, altre migliaia di bambini hanno varcato acque e confini, spesso senza adulti ad accompagnarli, per sfuggire a guerre e povertà. Il dramma dei migranti è anche un gigantesco dramma dell’infanzia, che nessuno sembra in grado di risolvere…

    Quello choc è durato troppo poco: tutto il mondo ha pianto qualche giorno e poi è passato oltre. Qui a Lampedusa, nel Museo della Fiducia e del Dialogo, ci sono due capolavori che spezzano il cuore: il primo è l’Amorino dormiente di Caravaggio, che ricorda proprio Aylan. L’altro è la raccolta dei disegni fatti da una bambina, la piccola Sharazade, che raccontano le torture subite e le paure provate. Dobbiamo cambiare il modello per i minori non accompagnati, soprattutto per i più piccoli. Nel nostro ordinamento c’è la possibilità di prevedere l’affido familiare, che viene già praticato ma in misura ridottissima. Sono convinto che con una buona informazione in merito, il sostegno delle parrocchie e dei servizi sociali, si possa immaginare un grande piano di accoglienza diffusa per le bambine e i bambini soli. Quale luogo migliore per imparare la lingua e integrarsi che non quello dell’affetto di un ambiente sereno?

     

    La tratta di esseri umani è un mercato criminale lucroso e senza scrupoli. Alcune indagini rivelano perfino episodi di traffico d’organi. Sulla scorta dell’esempio, certo limitato ma assolutamente efficace e positivo, dato in Italia da un’iniziativa ecumenica concordata coi ministeri degli Esteri e dell’Interno, non sarebbe urgente aprire stabilmente “corridoi umanitari”, anzitutto per donne e bambini, per stroncare quel turpe commercio?

    Mesi fa la Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese Evangeliche sono venuti a illustrarmi questo loro progetto, che ha già fatto arrivare in Italia famiglie di profughi attraverso voli dedicati e in totale sicurezza. Credo che questa iniziativa, oltre ad essere elogiata, vada presa ad esempio: più corridoi e meno barconi. Sono tanti i benefici: togliere soldi a criminali senza scrupoli, garantire l’incolumità alle donne e ai bambini, che sono le prime vittime delle traversate, delle violenze, dei naufragi, bilanciare gli arrivi anche sotto il punto di vista del genere: ad affrontare i viaggi sui barconi, sono soprattutto giovani uomini che lasciano le loro famiglie nel paese di provenienza, con la speranza di ricongiungersi in un secondo momento. Se potessero venire direttamente insieme, anche l’impatto sociale e demografico sarebbe diverso.

     

    In Europa ci sono rigurgiti di xenofobia e razzismo. Nel nostro Paese, desta sgomento la brutale vicenda accaduta a Fermo. Quanto pesano i proclami populisti di chi aizza l’opinione pubblica, sventolando la retorica di una pseudo “minaccia” portata dai migranti?

    Pesano molto. Chi ha un ruolo pubblico non può parlare continuamente di invasione, pericolo, minaccia, assedio – contrastando tutti i dati reali – e poi non chiedersi quanto pesino quelle parole sullo stato d’animo dei cittadini. Le parole, diceva Carlo Levi, sono pietre, e a forza di usarle in maniera indiscriminata, si rischia di armare una sottocultura razzista e fascista che, seppure limitata, nel nostro Paese esiste. L’Italia non è un paese razzista, non lo sono i suoi principi costituzionali e le sue leggi – che infatti prevedono il razzismo come aggravante – ma è necessario smettere di soffiare sul fuoco della paura. Ci sono luoghi in cui si prendono decisioni importanti, tipo il Parlamento europeo: sarebbe più utile al Paese se alcuni europarlamentari italiani partecipassero di più a quei lavori e facessero meno i “crociati” da tastiera o da talk show.

     

    In un Paese a bassa natalità come l’Italia, l’apporto delle comunità di immigrati è essenziale per la crescita e lo sviluppo. Ma la mancata integrazione può innescare situazioni di scontro come quella avvenuta in Toscana con la comunità cinese. Cosa ne pensa? 

    L’Europa sta invecchiando: Papa Francesco al Parlamento Europeo l’ha definita “come una nonna”. I bassi tassi di fertilità insieme all’aumento della vita media stanno condannando il continente al declino, all’incapacità di rinnovarsi, di creare lavoro, di pagare le pensioni, di innovare. Per questo le migrazioni devono essere considerate come un’opportunità per dare nuova forza al continente che invecchia. Già oggi gli immigrati contribuiscono alle casse dello Stato più di quanto non si spenda per l’accoglienza. E’ evidente che sull’integrazione occorra lavorare di più e meglio, a partire dalle scuole dove i docenti fanno un lavoro eccezionale. L’accoglienza diffusa sul territorio, fatta di piccoli numeri e nuclei familiari, ad esempio, funziona molto meglio di quella dei grandi centri di permanenza, che spaventano le comunità locali e non offrono prospettive di integrazione.

     

    Da Iraq e Siria passando per Parigi e Bruxelles fino a Dacca. L’ombra sanguinaria del terrorismo ispirato al Daesh è ormai globale. Da magistrato, lei ha combattuto lo stragismo mafioso. Cosa la inquieta di più in queste nuove forme di terrorismo estremista?

    La difficoltà delle indagini sul terrorismo è data dall’assoluta imprevedibilità della minaccia, che viene infatti definita asimmetrica, dal suo carattere internazionale e dalle modalità di adesione dei terroristi all’ideologia violenta. Giovani normali influenzati dalla retorica folle dei terroristi si trasformano in carnefici e decidono di porre fine alla propria vita riducendo a brandelli ragazzi come loro: un tema che chiama in causa la nostra stessa società.

     

    Presidente Grasso, lei avverte il pericolo che l’Ue, logorata da una crisi economica lunga e dalle molte facce, incapace di affrontare il dramma dei migranti e indebolita dalla Brexit possa disgregarsi?

    Certo, il pericolo esiste ma noi lo dobbiamo scongiurare. Jean Monnet nel 1976 ha scritto che “L’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi”. Queste crisi ci hanno messo di fronte a due concezioni di Europa, due idee di futuro. Io non sono con chi si illude di potere preservare la propria sedicente superiorità alzando muri: di mattoni, di odio e di ignoranza. Io penso che da Lampedusa possiamo portare in Europa un progetto di futuro dove la coesione sociale non si costruisca attorno alla religione, all’etnia, alle inclinazioni personali, ma attorno alla solidarietà, all’impegno per il bene comune, alla dignità umana.

     

    Pensa che altri Paesi possano seguire la strada della Gran Bretagna? Cosa resterebbe dell’UE come la conosciamo adesso?

    Il Trattato di Lisbona prevede una procedura giuridica di uscita dall’Unione, quella che adesso il Regno Unito dovrà attivare, ma naturalmente l’auspicio politico è di ritrovare le ragioni dell’unità e non sfaldare ulteriormente l’Unione. Nessuno può dire quali saranno gli sviluppi di Brexit, ma l’Unione europea è imprescindibile, politicamente, economicamente e moralmente, e continuerà ad esistere, anche eventualmente in un formato ristretto di Paesi che sentono di condividere davvero la stessa idea di società e di futuro.

     

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