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    Autorità, Signore e Signori,

     

    è con profonda commozione che sono qui con voi per ricordare Aldo Moro, uno dei simboli più importanti della democrazia italiana, e i cinque uomini della sua scorta. I trentasette lunghi anni che sono trascorsi, e i tanti eventi che si sono sovrapposti a quei giorni drammatici, non hanno minimamente consumato la memoria di un protagonista ancora moderno e lucido della politica, il cui lascito è patrimonio comune di questo Paese. Personalità poliedrica, Moro non fu solo un grande statista ma anche un fine studioso e un docente universitario: credeva fermamente nell’insegnamento e continuò a svolgerlo con autentica passione, conciliando l’attività didattica con i gravosi impegni della sua attività politica e parlamentare. Sostenitore incrollabile dei giovani, vedeva in loro i protagonisti del cambiamento, gli attori del futuro del Paese e l’espressione concreta della realtà in divenire, alla quale egli lui fu sempre particolarmente attento. Fu uomo di partito, ma la sua profonda idealità non gli impedì mai di guardare oltre, di interrogarsi sulla natura dei cambiamenti politici, sociali e culturali della nostra società e del mondo. Di essi riusciva a captare, con acume ed onestà intellettuale, ogni aspetto positivo. Penso ad esempio alla sua visione pionieristica della formazione e della ricerca che nel 1962 condusse alla costituzione del Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei che riunisce tredici Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, il quale a Bari ha formato centinaia di giovani ricercatori proveniente da diverse nazioni mediterranee, e progettato interventi di partenariato sui loro territori.

    Prima di lasciare la parola agli illustri relatori che affronteranno in profondità i profili attorno ai quali ruota l’incontro di oggi, la visione di Moro rispetto all’Europa e al Mediterraneo, vorrei sottolineare l’attualità straordinaria, direi quasi chiaroveggente, del suo pensiero. Anche grazie al suo intelligente e fiero meridionalismo, guardò con modernità insuperata alla proiezione del Paese verso il Mediterraneo, pur restando saldamente ancorato ad un’idea di Europa di cui non avrebbe visto molti degli sviluppi che aveva preconizzato. Amava ripetere che “nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa o nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”. Un’Europa che vedeva come una “comunità allargata”, un’unione aperta alla collaborazione internazionale, un baluardo di solidarietà e dialogo contro l’indifferenza, dalla doppia vocazione complementare: mediterranea ed atlantica.

    Una doppia lezione che fa molto riflettere nel momento che viviamo oggi. L’Italia si trova al centro di una complessa serie di criticità che hanno origine in Europa, per la crisi economica e politica del progetto europeo; ai nostri confini orientali, a causa del conflitto ucraino; nel Mediterraneo, attraversato da profonde fratture geopolitiche, da instabilità e insicurezza. Personalmente sono convinto che sia necessario ribaltare le prospettive pessimistiche troppo spesso rimandate dai media e acriticamente interpretate da una parte della politica. Il futuro dell’Italia è saldamente e inevitabilmente in Europa e nel Mediterraneo. Il nostro europeismo è tanto saldo quanto la nostra volontà di cambiare l’Unione Europea: negli approcci di politica economica, che devono perseguire con vigore crescita, occupazione, innovazione; nei meccanismi di legittimazione democratica; e nella capacità di agire nel mondo secondo il peso economico, politico e morale che a noi spetta. Quanto al Mediterraneo, è tempo di programmare ed attuare una nuova e più determinata politica nazionale, che consideri insieme le vulnerabilità e le opportunità che provengono da questa vasta area. Vorrei ricordare alcuni dati significativi: il Mediterraneo è attraversato dal 19% dei traffici di merci a livello globale; le economie dei Paesi della sponda sud, nonostante l’impatto delle crisi politico-economiche sono in costante crescita; così come è in forte ascesa il livello degli scambi economici fra il nostro Paese e l’area Mediterranea (54 miliardi di euro). Serve quindi una strategia politica, di sicurezza ed economica, ed una serie di investimenti infrastrutturali necessari a valorizzare la posizione geografica del nostro Paese, che del Mare nostro è cuore e anima.

    Concludo. Il più grande lascito della visione internazionale di Moro è la sua capacità, che in Italia troppo spesso difetta alle istituzioni e alla politica, di guardare oltre la singola crisi, di pensare strategicamente, di considerare il medio e il lungo periodo come normale dimensione temporale della politica estera. Le criticità che oggi viviamo devono essere colte come altrettante opportunità per lavorare sulle fragilità e sulle vulnerabilità; per rafforzare gli strumenti, i processi, i valori e le potenzialità che nel Paese non mancano. Un processo che deve riguardare tutte le articolazioni dello Stato, e richiede in primo luogo una politica capace di definire e perseguire anziché i propri gli interessi dei cittadini e del Paese nel mondo.

    Grazie.

     

     

     

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