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    - Presentazione del volume  di Giovanni Grasso - 

    Ho accettato con molto piacere di ospitare nella sala Zuccari del Senato la presentazione del bel volume di Giovanni Grasso sulla figura di Piersanti Mattarella. Già nel leggerne le prime pagine sono stato preso da una forte emozione personale e mi sono rivisto, come scrive l’autore, giovane magistrato “con un cappotto color cammello” intento a ispezionare l’automobile crivellata di colpi in quella fatale Epifania di sangue del 1980. Ricordo ancora come fosse ora! Avevo il televisore acceso all’ora di pranzo per seguire il telegiornale delle 13: fu così che seppi che il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella era stato ucciso a Palermo, mentre si trovava in auto per andare a messa con la famiglia. Essendo io il magistrato di turno in procura, in realtà avrei dovuto essere avvertito di persona di un fatto così grave, ma nella comprensibile confusione che era seguita a quell’assassinio «eccellente» era stato avvisato solo il procuratore Costa. Chiamai subito il medico legale e, senza attendere ulteriori informazioni, raggiunsi il luogo dell’omicidio. Ma quando arrivai sul posto il corpo del Presidente Mattarella era già stato portato in ospedale, in un inutile tentativo di salvataggio. Non mi rimase che effettuare il sopralluogo per ricostruire la dinamica dell’agguato.

    Il libro ripercorre la vita politica del grande statista e permette di ricostruire e di rivivere eventi istituzionali e sociali del massimo rilievo nella travagliata storia della mia terra e del Paese. Perché la vicenda di Mattarella fu, come spesso avviene per i fatti siciliani, insieme risultato e anticipazione di complesse dinamiche di carattere nazionale. Quel giorno, con spietata intelligenza, fu colpito anche un simbolo, un uomo che stava operando una svolta profonda non solo nell’amministrazione regionale ma anche nella politica italiana. Mattarella si chiedeva perché – sono le sue parole – “la Sicilia è immodificabile, perché questa realtà è talmente forte da non essere cambiata? Perché non debbono cominciare tutti a credere che questa realtà non è invincibile?” e così seppe farsi interprete di una politica diversa, che con visione strategica elaborata in lunghe riunioni del “Gruppo Politica” da lui fondato, e dopo aver consultato i maggiori esperti di ogni ramo, programmò il cambiamento.

    In un’intervista tragicamente pubblicata proprio nel giorno della sua morte, sostenne che bisognava “intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia” e che fosse “pure necessario risvegliare doveri individuali e comportamenti dei singoli che finiscono con il consentire il formarsi di un’area dove il fenomeno ha potuto storicamente, allignare e prosperare”. Un’analisi che all’epoca poteva considerarsi visionaria, ma che ancora oggi rimane attualissima. Un testamento politico drammaticamente moderno, che chiamava ad un rilancio della politica e ad un simultaneo risveglio delle coscienze.

    In quel sangue sparso in via della Libertà il 6 gennaio del 1980 si infranse ancora una volta il sogno di una Sicilia rinnovata e libera dalle incrostazioni mafiose, che si stava traducendo in concreta azione di governo di una Regione, come diceva Mattarella, “con le carte in regola”. Il suo progetto politico era intrecciato alla svolta di cui fu anima il suo maestro e riferimento politico-morale Aldo Moro, fermato dal piombo terrorista. Mattarella allargò la maggioranza coinvolgendo il PCI nell’area di governo regionale per condurre in porto il suo piano di riforme, isolando gli interessi particolaristici e mafiosi nelle istituzioni siciliane e conducendo al tempo stesso un’azione di rigenerazione della vita interna del suo partito, smantellando correnti personali e oscuri giochi di potere.

    Arrivò alla guida della Regione nel 1978 forte di uno straordinario consenso elettorale, espressione della genuina voglia di cambiamento della società civile. Ma con tragica sincronia nel presentare le proprie dichiarazioni programmatiche all’Assemblea regionale si trovò quel 16 marzo ad annunciare il rapimento di Aldo Moro. Visse la terribile sorte di scoprire il tragico epilogo del rapimento vedendo per primo il volto di Moro nel bagagliaio di un’auto in via Caetani. Privato del suo vitale riferimento politico nazionale, rispose con coraggio, da uomo di Stato, con “la consapevolezza che il colpo dato alle nostre Istituzioni è talmente grave che è indispensabile iniziare subito con razionalità a operare per difenderle”  – sono parole sue. Eccolo così assestare colpi micidiali agli interessi costituiti con una serie di cambiamenti radicali nella quotidianità dei palazzi attraverso la riforma del governo siciliano, ispirata a nuovi criteri di nomina dei dirigenti, collegialità, trasparenza, eliminazione di sprechi, favoritismi, parassitismi, con l’intento di rendere la Pubblica amministrazione impermeabile ad infiltrazioni di tipo mafioso e clientelare. Bloccò le baronie e gli illeciti abusi di discrezionalità degli assessori, istituendo e presiedendo il comitato per la programmazione di piani triennali, al di fuori dei quali nessuna opera poteva essere finanziata.

