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    Cari relatori, gentili ospiti,

    sono molto lieto di ospitare in Senato questa Conferenza, dedicata a celebrare la duplice ricorrenza dell’80° anniversario dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e il 20° anniversario della Rivista Italiana di Geopolitica Limes. Conosco ed apprezzo molto il contributo che entrambe queste realtà negli anni hanno offerto agli studi geopolitici e internazionali, unendo approccio scientifico e divulgativo e rivolgendosi a professionisti, funzionari pubblici, imprenditori, studenti e ricercatori. Lo dico perché credo fermamente che proprio in questo momento di grave crisi, non solo economica e politica ma soprattutto etica ed identitaria, il Paese abbia bisogno di opporre idee, riflessioni, approfondimenti all’autoreferenzialismo, all’approssimazione e al vuoto di strategie.

    Il titolo dell’incontro di oggi (Oltre le elite. La Politica internazionale in Italia) denuncia una generale disattenzione da parte della politica, dei media e delle istituzioni per la politica internazionale, che sembra incapace di sollevare  l’interesse della pubblica opinione, se in modo occasionale e superficiale, di animare spinte ideologiche soprattutto tra i giovani e di ispirare progetti strategici per il futuro del Paese.

    Non è affatto un fenomeno nuovo. Vi riflettevo oggi, anche con una certa amarezza, rileggendo l’editoriale del primo numero di Limes, datato febbraio 1993. Il direttore Caracciolo segnalava la drammatica caduta del prestigio e della legittimazione delle istituzioni e della politica italiana; denunciava il grave ritardo di cultura nazionale e di pensiero geopolitico; e sollecitava la riflessione sull’interesse nazionale, esortando quindi a “pensare in termini geopolitici” per “stabilire il nostro interesse nazionale”. Come dire: capire chi siamo e definire cosa vogliamo. Quasi vent’anni più tardi, nel 2011, l’Annuario La politica estera dell’Italia, edito dall’ISPI e dallo IAI, segnalava la duplice vulnerabilità ed insicurezza della politica estera italiana: sia verso l’esterno – per le fragilità che interessano i due versanti obbligati della politica estera italiana, la penisola balcanica e la sponda sud del Mediterraneo -, sia verso l’interno, a causa delle persistenti debolezze del quadro politico interno e dell’identità nazionale e delle croniche carenze di risorse e strumenti destinati alla proiezione internazionale del Paese.

    Questa debolezza “genetica” della nostra concezione della geopolitica riguarda al tempo stesso la rappresentazione e la sostanza della nostra politica internazionale. La cultura e l’informazione hanno mancato di approfondire con organicità il quadro di un sistema mondiale in fortissimo cambiamento, sotto il profilo politico, sociale ed economico e a volte hanno restituito solo gli aspetti meno profondi delle crisi e degli eventi, spesso interessandosi delle implicazioni di politica interna italiana piuttosto che dei fenomeni. L’opinione pubblica italiana ha quindi mancato di sviluppare una vera “coscienza geopolitica”, una realistica visione del Paese nel mondo, e al tempo stesso ha continuato a sfuggire la definizione della nostra identità nazionale e dei nostri interessi.

    Alle istituzioni e alla politica ha fatto difetto la capacità di guardare oltre la singola crisi, pensando al medio e lungo periodo come normale dimensione temporale della politica estera. Alla politica italiana è mancato il pensiero strategico. Una politica estera solida e lungimirante richiede partiti e istituzioni legittimati e radicati sul territorio, capaci di riconoscersi nella comune identità nazionale, di definire e perseguire insieme gli interessi del Paese nel mondo. Non dobbiamo però rassegnarci a considerare ineluttabile questa tendenza, e dobbiamo invece saper affrontare le criticità odierne come un’opportunità per lavorare sulle aree di fragilità e vulnerabilità, rafforzando gli strumenti, i processi e i valori che il nostro Paese può mettere in campo sullo scenario internazionale.

