DISCUSSIONE GENERALE

Signor Presidente, colleghi, è la terza volta in meno di due anni che il Senato è chiamato a valutare un’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Salvini. Ci fu il caso Diciotti, poi quello della nave Gregoretti e ora l’Assemblea esamina gli eventi che coinvolsero la Open Arms nell’agosto dello scorso anno. I reati che gli sono stati contestati dalla procura della Repubblica sono il sequestro di persona plurimo, aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni, anche in danno di minori, nonché il delitto di rifiuto di atti d’ufficio.

Ancora una volta – è bene ricordarlo – non dobbiamo discutere delle eventuali responsabilità penali dell’allora Ministro dell’interno, ma solamente se le sue azioni sono riconducibili a una delle esimenti previste dalla legge costituzionale n. 1 del 1989. Il Senato deve dunque decidere se Salvini agì per tutelare un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per perseguire un preminente interesse pubblico.

Abbiamo ascoltato la relazione del presidente Gasparri, sulla quale esprimemmo in Giunta un voto contrario, e altri hanno già ricostruito nei dettagli la catena di eventi che si sono succeduti tra il 1° e il 20 agosto. Per questa ragione mi concentrerò soltanto su quegli elementi cruciali che, a mio giudizio, qualificano in maniera chiara le azioni dell’ex – per sua scelta – Ministro dell’interno, ai fini del giudizio cui il Senato è chiamato.

In primo luogo, è opportuna una riflessione sul divieto di ingresso imposto alla Open Arms con decreto interministeriale dei Ministri dell’interno, della difesa e dei trasporti. Tale provvedimento, che si basa sul decreto sicurezza – bis, teorizzava un’ipotesi di passaggio non inoffensivo della Open Arms e faceva riferimento a un generico pericolo di natura terroristica per il nostro Paese. I legali della ONG spagnola presentarono un ricorso urgente al TAR, che venne accolto il 14 agosto e che sospese in via cautelare gli effetti del provvedimento interministeriale. In alcun modo risulta – così come sostenuto dall’allora ministro Salvini – che il TAR abbia accolto parzialmente il ricorso della Open Arms. Nella motivazione, invece, si rigetta l’ipotesi di passaggio non inoffensivo che era stata posta alla base del decreto interministeriale e si prospetta una situazione di eccezionale gravità e urgenza a bordo della Open Arms, che da sola giustificava l’ingresso della stessa nelle acque territoriali del Paese.

Qualora sorgessero dubbi interpretativi, giova ricordare che, a seguito della sentenza del TAR, la proposta del Ministro dell’interno di disporre un secondo provvedimento non ricevette il supporto indispensabile degli altri Ministri. Da ciò si può facilmente dedurre come, non essendoci accordo tra i Ministri competenti, non si può certamente qualificare come atto di Governo la successiva attività del ministro Salvini che operava in relazione alle proprie attribuzioni di Ministro dell’interno.

Dal momento in cui viene quindi sospeso il divieto di ingresso imposto alla Open Arms il 14 agosto e la nave fa il proprio ingresso nelle nostre acque territoriali, è inconfutabile che l’Italia abbia l’obbligo del rilascio del POS, dell’indicazione del posto sicuro dove attraccare. È un atto dovuto di cui è esclusivo responsabile il Ministro dell’interno.

È bene ricordare che fu proprio il Ministro dell’interno che, nel tavolo tecnico di coordinamento del contrasto all’immigrazione illegale via mare, il 12 febbraio 2019 stabilì di togliere la competenza al capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione e affidarla – guarda caso – al capo di gabinetto del Ministro, alle dirette dipendenze dello stesso Salvini. L’intenzione era chiara: usare l’indicazione del POS come strumento politico, cosa chiaramente in contrasto con la normativa internazionale, che invece lo qualifica come l’atto conclusivo dovuto di ogni operazione di salvataggio in mare. Anche per tale considerazione non è assolutamente condivisibile la posizione sostenuta da Salvini e da Gasparri, che ritengono invece la responsabilità collegiale del Governo per giustificare il preminente interesse pubblico. A tal proposito, è utile ripercorrere brevemente il carteggio intercorso in quei giorni tra il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’interno.