    Per porre fine alla speculazione edilizia ridusse gli indici di edificabilità con una legge urbanistica, per la quale aveva ricevuto numerose lettere anonime di minaccia, che io stesso ritrovai nei suoi cassetti (mi impressionò una cartolina che riproduceva un tramonto). Modificò la normativa sugli appalti, cancellando, peraltro, dall’albo degli appaltatori tremila imprese fantasma, create per presentare offerte di comodo. Impose la rotazione nei collaudi con affidamento anche a funzionari non più regionali ma del Genio Civile o del Provveditorato alle opere Pubbliche. Rilanciò i poteri ispettivi mai esercitati dai precedenti Presidenti sugli enti locali attraverso la nomina di commissari ad acta. In tale contesto cercò di bloccare il ritorno sulla scena politico-affaristica di Ciancimino, che dopo l’assassinio del segretario provinciale della DC di Palermo Michele Reina (9 marzo 1979) aveva ripreso a dettar legge nella DC palermitana e soprattutto al Comune di Palermo, diventando il collegamento ed il garante degli interessi mafiosi negli appalti.

    Dispose un’ispezione urgente su appalti-concorso di sei scuole, per le quali solo sei imprese avevano presentato progetti, peraltro identici e redatti dallo stesso studio tecnico, ma ognuna di esse per una sola scuola, con evidenti accordi spartitori precostituiti. L’ispettore Mignosi sentì odore di mafia e dirà a Mattarella:” Lei continua a fare il presidente della Regione ed io finisco in un pilastro di cemento”. Ottenendo la risposta:” vada avanti, vorrà dire che finiremo in due pilastri vicini”. Mattarella chiamerà il sindaco Mantione imponendogli di riaprire la gara. Due giorni dopo la sua morte arrivò la risposta del sindaco che secondo l’amministrazione comunale la procedura era regolare. Le successive indagini accertarono che effettivamente tutte le imprese erano riconducibili a famiglie mafiose. Ma vennero fuori altri episodi sconcertanti: Mattarella, a fine ottobre, aveva deciso di incontrare a Roma il ministro dell’ Interno, Virginio Rognoni, per avere con lui un colloquio riservato sulla delicata situazione siciliana. Secondo quanto verrà rivelato ai giudici dal ministro soltanto nel giugno 1981, il presidente aveva fatto allora espliciti riferimenti alle azioni di contrasto alla mafia promosse dal suo governo e alle difficoltà incontrate nel suo stesso partito, dove lo preoccupava in particolare il ritorno di Vito Ciancimino. L’ unica persona informata del viaggio di Mattarella era stata la sua Capo gabinetto, dott.ssa Trizzino,  a cui al rientro da Roma rivolse le seguenti parole: «Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il ministro Rognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere».

    La circostanza inquietante é che le dichiarazioni della dott.ssa Trizzino, su suggerimento di un procuratore generale dell’epoca, informato in via riservata, furono raccolte in via confidenziale dalla squadra mobile e trascritte in una relazione del marzo 1980,  ma non furono conosciute dagli inquirenti per omissioni dei Questori dell’epoca se non agli inizi del 1981, tant’è che il ministro Rognoni fu sentito soltanto nel giugno successivo (v.appendice).

    Secondo talune dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia – Stefano Bontate e altri «uomini d’ onore» avevano incontrato nell’estate del 1979 in una tenuta di caccia al centro della Sicilia Giulio Andreotti, il segretario Dc siciliano Rosario Nicoletti, Salvo Lima e i cugini Salvo, e in quell’occasione si erano lamentati della linea politica perseguita da Mattarella chiedendo un radicale cambio di rotta. Ma per frenare il suo slancio rinnovatore, da cui non lo distolse neanche la candidatura al Parlamento nazionale, che Zaccagnini gli aveva proposto e che forse lo avrebbe salvato, furono necessarie le sei pallottole che l’ignoto killer gli scaricò addosso proprio alla vigilia dell’appuntamento che lo avrebbe confermato alla Presidenza della Regione della sua Sicilia.

