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    Autorità, cari amici, gentili ospiti,

    è con grande piacere che vi do il benvenuto nella Sala Zuccari del Senato in occasione di questa giornata di studio in cui si alterneranno docenti e interlocutori istituzionali per fare il punto sull’Università italiana a quattro anni dalla riforma: un tempo utile per rilevare i punti di criticità e di forza non sulla base di pregiudizi o di idee preconcette ma sulla base di dati reali ed oggettivi.

    È utile partire dalle cifre più recenti rese disponibili dall’Istat. Il primo fenomeno che immediatamente ci colpisce è quello dei giovani che abbandonano precocemente gli studi. Apprendiamo che è in calo, ma le percentuali sono ancora lontane dall’obiettivo stabilito dalla Strategia Europa 2020, che è quello di un valore inferiore al 10 per cento: in Italia ben il 17,6 per cento di giovani ha interrotto prematuramente gli studi nel 2012. Se tale fenomeno è più marcato nel Mezzogiorno, non ne sono esenti le regioni economicamente più prospere. Se consideriamo che già l’Unione europea guarda con preoccupazione al fatto che meno di un terzo dei suoi cittadini tra i 25 e i 34 anni abbia conseguito un diploma universitario – a fronte del 40% degli Stati Uniti e oltre il 50% del Giappone – e che si è prefissata come obiettivo per il 2020 un’istruzione universitaria per almeno il 40% dei 30-34enni, ci rendiamo conto che c’è ancora molta strada da fare. Eppure non ce ne sono altre che si possano seguire.

    È, dunque, indispensabile mettere a punto strategie che favoriscano la permanenza degli studenti all’interno del circuito scolastico sino, almeno, al completamento del ciclo universitario. Per questo è necessario riuscire a superare la concezione secondo cui la spesa per l’istruzione è un mero costo. Si tratta, al contrario, dell’investimento più proficuo e produttivo che si possa concepire, poiché si investe in capitale umano, il capitale che sta alla base di tutto, quello che, alla fin fine, dimostrerà di rendere possibile la maggior ricaduta economica ed occupazionale che si possa ottenere. E non intendo confinare il mio discorso al conseguimento della laurea e, magari, di uno o anche più diplomi post-lauream, ma estenderlo al campo della ricerca, che è l’unica forma per fare progressi nella cultura, nella scienza e nell’innovazione produttiva.

    Come ho già osservato in un precedente convegno sulla lotta all’emigrazione delle eccellenze, tenuto il mese scorso in questa stessa sala, l’attività di ricerca assume un valore particolarmente importante nel nostro Paese perché contribuisce a rinsaldare il senso del bene comune e dell’impegno diretto al benessere della collettività. Anche per questo la lotta all’emigrazione delle eccellenze si conduce non solo ricorrendo alle risorse economiche ma anche garantendo l’alta levatura dell’ambiente scientifico, in cui i giovani ricercatori possano trovarsi a operare con colleghi preparati e stimolanti. Le potenzialità nel nostro Paese ci sono tutte. Le risorse umane in primis. Ne sono prova i risultati conseguiti dai nostri docenti, dai ricercatori e dai professionisti che eccellono in patria e all’estero. È necessario individuare le forme e i mezzi per consentire anche ad altri, che ne abbiano le capacità, di seguire il loro esempio avviando così quel circuito virtuoso necessario non solo per rilanciare la nostra cultura ma anche la nostra economia.

    Lascio subito la parola agli addetti ai lavori, sia del versante accademico che istituzionale, perché possano ricercare, insieme, vie percorribili. Fiducioso che da questo convegno emergeranno indicazioni utili anche al legislatore, auguro a tutti un buon lavoro.

     

     

     

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