    Il Rapporto introduttivo dell’Annuario La Politica Estera dell’Italia del 2013 ben delinea il quadro internazionale generale, che è segnato dalla crisi economica, dalla redistribuzione del potere e dei baricentri geopolitici e dal moltiplicarsi di domini caotici, sottratti al controllo degli Stati, come il terrorismo, la criminalità organizzata e l’economia illegale. Mentre il numero di dicembre 2013 di Limes “Che mondo fa” individua le tre grandi crisi che trovano convergenza in Italia: crisi dell’Eurozona (e del progetto europeo), crisi del Grande Mediterraneo e crisi dei Balcani. Crisi che investono in profondità l’identità e la stessa sovranità nazionale, con implicazioni nei settori più sensibili: la politica economica e monetaria; la sicurezza interna ed esterna; la stessa tenuta del tessuto sociale e politico.

    La strada per affrontare queste sfide con successo è quella di rilanciare la posizione dell’Italia nel mondo, definendo il ruolo che il Paese può e vuole assumere nelle diverse aree, anche in rapporto alle risorse e agli strumenti effettivamente disponibili. Solo scegliendo e prendendo posizione l’Italia potrà svolgere in Unione Europea e nella comunità internazionale il ruolo di rilievo che le spetta. Le potenzialità non mancano. Voglio citare ad esempio il positivo contributo che il nostro Paese sta apportando alla soluzione della crisi siriana, nel quadro dei complessi equilibri nell’area; e il sostegno alla stabilizzazione del Libano e dell’Afghanistan.

    Questo processo deve riguardare tutte le istituzioni ed articolazioni dello Stato. Personalmente, già nella mia precedente funzione di Procuratore Nazionale Antimafia ho avuto modo di viaggiare e sottoscrivere una serie di accordi di cooperazione con decine di paesi del mondo, una sorta di “diplomazia penale”, si potrebbe dire. Nel mio ruolo attuale di Presidente del Senato, mi preme sottolineare l’importanza della funzione che il Parlamento è chiamato a svolgere rispetto alla definizione della politica estera, attraverso la trasparenza e la pubblicità del controllo democratico. La politica estera richiede per sua natura un’unitarietà di indirizzo che trova nell’esecutivo il principale punto di riferimento istituzionale. Ma le Camere devono sapere intensificare l’attività di indirizzo e controllo, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione – sindacato ispettivo, mozioni, risoluzioni – per comprendere i fenomeni geopolitici, e quindi orientare e valutare l’operato del Governo in tale ambito. La stessa dimensione della cooperazione interparlamentare, che finora non sembra aver conseguito risultati incoraggianti, in prospettiva potrebbe rivelarsi strategica per rafforzare gli strumenti di lettura ed analisi della politica estera a disposizione del Parlamento.

    Se è vero che la crisi di identità internazionale del nostro Paese ha profonde radici interne, nel tessuto economico, politico e sociale, dobbiamo considerare prioritarie due sfide. Quella economica richiede il coraggio di cogliere la crisi come una sfida di rinnovamento delle dinamiche e dei rapporti produttivi in essere, per promuovere la crescita e il lavoro. A questo fine occorrerà anche riformare la giustizia civile la cui inaccettabile lentezza è ostacolo ai diritti delle persone e agli investimenti; semplificare la pubblica amministrazione e le sue procedure; avversare con determinazione i fenomeni di economia sommersa e criminale che alimentano circuiti viziosi di dipendenza e sviliscono i fattori produttivi sani del Paese. La seconda sfida è quella collegata al rinnovamento interno dei partiti, etico e non solo, e alla riforma del sistema elettorale e delle istituzioni.

    Come Calamandrei, credo che le riforme debbano sapere guardare lontano. Ma essere lungimiranti presuppone che si salvaguardi sempre la coerenza complessiva del sistema e che si aumenti il tasso di democraticità del Paese, senza alterare il delicato equilibrio costituzionale. Per questo, il nuovo corso della politica estera italiana dovrà radicare il suo apporto innovativo nella continuità e nel rispetto della tradizione, dovrà saper essere inclusivo senza mai compromettere l’unitarietà dell’indirizzo politico. All’Ispi e a Limes spetta il compito di accompagnare la politica e le istituzioni in questo difficile percorso di maturazione. Nel ringraziarvi ancora per il prezioso apporto fornito in questi anni, porgo a tutti voi i miei migliori auguri di buon lavoro.

     

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