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    Cari colleghi, gentili ospiti,

     

    è per me un grande piacere e un onore ospitare nella Sala Zuccari del Senato questo momento di confronto su un tema di grande interesse e di fortissima attualità quale è il cyberbullismo. Permettetemi di ringraziare i colleghi Luigi Manconi, Riccardo Mazzoni e Elena Ferrara per il loro contributo all’incontro di oggi, per la l’azione legislativa di cui sono promotori – con due disegni di legge in materia – e per il costante e intenso impegno che dedicano a questo tema nell’ambito della loro attività nella Commissione Straordinaria diritti umani. Un ulteriore ringraziamento a tutti i relatori che oggi ci illustreranno alcuni progetti di eccellenza e validi contributi ad una comune riflessione sul fenomeno e sugli strumenti per combatterlo in maniera sempre più efficace e incisiva. Un ringraziamento particolare, infine, al ministro Stefania Giannini, che in chiusura dell’incontro presenterà le nuove linee di orientamento del Ministero dell’Istruzione contro il bullismo e il cyberbullismo.

    Questo incontro nasce dall’esigenza di far fronte, quanto prima, ad un fenomeno in continuo crescendo, il cyberbullismo appunto, ovvero quell’insieme di azioni aggressive e diffamatorie attuate attraverso l’uso distorto della tecnologia a danno di un coetaneo, che subisce nel tempo una pressione psicologica così forte da poter determinare, nei casi più gravi, conseguenze terribili, come recenti e tristi fatti di cronaca hanno dimostrato. Il cyberbullismo, rispetto al bullismo tradizionale, trova la sua forza nel fatto che l’autore spesso, dimostrando il coraggio che lo contraddistingue, è anonimo: tale anonimato permette di agire al coperto e, a causa dell’invisibilità e della distanza della vittima, le inibizioni sono minori rispetto a quando autore e vittima si trovano uno di fronte all’altro. Altro punto che ne aumenta la gravità rispetto al bullismo tradizionale è la pervasività nella vita della vittima: se prima le offese e le umiliazioni erano comunque gravi ma circoscritte in uno spazio della vita dei soggetti – la classe, la squadra, il gruppo – ora infrangono ogni confine e barriera, con una esposizione potenzialmente continua e decisamente invasiva di ogni ambito e di ogni momento. Non c’è scampo per la vittima, non c’è rifugio, non c’è pace.

    Io sono un convinto estimatore e sostenitore della rete, dei social network, dei forum, dei servizi di messaggistica: sono luoghi di scambio, di socializzazione, di incontro, di scoperta e di informazione formidabili, offrono stimoli e conoscenze impensabili per la mia generazione, mettono a disposizione di ciascuno l’accesso alla conoscenza e al confronto. Come tutti i mezzi, però, possono essere usati in modo distorto e diventare un incubo per chi è considerato debole, diverso, per chi è discriminato per uno dei tanti pregiudizi dettati dall’ignoranza. Il dilagare repentino di questo fenomeno richiede certamente un intervento normativo che possa tutelare il minore, soprattutto in via preventiva, ma non basta. Affinché l’applicazione della norma non rimanga lettera morta bisogna agire, giorno dopo giorno, comunicando con i giovani, con le loro famiglie e con la scuola, per questo credo nell’utilità degli strumenti e delle linee di orientamento rivolte agli studenti, alle famiglie e ai docenti.

    Due sono gli imperativi per contrastare questi fenomeni: il dialogo e la responsabilità.

    Il dialogo perché, in situazioni difficili, spesso la reazione è quella di chiudersi in un silenzio di vergogna e di paura, di isolarsi e di non riuscire più a mettere nella giusta prospettiva il peso delle situazioni e lasciarsi sopraffare dagli eventi. Dialogo che serve senza dubbio con le vittime ma anche con i bulli, spesso mossi da superficialità e nemmeno consci di quanto di negativo può scaturire dal loro comportamento.

    L’educazione alla responsabilità, invece, perché dobbiamo tutti entrare nell’ordine di idee che siamo cittadini e persone che si rivolgono ad altre persone, con le proprie specificità e le proprie fragilità, anche quando pubblichiamo un post, un commento, un tweet o inviamo un messaggio in un gruppo: vista l’importanza che tutti riconosciamo alla rete possiamo concordare sul fatto che della rete si faccia un uso pienamente consapevole.

    Sono convinto che con un’azione ad ampio spettro che coinvolga i giovani e, contemporaneamente, le famiglie, le scuole e le Istituzioni su queste basi, si possa educare ad un uso consapevole della rete: senza frenare l’entusiasmo per il progresso e la tecnologia ma insegnando ai giovani anche ad individuarne i pericoli ed eventualmente a denunciarli agli adulti. Occorre quindi anche informare e formare le famiglie affinchè possano imparare a riconoscere i comportamenti di un ragazzo che è vittima di tali atteggiamenti persecutori, con l’aiuto di interlocutori competenti in grado di operare a favore della vittima. Spetta poi alle scuole implementare quanto troveranno nelle linee di orientamento che saranno presentate fra poco. Credo infine che la prima esigenza sia quella dell’ascolto. Dobbiamo ascoltare di più i nostri figli, dobbiamo parlarci di più, dedicare loro più tempo. Costruire una società che tenga più in conto le loro aspettative e le loro opinioni significa lavorare per un Paese che sia più aperto al futuro.

    Assicurare i diritti fondamentali dei minori, accompagnare la loro crescita, garantire loro ogni protezione da abusi e pericoli costituiscono doveri inderogabili di un Paese civile e democratico e insieme – Parlamento, Ministero, docenti, famiglie, studentesse e studenti – possiamo farcela.

    Grazie.



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