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    Autorità, caro Senatore Piano, gentili ospiti,

     

    è per me un grande piacere poter accogliere in Senato questo importante incontro per la presentazione del primo rapporto annuale del Gruppo di lavoro G124 del collega Senatore Renzo Piano. Come sapete la Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica nomini senatori a vita “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Fedele interprete e custode della nostra Carta costituzionale, il presidente Napolitano ha chiamato un anno fa a questo incarico grandi personalità del nostro Paese, che stanno interpretando nella maniera più nobile questa funzione con un contributo di assoluto valore culturale, etico e politico. In questa occasione desidero anche ricordare un grande amico del senatore Piano, il Maestro Claudio Abbado, scomparso purtroppo all’inizio di quest’anno.

    Il progetto G-124, che prende il nome dalla numerazione di una stanza a pochi passi da qui, nasce proprio dall’intenzione del senatore Piano di trasferire il suo sapere e la sua esperienza a dei giovani talenti, con i quali elaborare idee e concrete prospettive di intervento e di cambiamento nell’assetto urbanistico delle nostre città. Confesso che quando ho visitato la stanza G-124 ho avvertito la sensazione di avere davanti a me il seme di un futuro possibile. I sei giovani architetti, artefici dei lavori che oggi verranno presentati, hanno innanzitutto, trasformato una di queste sale dal sapore antico in un luogo di innovazione, un laboratorio capace di sprigionare un’energia straordinaria, coperta di pannelli di compensato con sopra foto, appunti, progetti: una moderna “bottega” in cui condividere sfide e soluzioni che ricorda quelle dei grandi artisti ed artigiani dei secoli passati. E’ un progetto che mette insieme il sapere dell’esperienza e la creatività dei giovani, e ha l’ambizione di cambiare la realtà con una forte spinta utopistica: la voglia concreta di riscattare le periferie fisiche e ideali della nostra società.

    L’occasione offerta da questo incontro mi da la possibilità di riflettere sui fatti di cronaca recente che hanno visto protagoniste proprio le periferie, fatti che non ho voluto commentare prima per non aggiungere ulteriore confusione a quella generata dal chiasso mediatico.

    Italo Calvino, nel suo volume “Le città invisibili” scrisse che “d’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. I disordini di Tor Sapienza ci hanno costretto invece a porci domande ancora senza risposta. I disagi esplosi in queste settimane, prima che si estendano ad altre periferie di altre città, ci devono portare a riflettere criticamente sulle risposte che il nostro Paese ha dato finora alle crescenti difficoltà di tanta parte della popolazione. Realtà come Tor Sapienza sono state vissute per troppo tempo come marginali, luoghi nei quali l’attenzione pubblica appare con grande enfasi e scompare con altrettanta rapidità. I problemi di quei quartieri però sono gli stessi problemi del Paese, solo elevati all’ennesima potenza: disoccupazione, precarietà, dispersione scolastica, assenza di servizi. Sono quartieri abitati da persone che hanno conosciuto il benessere negli anni passati, lo hanno sfiorato, ma lo hanno perso nelle pieghe di questa crisi che da economica sta diventando sociale, esistenziale ed etica. Per questo voglio credere che quelle proteste, per quanto violente ed esibite – che non possiamo liquidare solo come razzismo, sarebbe un grave errore di valutazione – quelle proteste siano una richiesta di aiuto e d’attenzione. Il grido di chi si sente frustrato perché non vede prospettive davanti a se e si sente abbandonato dalle istituzioni.

    Lo stato, oltre a rivedere le politiche dell’accoglienza per fare in modo che l’integrazione sia davvero possibile, e non un semplice incastro di ghetti dentro altri ghetti, deve tornare in questi territori – perché è qui che vive la stragrande maggioranza dei cittadini italiani – deve essere presente con i suoi servizi, con i trasporti, con le forze dell’ordine, ma soprattutto con scuole, centri giovanili, sportivi, centri per l’impiego, luoghi di cultura, spazi per far nascere associazioni, parchi pubblici ben curati. Perché la mia sensazione è che il disagio della periferia si stia estendendo e stia inglobando tutto, trasformando le nostre città in una unica “periferia esistenziale”, per usare le parole di Papa Francesco che non ha caso, da subito, ha detto che la Chiesa deve essere un ospedale da campo in trincea e tornare nelle periferie e tra la gente.