    Il capitolo finale del libro è dedicato alle indagini su un omicidio che l’autore considera uno dei misteri irrisolti della storia dell’Italia repubblicana. L’altalena delle prime interpretazioni oscillava tra il delitto di mafia e l’ omicidio di stampo terroristico, anche se nulla sembrava certo. A rendere le acque ancora più torbide concorsero le telefonate fatte, già poche ore dopo l’ omicidio, ad alcuni organi di stampa: le rivendicazioni dei sedicenti “Nuclei Fascisti Rivoluzionari”, di “Prima Linea” e “Brigate Rosse”. Sin dalle prime indagini fu chiaro che il movente dell’ omicidio andava cercato nell’attività politica di Mattarella, specie nei due anni della sua presidenza. Tuttavia restavano e restano, nonostante i 34 anni trascorsi e tre gradi di giudizio, non poche zone d’ ombra, come nel campo degli intrecci mafia-neofascismo armato che avevano portato nel 1989 Giovanni Falcone a spiccare un mandato di cattura nei confronti dei terroristi neri Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, indicati quali esecutori materiali del delitto e in seguito prosciolti dalle accuse.

    Tra i numerosi tentativi di depistaggi, oltre a quelli di Pellegriti ed Izzo incriminati dallo stesso giudice Falcone per calunnia, va citato uno strano colloquio tra il Questore Immordino e Ciancimino, il quale intese informare segretamente che il delitto Mattarella era stato opera di un terrorista di sinistra venuto dal Nord. Con la sua eliminazione fisica vennero spazzati via in un sol colpo tanti problemi che sarebbe stato troppo lungo e complicato risolvere con le logiche e con i tempi della politica e del compromesso. L’omicidio, dunque, diventa una soluzione anche delle difficoltà della politica. Questa è la grande specificità della situazione palermitana: nessun altro Paese ha visto tanti vertici istituzionali decapitati. Ma sarebbe riduttivo affermare che ciò è accaduto solo perché quegli uomini si opponevano all’organizzazione mafiosa. Si opponevano sì all’organizzazione, ma come appartenente a un sistema di potere che era qualcosa più della semplice organizzazione criminale.

    Per parte mia posso solo ricordare quanto ebbi a dire a Francesco La Licata in un’intervista del 7 gennaio 2011: che le carte processuali riuscirono a fotografare solo una porzione superficiale della storia, quella che riguarda gli ideatori, gli organizzatori del delitto. Nulla sappiamo degli esecutori o di eventuali mandanti esterni di cui pure si scorgono le sagome. Le investigazioni sembrano suggerire una partecipazione mafiosa riservata solo ai “piani alti” e quanto ai depistaggi l’esperienza dimostra che quando arriva la strategia della confusione c’è sempre dietro qualche “puparo” che manovra i fili del vero e del falso. Io ho sempre considerato l’omicidio di Piersanti Mattarella di tipo preventivo e conservativo, inteso quindi non tanto a vendicare la sua retta azione di amministratore e statista ma a mantenere lo status quo, impedendo il rinnovamento politico del compromesso storico e la neutralizzazione della penetrazione mafiosa nella Regione. È lecito supporre che per tale omicidio si sia verificata una deliberata convergenza di interessi, rientranti tra le finalità terroristico-intimidatrici dell’organizzazione, e interessi connessi alla gestione della ‘cosa pubblica’. Tale ultima ipotesi, se esatta, presuppone un intricato intreccio di segreti collegamenti tra i detentori delle rispettive leve del potere politico e mafioso.

    Una coincidenza di interessi che non siamo mai riusciti a chiarire e che tuttora mi toglie il sonno insieme ad altre intuizioni laceranti su tante stragi di mafia irrisolte. Anche diversi decenni dopo le indagini non mi sono arreso e da Procuratore Nazionale Antimafia ho messo in atto ogni utile strumento a mia disposizione per cercare la verità su quel delitto e su molti altri che hanno segnato per sempre la vita della mia terra, e del Paese. E ancora oggi, credetemi, anche se chiamato a diverse responsabilità istituzionali, pongo a solido fondamento del mio impegno di uomo dello Stato la ricerca della giustizia e della verità e il rispetto profondo per chi come Piersanti Mattarella ha dato la vita per le nostra libertà.

    La figura che da questa biografia emerge nettamente é stata da me sempre vista come modello dell’uomo politico e delle qualità che deve possedere: competenza, passione, senso di responsabilità, lungimiranza strategica e slancio etico. Piersanti Mattarella, infatti, riuscì nella sua azione politica a riassumere queste virtù, consapevole degli effetti che la sua azione avrebbe potuto produrre in una terra difficile come la Sicilia. Ma sarà sempre necessario che per amore della propria terra in Sicilia si debba mettere a rischio anche la vita? La risposta che diede Mattarella, e prima e dopo di lui molti altri, fu un semplice e tragico “sì”. Il “sì” che segna la tragedia di chiunque ami fino in fondo questa Sicilia, sognandola, come la sognava Piersanti Mattarella, libera e felice, fiera di vivere senza mafia, senza violenze e sopraffazioni.

    Grazie.

     

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