Interventi in Senato sul Decreto Intercettazioni

DISCUSSIONE GENERALE

Presidente, colleghi,
il decreto oggi in discussione è senza dubbio un buon testo, che interviene dando risposte alle richieste di tutti gli operatori del diritto e tiene conto delle richieste che nel corso delle audizioni sono giunte sia da parte dei magistrati che da parte degli avvocati. Vengono corretti alcuni passaggi tecnici, si delinea la giusta modalità di archiviazione delle registrazioni e si tutela maggiormente il diritto di difesa.

Sento il dovere, nei confronti di tutti i colleghi senatori, di ripercorrere alcuni passaggi della discussione degli ultimi giorni, difficilmente comprensibili non solo a chi è fuori da quest’Aula ma, per certi versi, anche a noi stessi.

La sentenza delle sezioni unite della Cassazione resa nota a gennaio, ovvero dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del Decreto legge oggi in discussione, stabilisce il principio giuridico per cui il divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali le stesse siano state autorizzate, non opera per i reati connessi e per quelli che prevedono l’arresto in flagranza, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità prevista dalla Legge. E’ una sentenza interpretativa: il fatto stesso che si sia resa necessaria dimostra che le norme non erano abbastanza chiare, e per questo abbiamo inteso necessario intervenire.

La proposta che ieri ha bloccato i lavori per un giorno non era una mia iniziativa personale, ma il frutto di un accordo di maggioranza su cui abbiamo lavorato mercoledì scorso negli uffici del ministero della Giustizia, fino a notte fonda, alla presenza di rappresentanti di tutti i gruppi, compresa Italia Viva.

L’obiettivo era giungere al risultato di prevedere l’utilizzazione delle intercettazioni telefoniche – l’emendamento non riguarda infatti l’utilizzo del troyan – rispettando e chiarendo i limiti di ammissibilità, come stabilito nel Codice di procedura penale e dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, per i reati diversi da quelli per cui tali intercettazioni erano state autorizzate.

L’importanza di una norma di chiarimento, a seguito di quella sentenza, era stata prospettata da molti degli auditi, anche perché non intervenire poteva mettere a rischio decine di processi in corso, dal momento che un principio giuridico può essere utilizzato in qualsiasi fase del processo. Abbiamo rispettato il principio di diritto prospettato dalla Cassazione per cui se dalle intercettazioni emerge la prova di un nuovo reato deve sottostare ai limiti di ammissibilità previsti.

Una discussione approfondita, un testo condiviso, un percorso cristallino, fino a ieri mattina. Una normale dinamica di maggioranza, che non prevedeva quanto avvenuto ieri, provocando tensioni e ritardi giustamente stigmatizzati dai colleghi delle opposizioni, a cui chiedo scusa.

Cari colleghi, vi confesso che io per primo ho faticato a comprendere le ragioni di questo strappo, soprattutto alla luce del risultato su cui alla fine abbiamo raggiunto una nuova intesa. Il testo del relatore Giarrusso che è stato votato e il subemendamento che abbiamo tutti firmato e sottoscritto, infatti, non cambia NULLA nella sostanza rispetto a quanto era già previsto dall’emendamento Grasso, testo 2.

Basta confrontare i due testi e avere delle basilari nozioni di diritto per capirlo: sempre di articolo 266 comma 1 si parla, cioè di reati per cui sono previsti i limiti di ammissibilità, e tra cui sono compresi quelli per cui è previsto l’arresto in flagranza – quindi si tratta di un’aggiunta pleonastica. Infine, circa l’ulteriore subemendamento che aggiunge l’aggettivo “rilevante” a “indispensabile”, è evidente che se una prova è indispensabile sarà senza dubbio anche rilevante.

E’ stato quindi un vero teatro dell’assurdo quello cui ho non solo assistito ma, per ovvie ragioni e mio malgrado, persino partecipato nella giornata di ieri. Non di certo il primo, e temo nemmeno l’ultimo.

La necessità di alzare un polverone prescindendo dal merito è solo una buona arma per riempire le pagine dei giornali e gli spazi televisivi. Dal momento che per alcuni questo sembra essere il parametro più importante dell’azione politica, affronteremo con la calma di Cicerone l’abuso della nostra pazienza, finché sarà possibile. (Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?)

La sensazione che quest’Aula venga usata come trailer di partecipazioni a importanti trasmissioni televisive, infatti, non è peregrina leggendo i giornali di oggi, e seguendo le agenzie del pomeriggio. Ma questa è l’aula del Parlamento: per quanto la terza camera di Porta a Porta sia rilevante – non lo discuto – le Istituzioni democratiche lo sono di più, e pretendono più rispetto. Lo dico soprattutto a chi, invece di essere qui, ha appena finito di registrare l’epocale intervista foriera di annunci eclatanti.

Ho presieduto quest’Aula, e non posso che condannare manovre utili solo a dimostrare di poter bloccare a piacimento i lavori parlamentari, ancor più assurde quando provengono dalla maggioranza.