Il 14 agosto, il presidente Conte, avendo ricevuto informazioni che confermavano la presenza a bordo di alcune decine di minori in condizioni di emergenza e in pericolo di vita, invitava il Ministro dell’interno ad adottare con urgenza i provvedimenti necessari per assicurare la loro assistenza e tutela, così come previsto dalle norme internazionali cui l’Italia si uniformava e si uniforma. Si badi bene, questa è un’attività indipendente dall’indicazione del POS per gli altri naufraghi.

Il giorno seguente il ministro Salvini osservava sostanzialmente che si trattava di presunti minori non accompagnati e, inoltre, che, non essendo presenti sul territorio nazionale, poiché la nave non era al momento della nota del 14 agosto in acque territoriali, la competenza a tutelarli spettava semmai alla Spagna, come Stato di bandiera della Open Arms.

Il giorno seguente il presidente Conte inviava a Salvini un’altra nota in cui si discostava fortemente dalle considerazioni sulla presunzione di affidamento di minori ad altri migranti presenti sulla nave e in cui dimostrava la contrarietà alle tesi del ministro Salvini. Nella stessa nota il Premier sottolineava come fosse indifferibile l’incombente giuridico, oltre che umanitario, dell’autorizzazione allo sbarco immediato dei minori indipendentemente dalla redistribuzione verso altri Stati europei. Peraltro, il presidente Conte evidenziava come, comunque, Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna si erano già dimostrati disponibili a condividere l’ospitalità di tutte le persone a bordo. Quindi, indirettamente, il presidente Conte sottolineava come si fossero anche verificate quelle nuove condizioni per il rilascio del POS concordate in occasione del tavolo tecnico sul contrasto all’immigrazione illegale e che hanno comportato modifiche alla direttiva SOP 009/15, nel senso che il POS potesse essere rilasciato solo dopo l’attivazione delle trattative per la distribuzione dei migranti tra i Paesi europei. In altre parole, visto che c’era la disponibilità dei Paesi europei non vi era più ragione di impedire lo sbarco.

Solo il 17 agosto Salvini cedeva e faceva sbarcare “suo malgrado” i minori, manifestando chiaramente, per iscritto, al Presidente del Consiglio dei ministri di non condividere le motivazioni e le responsabilità dello sbarco. Nelle comunicazioni intercorse tra i due emerge con chiarezza come il Presidente del Consiglio dei ministri sia intervenuto senza alcuna sostituzione del Ministro e per riparare all’evidente inadempienza del suo Ministro dell’interno. Quindi, nessuna collegialità, ma l’azione solitaria del Ministro che ha trasformato un atto dovuto (come lo sbarco dei minori), previsto dalle convenzioni internazionali, in uno strumento – anche questo – di contrasto all’immigrazione, per di più subordinato alla redistribuzione a livello europeo.

Da ultimo, è opportuno riflettere sulla posizione del comandante della Open Arms. Come noto, il comandante di una nave ha precisi doveri e responsabilità, come previsto dall’articolo 295 del codice della navigazione, tra i quali riveste particolare importanza la tutela dell’ordine e della sicurezza a bordo. In quei giorni l’Open Arms arrivò a ospitare più di 160 persone a bordo, tra equipaggio e naufraghi, e in condizioni meteorologiche difficili. La tensione a bordo era altissima e si temeva addirittura una rivolta. In diverse occasioni cinque naufraghi tentarono addirittura di raggiungere la costa a nuoto, mettendo a repentaglio la loro vita. È in questo difficile contesto che il comandante matura la convinzione di non poter garantire la sicurezza a bordo qualora i naufraghi salvati nel terzo evento SAR fossero stati sbarcati in via preferenziale a Malta. Difficile, infatti, immaginare che gli altri che stavano da più giorni in balia delle onde avrebbero compreso la differenza di trattamento, anche in considerazione della paura di essere rimpatriati nei centri di detenzione libici e magari fatti oggetto di armi da fuoco.

Lo stesso vale per la proposta, rifiutata, di proseguire la navigazione fino alla Spagna. L’Open Arms non era affatto attrezzata per proseguire in sicurezza il viaggio e le persone a bordo erano ormai stremate. Come ha ben argomentato la terza sezione penale della Corte suprema di cassazione nella sentenza del 16 gennaio 2020, n. 6626, infatti, l’obbligo di prestare soccorso dettato dalla Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo firmata ad Amburgo non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro, nel cosiddetto place of safety (POS).

Per tutte queste ragioni credo che questa Assemblea non debba confermare l’orientamento della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e consentire alla magistratura di procedere contro il ministro Salvini.

