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    Autorità, Cari colleghi, Signore e Signori,

    Desidero per prima cosa augurare un cordialissimo benvenuto in Italia ai colleghi e amici intervenuti da tanti Paesi europei e mediterranei; e ringraziare il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Eugenio Giani, e il Sindaco della nostra bella Firenze, Dario Nardella, per la straordinaria ospitalità. Sono molto grato al collega Sen. Vannino Chiti, Presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, per avere promosso questa iniziativa che guarda a diverse dimensioni di quel complesso universo che è il Mediterraneo. Si parlerà infatti del futuro della cooperazione euro-mediterranea ai diversi livelli di governo centrale e locale; della storia e delle prospettive degli scambi economici; della gestione delle migrazioni; dell’importanza dei fattori identitari, culturali, religiosi. Sono tutti temi che credo debbano essere posti al centro del nostro impegno di parlamentari, di politici e di persone che vivono consapevolmente questo tempo e questi luoghi.

    Il Mediterraneo è l’epicentro della frammentazione e della disgregazione che oggi investe il sistema globale e che si esprime in una pluralità di fenomeni intrecciati e convergenti. Il fenomeno primario, causa di tutti gli altri, è politico. La debolezza e in alcuni casi la dissoluzione di stati e di istituzioni ha determinato vuoti geopolitici che hanno fatto spazio al caos, all’instabilità e in certi contesti al dominio di poteri informali e illegali: criminali, economici, terroristici. Oggi sono in atto nell’area del Grande Mediterraneo e del Medio Oriente una serie di conflitti intrecciati, che però operano su diversi livelli e che hanno eterogenea intensità e natura: conflitti politici, economici, religiosi, confessionali, etnici. Quasi tutti hanno natura interna agli stati o a quel che ne resta (sono quindi guerre civili), ma si registrano sempre presenze sostanziali e decisive di attori statuali esterni, che sostengono parti in conflitto per perseguire interessi economici e geopolitici e propri nella competizione con le altre potenze. Complessivamente, dunque, conflitti di interesse, non di ideologia. Sono queste valutazioni generali abbastanza condivise. Ma l’analisi sarebbe (e spesso è, nel dibattito politico e sui media) vuota e sterile se mancasse di considerare con franchezza e realismo le ragioni più profonde, immediate e remote, dei fenomeni. Il Presidente Chiti ha giustamente voluto dedicare questo convegno alla necessità di individuare nuove forme di cooperazione fra l’Unione europea e gli altri paesi del bacino Mediterraneo. Su questa linea io vorrei sottoporre alla vostra attenzione alcune considerazioni, che spero potranno contribuire al dibattito.

    Per prima cosa dobbiamo riconoscere che noi tutti, europei e mediterranei siamo corresponsabili della situazione attuale, per azione o omissione. L’Unione europea ha dedicato al Mediterraneo politiche troppo esitanti e timide che hanno purtroppo decretato la nostra sostanziale irrilevanza sul corso degli eventi. La Dichiarazione di Barcellona e il relativo Processo avevano tre “anime”, politica, economica e culturale, che hanno prodotto risultati estremamente deludenti. Al perdurare di situazioni di crisi e di forte instabilità di governo sul fronte politico si è unita, sul piano economico, l’incapacità di raggiungere risultati tangibili rispetto all’obiettivo, troppo ambizioso, di costituire una grande area di libero scambio. Di converso, le promettenti esperienze di cooperazione culturale non compensano la sostanziale inerzia che segna il tracciato delle politiche di partenariato euro-mediterraneo.

    Così a vent’anni di distanza dall’avvio del Processo di Barcellona, a cinque dalla “primavera araba”, e a tre dall’intervento militare in Libia, la nostra incapacità di governare i fenomeni che ci riguardano direttamente, penso a quello migratorio, mette in crisi lo stesso futuro del progetto europeo. Di fronte a queste emergenze nell’Unione ci siamo scoperti egoisti, divisi e deboli. Intanto, paradossalmente, il Mediterraneo è fra le aree geopoliticamente meno integrate al mondo, nonostante i fortissimi legami storici, identitari, culturali. Da qui, allora, dobbiamo ripartire con determinazione non solo per evitare che il caos che bussa alle nostre porte possa destabilizzare anche la sponda nord del bacino mediterraneo, ma soprattutto per cogliere tutte le opportunità di crescita comune che offre la regione.

    E’ in questo ambito che si inserisce la riflessione odierna sul ruolo delle assemblee elettive rispetto alla cooperazione euro-mediterranea. La necessità di appropriate politiche intergovernative per rilanciare quest’area geografica si deve affrontare muovendo dai bisogni, dai valori e dai fattori comuni alla regione. Questa funzione di filtro e di intermediazione degli interessi chiama in causa le assemblee rappresentative in una duplice veste: quella del confronto multilaterale finalizzato alla convergenza su priorità comuni (come nell’incontro di oggi); quella interna di indirizzo parlamentare ai governi per spingere l’azione nell’euro-mediterraneo su obiettivi specifici.

    In questo contesto, si inquadra la risoluzione approvata dalla XIV Commissione del Senato sulle Politiche dell’Unione europea il 26 novembre 2014, sulle cui finalità e contenuti credo vorrà soffermarsi Vannino Chiti. Nel complesso l’atto interpreta il ruolo puntuale di indirizzo del Parlamento al Governo. Nella risoluzione si trovano concrete linee guida su come ripensare la cooperazione nell’euro-mediterraneo. Cito il richiamo al modello della cooperazione decentralizzata e multilivello, con il coinvolgimento della società civile insieme ai diversi livelli di governo; le proposte sulla valorizzazione della dimensione sociale e culturale; la possibile istituzione di una banca mediterranea; la promozione di una nuova strategia di sicurezza a livello regionale, in partnership con le autorità locali.

    Io credo che la fortuna dell’euro-mediterraneo dipenderà dalla volontà di centrare obiettivi condivisi e dalla capacità di affrontare questa sfida con spirito di realismo, partendo da progetti concreti che offrono ricadute immediate sulle comunità locali. In questa dimensione, si rivelerà essenziale il contributo degli enti territoriali: enti intermedi come le nostre Regioni, ma anche comunità di base, come i Comuni. A questo proposito, mi piace ricordare il ruolo svolto dalla mia terra, la Sicilia, nel nuovo Programma marittimo 2014-2020, uno dei progetti di cooperazione della Politica di Vicinato europea per promuovere l’integrazione economica, sociale ed istituzionale fra cinque province siciliane e sei regioni tunisine.

    Concludo. Cari amici, noi non solo siamo nel Mediterraneo, noi siamo il Mediterraneo. Di questa regione noi tutti siamo carne, ossa e anima, ma dobbiamo essere anche un cuore che pulsa e polmoni che danno ossigeno, vitalità. Tutti insieme, sia quelli che, come me, sono cresciuti guardando dal balcone di casa la sponda opposta del mare, sia tutti gli altri con cui condividiamo nell’Unione europea e nella regione, storia, valori e speranze. Se noi tutti ripartiremo da Firenze, una città da sempre vocata all’incontro di storie e civiltà, con questa precisa consapevolezza, credo che avremo già fatto qualcosa di molto importante per il futuro delle generazioni che verranno. Grazie.

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