Aggiornando Shakespeare: se, come pare, siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sondaggi, i numeri impietosamente indicano che questo tipo di guerriglia non è la strada per aumentare i consensi. Lo dico da appartenente a una componente del misto che sta comodamente tutta in un selfie, non intendo dare lezioni a nessuno. Ma per rispetto nei confronti di quest’aula offro un consiglio: si faccia chiarezza una volta per tutte, si decida se e come mettere in condizione questa maggioranza di lavorare, per trasformare in atti parlamentari e di governo quel programma che ci ha accomunato a settembre e che viene approfondito in questi giorni nei tavoli convocati dal presidente Conte.

Come ha ben scritto stamattina Mario Sechi nella sua “List”, cito: “Non succede niente, ma si prepara il tutto (che potrebbe tranquillamente finire in niente”).

Ecco, che sia tutto o niente, purchè sia qualcosa di definitivo, e purchè sia presto. Non abbiamo ulteriore tempo da perdere.

DICHIARAZIONE DI VOTO

Presidente, Colleghi,

Sebbene nelle ultime ore si sia consumato un dibattito lunare intorno a questo decreto legge, mi sembra utile descriverne il merito. E’ innegabile che le intercettazioni telefoniche e ambientali siano una formidabile risorsa per gli investigatori e che – per determinati reati – esse siano il principale se non l’unico strumento attraverso il quale possono essere acquisite prove e riscontri. La necessità di affinarne e perfezionarne l’uso corrisponde all’esigenza dello Stato di essere più efficace nel perseguimento di delitti che hanno un grande impatto sulla società come quelli di natura corruttiva o mafiosa.

D’altro canto, quando si fa ricorso alle intercettazioni, si sconfina nella sfera privata dei cittadini in maniera profonda e invasiva: ciò impone una approfondita riflessione sul complesso di garanzie nei confronti di chi – in maniera diretta o indiretta – sia intercettato.
Il legislatore è più volte intervenuto su questa delicata materia, ed è nuovamente chiamato ad operare un bilanciamento tra tre esigenze parimenti rilevanti: la segretezza delle indagini, la tutela della privacy e il diritto all’informazione.

La legge Orlando aveva un impianto solido: con questo decreto e con il successivo lavoro in Commissione, abbiamo apportato i necessari correttivi voluti innanzitutto dagli operatori del diritto che ci hanno fornito nel corso delle audizioni numerosi spunti e osservazioni.

Era in primo luogo necessario prorogare l’entrata in vigore della legge Orlando per poter consentire agli uffici competenti di riorganizzarsi in termini di strutture e personale soprattutto in tema di digitalizzazione: come sempre, infatti, non basta scrivere buone leggi se esse non sono accompagnate da un percorso che realizzi in concreto e non solo sul piano teorico gli orientamenti elaborati dal Parlamento.

In secondo luogo, al fine di garantire la correttezza delle operazioni, si è ripristinato il testo del codice di procedura penale vigente prima della riforma, conservando però le norme che regolano l’utilizzo del trojan e la destinazione del materiale intercettivo all’archivio digitale istituito presso le procure. A tal proposito abbiamo esteso la possibilità di utilizzo del cosiddetto trojan anche per le intercettazioni di delitti contro la Pubblica Amministrazione commessi da incaricati di un pubblico servizio oltre che da pubblici ufficiali.

E’ stato inoltre restituito al pubblico ministero il ruolo di dominus della fase di esecuzione delle operazioni, anche per vigilare affinché non vengano trascritte espressioni lesive della reputazione o di dati sensibili. Come forma di garanzia si è ripristinata poi la possibilità che all’udienza di stralcio partecipino anche i difensori, che potranno estrarre copia delle trascrizioni.

In terzo luogo si sono modificate alcune disposizioni delle norme di attuazione del codice di procedura penale che riguardano l’archivio delle intercettazioni e i requisiti tecnici dei programmi informatici per le intercettazioni mediante trojan da definire attraverso decreti del Ministro della Giustizia.

In Commissione Giustizia si sono inoltre introdotte alcune importanti modifiche che non sto ad elencare per brevità del tempo a disposizione. Tra le più rilevanti: l’aver inserito tra i reati per cui sono consentite le intercettazioni quelli commessi con il cosiddetto metodo mafioso o al fine di agevolare associazioni di stampo mafioso. Inoltre va messo in risalto l’inserimento del deposito delle intercettazioni nell’ipotesi, oltre che nel corso della procedura cautelare e dopo la conclusione delle indagini, anche nel caso del giudizio immediato.

Concludo.
Devo amaramente constatare che il battage di queste ultime ventiquattro ore ha oscurato un ottimo lavoro portato avanti dalle forze di maggioranza. Considero questo Decreto come il primo compiuto sforzo per riformare, passo dopo passo, il sistema della giustizia penale del nostro Paese. Per questa ragione annuncio il voto favorevole di Liberi e Uguali.