DICHIARAZIONE DI VOTO

Signor Presidente, colleghi, siamo di nuovo qui, per la terza volta, a decidere se autorizzare o no il processo nei confronti di Matteo Salvini per una questione relativa al sequestro di uomini, donne e bambini a bordo di una nave.

Si tratta di fatti risalenti a un anno fa, quando il senatore era Ministro della Repubblica, incombenza dalla quale ha autonomamente deciso di sollevare se stesso, con sollievo di noi tutti e del Paese, in quegli stessi giorni di agosto. Possiamo dire che il caso Open Arms è il canto del cigno di un’esperienza ministeriale e di un certo modo di fare politica.

Anch’io credo nelle mie idee e anch’io, come il mancato ministro Salvini, andrò fino in fondo. Essendo la terza volta, come ricordato poc’anzi, ed essendo già intervenuto sia in quest’Aula, sia in Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, su questo caso e su quelli simili delle navi Diciotti e Gregoretti, sintetizzerò al massimo le questioni tecniche e giuridiche della vicenda che ciascuno di noi a questo punto conosce a menadito.

È ormai chiaro a tutti il quadro normativo, nazionale e internazionale, di riferimento: l’obbligo di salvare la vita umana di chi si trovi in situazione di pericolo in mare prevale su ogni altra norma nazionale o accordo finalizzato al contrasto dell’immigrazione. Prevale, oltre che per una normale e ragionevole regola di civiltà, perché è un principio che, nella gerarchia delle fonti, ha un rango primario e dunque superiore.

Chi difende Salvini parla di un’azione collegiale del Governo e di un preminente interesse pubblico. Come ho spiegato in Giunta e in discussione generale, non ci fu alcuna collegialità, ma l’azione solitaria del Ministro – lo ribadisco – che ha trasformato un atto dovuto, previsto dalle Convenzioni internazionali, in uno strumento di contrasto all’immigrazione.

Mi dispiace che proprio in questo momento il senatore Gasparri abbia abbandonato l’Aula con il suo telefonino, perché vorrei ricordargli che probabilmente non ha seguito con attenzione il mio intervento, visto che cosa diversa è l’assistenza dei minori non accompagnati, verso i quali vi è il dovere di assistenza, indipendentemente da qualsiasi POS e indicazione di posto di sbarco; diversa quindi è la situazione degli altri naufraghi.

Se quindi un intervento del presidente Conte c’è stato, è stato per ripristinare la legalità nazionale e internazionale, rispetto ad un’azione che era contro i minori e contro il diritto internazionale. Non è quindi certamente un atto del Governo. Ciascuna azione di un Ministro deve però sempre e comunque svolgersi all’interno di una cornice di legalità costituzionale e internazionale, in modo che non si incorra nel pericolo che, in forza di una presunta ragion di Stato, vengano lesi diritti inviolabili dell’uomo, che pertanto sono ineludibili.

Mi dispiace ripetermi, ma voglio anche oggi sottolineare che autorizzare il processo nei confronti del senatore Salvini è di estrema e delicata importanza. Dobbiamo infatti ribadire con forza il principio, negato da quest’Assemblea sulla vicenda Diciotti, per cui ciascuno è chiamato a rispondere alla legge quando decide deliberatamente di ignorarla, soprattutto per fini politici e di propaganda.

Tale convincimento – lo dico anche pro futuro – non è in alcun modo frutto di pregiudizio ideologico, come qualcuno ha affermato, nei confronti della persona. Al contrario, ciò che sostengo oggi e che ho sostenuto nelle precedenti occasioni, lo sosterrò con la stessa forza in futuro, se mai dovessimo trovarci a prendere la stessa decisione su chi ricopre o ricoprirà la carica di Ministro dell’interno, perché le mie scelte si basano su considerazioni esclusivamente giuridiche e dovrebbe essere così anche per la Giunta, che è un organo di garanzia. Abbiamo invece visto che non è così: lo dimostrano i diversi risultati sulle tre autorizzazioni a procedere nei confronti di Salvini; lo dimostra la decisione incostituzionale sul seggio siciliano assegnato in Umbria; esiste però un caso, quello dei seggi della Campania, che fotografa l’inaccettabile atteggiamento che, senza distinzioni tra maggioranza e minoranza, attraversa la politica di questo periodo.