    Viene in mente quella splendida pagina di Calvino, sempre dallo stesso libro prima citato, in cui descrive Pentesilea, una città fatta solo di periferie:

    Se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori?”

    Dobbiamo impegnarci per far uscire le nostre periferie da Pentesilea. Davanti a noi si pongono tre sfide, che il progetto G-124 ha ambiziosamente raccolto: una strettamente urbanistica, una di carattere sociale e, infine, una di tipo economico. Elaborare proposte per ripensare gli spazi e le funzioni delle zone periferiche delle città, significa, innanzitutto, tentare di rimediare a enormi errori del passato. Negli scorsi decenni abbiamo infatti assistito ad un ipertrofico e rapace, sia in termini economici che ecologici, ingrandimento delle città, non accompagnato però da una visione strategica e funzionale. Non abbiamo bisogno di nuove costruzioni ma di valorizzare al massimo tutte quelle opere colpevolmente incompiute che sono diventate, nel tempo, barriere che dividono realtà che invece dovrebbero essere unite. La maggior parte della popolazione vive in quartieri-dormitorio, confinata fisicamente e idealmente in una realtà distante da quella del centro-città e, dunque, privata della possibilità di esserne parte integrante. Sotto il profilo urbanistico è quindi fondamentale “rammendare”, per usare la felice espressione di Piano, le parti più fragili del tessuto urbano, connetterle alle aree limitrofe e conferire loro la vitalità dalla quale si può sprigionare un nuovo vigore, trasformare in energia quel che ora è risorsa inespressa e nascosta.                                             

    Iniziare a percorrere questa strada significa andare oltre l’esercizio di stile e avere il coraggio e l’ambizione di cambiare il paradigma che ha portato sia la politica che l’amministrazione a non cogliere in tempo i disagi di Tor Sapienza, così come di tante altre realtà, e a non essere in grado non dico di dare le risposte ma di comprendere le domande che da questi territori arrivano. Come è noto il termine “politica” trae la sua origine dalla parola greca “polis”, città: è innegabile la forte relazione che esiste tra la gestione della cosa pubblica e la sua dimensione territoriale. Le città, e con loro i cittadini, devono appropriarsi e riappropriarsi di luoghi dove si possa esercitare la socialità, dove si possa praticare il dialogo, fondere culture, abitudini, idee e prospettive diverse, luoghi, in breve, in grado di stemperare le naturali tensioni sociali che si verificano quando la politica abbandona la propria funzione.  La riqualificazione urbana può e deve innescare nuovi meccanismi di partecipazione: questo progetto è una testimonianza diretta e vincente di questa possibilità che attende di essere colta da amministratori locali e  decisori pubblici. Penso alle decine di associazioni che sono state coinvolte, alle quali è stato chiesto di prendere parte alla riconquista dei propri quartieri; penso ad altri giovani architetti che hanno contaminato con la propria fantasia il progetto iniziale e che si sono lasciati a loro volta ispirare e conquistare dal lavoro del G-124; a tante micro aziende che in questo lavoro di rammendo possono trovare occasioni di impiego e che hanno bisogno di piccoli capitali per innescare un processo di crescita virtuosa; penso infine a tutti quei cittadini che hanno potuto riscoprire la loro periferia e hanno iniziato a riempire i vuoti urbani con nuovi significati.

    Abbiamo il compito di immaginare e costruire un futuro sostenibile ed eco-compatibile, di valorizzare sia in termini economici che sociali questa parte di Italia, nascosta in ogni regione e in ogni città, che troppo spesso viene sottovalutata o dimenticata. Perchè questo è un problema di tutti, e come ebbe a dire don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è avarizia. Sortirne tutti insieme è politica.”

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