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    Cari amici, gentili ospiti, carissima Nonna Betta,

    è per me un grande piacere poter ospitare qui, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, la presentazione dell’Osservatorio Mediterraneo sulla criminalità organizzata e sulla mafia. Vorrei ringraziare la Fondazione Mediterraneo e la Fondazione Caponnetto per aver dato vita a un’iniziativa che ci offre un momento di ulteriore riflessione sulla lotta alle mafie in Italia e nel mondo.

    Questa giornata segna la nascita di un importante strumento per la lotta contro la criminalità organizzata come fenomeno non solo nazionale, ma che coinvolge l’intera area dei paesi del Mediterraneo. L’Osservatorio consolida quella che è ormai considerata un’accezione indiscussa del fenomeno mafioso, che oggi non può prescindere da una visione geopolitica, necessaria per poterlo leggere e interpretare in tutta la moltitudine degli aspetti che lo caratterizzano. Le mafie non si esauriscono in una questione di ordine pubblico interna agli Stati; hanno, invece, un carattere molto più ampio: politico, geopolitico, economico. Influenzano i rapporti fra gli Stati, corrodono la democrazia, inquinano l’economia.

    Il modello mafioso italiano, che nel nostro Paese si è radicato ed esteso al di fuori delle regioni di origine, si è espanso in diverse aree del globo trovando terreno fertile, sia per vicinanza geografica che per facilità di contatti e di comunicazioni, nell’area dei Paesi del Mediterraneo. Basta guardare con una prospettiva geopolitica il Mare sul quale si protende il nostro Paese per comprendere quali minacce, e opportunità, si presentano per noi. La sponda sud del Mediterraneo e l’intera regione del Mediterraneo allargato sono scosse da tre anni da un violento tsunami che propaga instabilità in tutto il mondo. Profonde fratture geopolitiche si aprono fra Oriente e Occidente, fra Levante e Golfo, lungo linee di faglia vecchie e nuove. La principale è fra Oceano Indiano e Mediterraneo orientale: snodo geologico (competizione per gli idrocarburi), geoenergetico (competizione per le infrastrutture di esportazione), georeligioso (sunniti contro sciiti), etnico (arabi contro persiani), geopolitico (Iran contro Arabia Saudita). Poi le minacce del jihad globale. Infine, la collisione fra le obsolete strutture sociopolitiche dei regimi e le giovani energie che hanno innescato le rivoluzioni.

    Quella che troppo presto e troppo retoricamente abbiamo voluto considerare una “primavera araba” ha esaurito la sua fase ascendente. I rivoluzionari, animati da impeto di libertà, non hanno saputo gestire gli esiti provvisoriamente favorevoli delle rivolte e le controrivoluzioni hanno spesso preso il sopravvento. La Tunisia, prima della serie, ha intrapreso una difficile transizione democratica anche per i perduranti problemi con l’estremismo religioso salafita. Poche settimane fa la firma di una nuova Costituzione, che pur non essendo perfetta riconosce molti principi e diritti, ha acceso una speranza che speriamo si sviluppi positivamente. In Egitto dopo i fatti di giugno è prevalso di nuovo lo “Stato profondo”, i poteri forti; le speranze dei milioni di rivoluzionari si sono arenate, mentre il Parlamento rimane sciolto e la costituzione è sospesa. La Libia si è somalizzata: nella quasi totale impotenza delle istituzioni formali dello Stato il territorio è conteso da incontrollabili milizie armate e al momento non si vede una prospettiva positiva. In Siria, oltre centomila persone sono morte e milioni sono in fuga, in una guerra civile che ha disarticolato per sempre il paese, un conflitto in cui si regolano partite egemoniche internazionali, regionali e locali in cui i movimenti estremistici stanno avendo la meglio, nell’impotenza della  comunità internazionale.

    Le conseguenze di questo quadro drammatico sono complesse, e particolarmente per l’Italia. L’instabilità danneggia l’economia, aggrava la povertà endemica di molti paesi della regione; i conflitti producono movimenti di profughi in cerca di una vita migliore, o almeno di una vita possibile. La debolezza delle frontiere, l’anarchia istituzionale apre nuovi corridoi per i traffici di droga, di persone, di armi, di cui l’Italia è il primo terminale.

    Se da un lato la criminalità si alimenta di una debolezza strutturale già presente sul territorio, dall’altro genera una serie di gravi conseguenze, come la sottrazione di risorse alla collettività, la riduzione delle prospettive di sviluppo, la diminuzione delle opportunità di occupazione, l’abbassamento della produttività del lavoro, l’aumento dei prezzi di dei beni al consumo. A questi fattori bisogna aggiungere anche l’elevato tasso di disoccupazione strutturale, che favorisce la possibilità per le organizzazioni criminali di esercitare un controllo pervasivo su una larga fetta della forza lavoro, circostanza che costituisce un potente strumento di gestione del territorio.

    L’Italia gioca un ruolo importantissimo, sia attraverso i propri militari sia attraverso una importante azione diplomatica che si svolge nella regione e nelle sedi multilaterali. Ma non basta, il nostro Paese deve puntare molto di più sul Mediterraneo per giocarvi un ruolo di leadership e di guida come paese fondatore dell’Unione Europea, nel solco di una tradizionale capacità di dialogo che ci è riconosciuta in tutta la regione e che ci spetta per storia, per tradizione e per cultura.

    In un contesto di questo tipo, la creazione dell’Osservatorio rafforza ancora di più il ruolo di guida del Mediterraneo che il nostro Paese è chiamato a svolgere.

    I fenomeni criminali cambiano ad una velocità tale da adattarsi velocemente alle modifiche del mondo esterno. La globalizzazione dell’economia ha trasformato il crimine in un’impresa commerciale transnazionale. Per combattere l’espansione della criminalità organizzata è importante seguire e studiare il fenomeno con strumenti che possano registrare cambiamenti ed evoluzioni, affinché gli Stati adottino norme e strategie comuni per un coordinato sviluppo delle indagini e delle politiche. Alla globalizzazione del crimine dobbiamo contrapporre quella della legalità e per fare questo serve un’armonizzazione legislativa delle regolazioni nazionali.

    E’, inoltre, compito delle istituzioni riaffermare il ruolo e la forza della decisione politica, perseguendo politiche pubbliche capaci di operare su quelle condizioni sociali economiche e culturali che maggiormente favoriscono il radicamento della criminalità organizzata. Solo con una percezione esatta della sua pericolosità, della sua vastità, solo con una collaborazione costruttiva tra tutti gli attori dei Paesi interessati, riusciremo finalmente a sconfiggere la mafia.

    Per tutti questi motivi, oltre che per l’affetto che mi lega alla Fondazione “Antonino Caponnetto” e a Nonna Betta, auguro di cuore buon lavoro all’Osservatorio Mediterraneo sulla criminalità organizzata e sulla mafia.

    Grazie.

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