La legge elettorale, che non ho condiviso nel merito e nel metodo di approvazione, definisce precisamente i meccanismi di assegnazione dei seggi. Il primo relatore di Forza Italia, senatore Malan, ha giustamente riconosciuto che il seggio spetta a Liberi e Uguali. Con una forzatura interpretativa della legge elettorale e della Costituzione, invece, si cerca da mesi, per ignote ragioni, di attribuire il seggio al ricorrente Lotito o magari confermare chi può vantare l’ultimo cambio di schieramento.

Tornando alla Open Arms, è necessario fare alcune considerazioni: la prima riguarda i decreti Salvini, che sarebbe azzardato definire ancora decreti sicurezza, come vorrebbe il suo estensore. È evidente – e in quest’Aula l’ho già ribadito – che quelle norme sono esclusivamente propagandistiche e non hanno centrato l’obiettivo che si ponevano, ovvero sollevare l’ex ministro Salvini dalle conseguenze delle sue decisioni. Nel frattempo, la Corte costituzionale, una sentenza alla volta, li sta smantellando, sopperendo all’inerzia dell’attuale maggioranza. Invito i colleghi senatori che sostengono questo Governo a liberare da tale incombenza la suprema Corte e di procedere, senza ulteriore ritardo, alla cancellazione delle norme previste in tema d’immigrazione, se non per convinzione etica e giuridica, perché sono evidentemente dannose per una corretta gestione del fenomeno migratorio e non solo nell’ottica dell’integrazione, ma anche in quella della sicurezza.

Mi rivolgo ai colleghi del MoVimento 5 Stelle: so bene che avete votato a favore di entrambi i decreti, ma è tempo di prendere atto dell’errore commesso e avviare un ravvedimento operoso che ripristini un impianto normativo degno di una democrazia compiuta, quale siamo. Lo dico anche ai colleghi del Partito Democratico, la cui linea sul tema comprende un ventaglio di posizioni fin troppo ampio. Lo dico ai colleghi di Italia Viva: al di là di quello che pensano gli intellettuali citati dal senatore Renzi, non dimentico che l’operazione Mare Nostrum fu cancellata dal suo Governo. Salvare le persone in mare è un obbligo: su questo non decidono il Governo o la maggioranza politica del momento; la gestione delle migrazioni invece sì, ha a che fare con la politica estera, con la sicurezza e con le scelte di politica economica e del lavoro, come quelle del welfare.

Ora – e dico ora – si deve cambiare. Questo è uno dei punti alla base della nostra fin qui leale e fin troppo paziente partecipazione a questa maggioranza. È un atto politico, la cui responsabilità non può e non deve ricadere ipocritamente sul solo ministro Lamorgese, perché riguarda il Governo nella sua interezza, tutte le forze politiche che ne fanno parte e ciascun deputato e senatore di maggioranza.

Concludendo, abbiamo il dovere di ristabilire il principio di legalità, autorizzando il processo – badate bene: non la condanna, ma il processo – nei confronti del senatore Salvini. Non c’è sovranismo che possa prescindere dal rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali e delle leggi. Non c’è «prima gli italiani» che tenga, senza citare i diamanti in Tanzania, la laurea in Albania, la restituzione di fondi pubblici in comode rate ottantennali e i soldi in Svizzera.

Abbiamo altresì il dovere politico e morale di superare gli accordi con la Guardia costiera libica, ai cui vertici abbiamo visto personaggi ambigui ed ex trafficanti, come il noto Bija. È di due giorni fa la notizia dei tre migranti uccisi e di altri feriti da membri della Guardia costiera, quando, non appena riportati a terra, hanno provato a fuggire, per non essere portati nei centri di detenzione. Mi pare evidente che rifinanziare la Guardia costiera libica sia tutto il contrario di quel che dobbiamo fare per risolvere il problema dell’immigrazione. Abbiamo il dovere politico di cancellare i decreti Salvini e chiudere definitivamente con una stagione fatta di propaganda, che continua, ora con meno successo, nella più totale irresponsabilità politica e istituzionale e abbraccia addirittura le teorie negazioniste del Covid-19.

Abbiamo infine il dovere di stabilire, una volta per tutte, che Paese vogliamo essere e se siamo in grado o no di difendere e tramandare i valori scolpiti nei principi fondamentali della nostra Costituzione.

Per tutte queste ragioni, dichiaro il voto contrario dei senatori della componente Liberi e Uguali alla relazione approvata dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.