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    Magnifici Rettori, Autorità, docenti e studenti,

    è con grande piacere che porto il mio saluto e quello del Senato al convegno “Pirandello oggi”, tre giorni di studi e approfondimenti su uno dei più illustri e amati scrittori di tutti i tempi. E’ significativo che il centocinquantenario della nascita di Luigi Pirandello trovi nelle tre grandi università pubbliche romane un grande momento di confronto sulla sua opera e il suo pensiero. Consentitemi un poco di campanilismo: Pirandello è nato in Sicilia ed è stato, per tutta la vita, indissolubilmente legato alla sua terra d’origine. La nostra isola ha dato i natali a grandi figure che hanno ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo; noi siciliani siamo molto orgogliosi di questi nostri conterranei perché, con la loro azione, hanno saputo raccontare il volto più nobile e profondo di una realtà che ha infinite sfumature, e che per molti anni è stata ridotta ad una sola di esse, la più deteriore. Con orgoglio possiamo dire che non è più così, e ne è uno splendido esempio la scelta di Palermo come capitale della cultura nel 2018.

    Nel 1968, un altro grandissimo intellettuale siciliano, Leonardo Sciascia, volle consegnarci “una breve e quasi assolutamente personale memoria di un soggiorno nell’opera pirandelliana che quasi coincide con quello che lo stesso Pirandello chiamava «l’involontario soggiorno sulla terra», il mio involontario soggiorno sulla terra. Sui libri di Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a riviverli. Lo scarto tra i suoi libri e la vita è stato per me sempre minimo: e direi quasi soltanto per il fatto che i libri sono materialmente, fisicamente libri. È un paradosso, lo so: e forse nessuna poetica, nessuna estetica, potrebbe accoglierlo; ma è il miglior grado di approssimazione per esprimere quello che sento rispetto a questo mio strettamente conterraneo scrittore. Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello: scontrosamente, e magari con un certo rancore, prima; cordialmente e serenamente poi.”

    Aveva senza dubbio ragione Sciascia, Pirandello ha avuto, e ha, un ruolo essenziale nella cultura del ‘900. Non ha smesso di essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio, nelle aule scolastiche e in quelle universitarie, nei grandi teatri come nei piccoli. Lettori e spettatori di ogni età sono conquistati dagli innumerevoli casi, “strani e diversi”, della sua narrativa, fatta di novelle e romanzi, come dalla lucida passione espressa attraverso i suoi straordinari personaggi teatrali. La diffusione delle sue opere dimostra che è fra gli autori più letti, tradotti e rappresentati in tutto il mondo. Come pochi altri autori – penso a William Shakespeare per citarne uno – lo scrittore agrigentino ha prodotto opere in grado di sfidare il tempo e di parlare in ogni epoca a tutti gli uomini.

    Inquieto e tenace, al giovane Pirandello la Sicilia sarà presto stretta e si farà strada nella sua mente la forza di un ritornello che tante, troppe volte –  io stesso da ragazzo – abbiamo sentito: “cu nesci, arrinesci”. E’ del 1887 il salto verso Roma, dove si ferma appena un anno, spinto dall’ansia di conoscenza e di ultimare la tesi di laurea nell’Università di Bonn; solo più avanti vi farà ritorno, come docente, proprio qui alla Sapienza. I colori, i suoni, le leggende e la storia della Sicilia però non lo abbandonano mai, in un rapporto per certi versi imperscrutabile che pervade e torna in moltissime opere. È nelle trame delle centinaia di situazioni inverosimili e di altrettanti personaggi struggenti che si afferma uno straordinario affresco della complessità del rapporto che lega i siciliani alla propria terra, una eterna tensione tra il desiderio di riscatto e la tentazione dell’addio. Palermo è la città della sua adolescenza e dei primi anni universitari, ricchi di incontri, legami e amicizie che dureranno tutta la vita e dove egli scoprirà la sua vocazione letteraria e teatrale; Agrigento il luogo dove tutto ha avuto inizio e dove necessariamente fare ritorno.

    Pirandello percorre idealmente e fisicamente il tragitto che connette la sua città natale alla Capitale per lunghissimi anni, dal 1891 al 1915, insieme alla moglie, Antonietta Portulano e i loro tre figli, Stefano, Andrea, Lietta. La carriera dello scrittore corre parallela a quella della docenza universitaria: Pirandello non smette mai di lavorare, leggere, scrivere senza stancarsi mai, senza perdere un colpo, sempre più oppresso da problemi economici ma dominato dall’amore per l’arte, cui in realtà sacrifica tutto. In un quarto di secolo – dall’uscita del suo primo libro di poesie, stampato a Palermo, Mal giocondo nel 1889 – all’esplosione del suo teatro in concomitanza con la Grande Guerra, Pirandello è ormai un caso nazionale e, ben presto, la sua fama travalicherà i confini italiani. Nel 1921 i Sei personaggi in cerca d’autore, giungeranno infatti a Londra, New York, Parigi, Berlino e le sue opere saranno richieste e recitate nei palcoscenici europei, americani e sudamericani. Pirandello impara l’inglese, si trasforma da scrittore e drammaturgo in capocomico e dirige l’amatissimo Teatro d’Arte. La sua inimitabile carriera termina nel 1936. Singolari le parole che egli scelse per descrivere le sue ultime volontà terrene: lo scrittore di fama mondiale, che era stato addirittura insignito del Premio Nobel, volle essere trasportato, senza alcuna cerimonia ufficiale, su un carretto dei poveri, e poi bruciato. Sempre Sciascia racconta:

    “E il suo ultimo destino di personaggio si chiude con un ultimo giuoco tra apparenza e realtà: per le strade della sua città, le ceneri di Pirandello passano chiuse dentro una cassa che dà l’impressione che la cremazione non sia avvenuta, che il corpo sia dentro la bara. Pare che così abbiano voluto le autorità ecclesiastiche: e senza saperlo venivano a dare l’ultimo tocco “pirandelliano” all’involontario soggiorno sulla terra di Luigi Pirandello”.

    Le sue ceneri dovevano essere disperse nel mare su cui affaccia la contrada di Porto Empedocle chiamata Caos, per ritornare, scrive, al caos da cui era nato. In quel breve e denso testamento c’è un aspetto intimo e affascinante dell’uomo partito dalla piccola Agrigento a conquistare il mondo con la sua arte e che, come ultimo gesto, desiderava ricongiungersi con la sua terra. Lascio la parola agli autorevoli relatori che interverranno dopo di me, sicuro che sapranno restituire appieno la bellezza, l’unicità e l’attualità dell’opera di questo nostro grande scrittore che ha reso grande la Sicilia e l’Italia intera.

    Buon lavoro a tutti. Grazie.

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