Condividi

    Gentili ospiti, Caro Direttore Caracciolo, Cari amici,

    Apro con molto piacere questo incontro sulle sfide per la sicurezza per il nostro Paese promosso dalla Rivista Italiana di Geopolitica Limes, che apprezzo per il la passione e la competenza con cui i diversi autori da vent’anni contribuiscono agli studi geopolitici e internazionali: divulgando e così avvicinando a questi temi una considerevole platea di lettori, anche molto giovani; e, cosa ancora più importante, costruendo quella coscienza geopolitica che in Italia tarda ancora ad affermarsi. In generale io sono convinto – mi capita di ripeterlo spesso – che il Paese in questa lunghissima epoca di crisi che vive, abbia sete di riflessioni, di idee, diagnosi e proposte per riconsiderare la propria posizione nel mondo, le proprie potenzialità e per programmare il futuro. Nello specifico, credo da molto tempo che la nostra sicurezza debba essere garantita anche con gli strumenti della geopolitica, considerando le mafie, le strutture del terrorismo, le reti economiche illecite, come soggetti che agiscono nel sistema mondiale da entità geopolitiche e che come tali devono essere comprese ed avversate.

    In un sistema globale sgranato e caotico come quello al centro del quale l’Italia si trova, una serie di poteri informali, non istituzionali, influenzano e in alcuni contesti determinano equilibri e squilibri economici, geopolitici e di sicurezza. Fra questi hanno un peso crescente fenomeni propriamente criminali (le mafie e le altre associazioni criminali), illeciti (le manifestazione dell’economia illegale che include il sommerso, l’evasione e i fenomeni di riciclaggio) ed eversivi (le reti terroristiche e i vecchi e nuovi califfati). Io ritengo per conseguenza che sia un errore affrontare questi fenomeni dall’angusta prospettiva interna o, peggio, solo attraverso strumenti militari e repressivi. In geopolitica conta per prima cosa misurare il potere a disposizione degli attori coinvolti (potere territoriale, economico, politico, sociale, culturale, militare) e valutarne le interazioni con le diverse variabili specifiche: geografia, clima, politica, religione, demografia, etnia, cultura, conflitti, economia, comunicazioni, trasporti, informazione.

    Del ruolo di freno al Paese, alla democrazia e allo sviluppo che mafie e traffici criminali hanno giocato per molti decenni, ho avuto modo di dire anche in una intervista di qualche tempo fa a Limes. Oggi, come si ricorda nel numero ora in edicola, assistiamo ad una evoluzione pericolosa perché silenziosa e oscura. La riduzione degli episodi delittuosi più visibili ha purtroppo contribuito a rendere i media e la politica poco consapevoli. Data la lentezza con cui finora hanno proceduto i disegni di legge rivolti a colpire il malaffare, l’economia criminale, il falso in bilancio, la corruzione, a rivedere le regole della prescrizione e rendere più efficiente e giusto il sistema penale, ho accolto con molto favore il disegno di legge che il Governo ha presentato ieri recante “Misure volte a rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti”. Il provvedimento che oggi ho già assegnato alle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato e che mi auguro venga prontamente esaminato, tratta di importanti temi fra cui l’auto-riciclaggio, il falso in bilancio, il sequestro e la confisca, la responsabilità amministrativa degli enti, l’amministrazione giudiziaria dei beni confiscati, l’Agenzia per i beni confiscati, ed altri. Si tratta di un’assoluta priorità perché negli ultimi anni si è molto accentuata la penetrazione mafiosa nell’economia e si sono consolidati quei fenomeni, di per se non recenti, di espansione dell’influenza mafiosa in aree non tradizionali del Nord e del Centro Italia. Indagini e processi hanno poi svelato il consolidamento di un’area grigia che coinvolge insieme ai mafiosi la politica, l’imprenditoria e le istituzioni. Un fenomeno che si alimenta di una generale deriva etica della politica, delle istituzioni, delle imprese e del tessuto sociale. E che deve essere affrontato con strumenti legislativi ed investigativi ma anche con una profonda rifondazione etica dei partiti ed una diversa selezione della politica, sia a livello nazionale sia a livello locale.

    A proposito dei rischi di sicurezza connessi al terrorismo, io condivido l’analisi dell’On. Minniti nell’intervista su Limes, e sono convinto che gli apparati di cui il Paese dispone per la prevenzione e la repressione di tali fenomeni siano ben attrezzati e consapevoli. Voglio però aggiungere due riflessioni. La prima è che il jiahidismo “di ritorno” e le iniziative di terroristi solitari nei paesi occidentali, un problema reale cui però forse i media si dedicano con troppa enfasi, si prevengono anche sottraendo all’emarginazione e all’esclusione delle periferie coloro che sono vittime delle diseguaglianze e di politiche di immigrazione troppo riduttive. Ricondurre alla cittadinanza attiva chi, italiano o straniero, si trova spinto ai margini della società è una priorità assoluta, come è importante che si rivedano le regole troppo restrittive sull’attribuzione della cittadinanza e dei diritti politici agli immigrati, particolarmente quelli di seconda generazione, che devono tutti sentirsi parte di una collettività plurale ma unitaria e coesa. La seconda riguarda IS, lo Stato Islamico. Io credo che sia fuorviante accettare acriticamente l’immagine del nuovo nemico rimandata dai media e si debba invece valutare geopoliticamente questo fenomeno, che riempie un vuoto determinato anche dalla debolezza e disunione delle politiche occidentali. Lo Stato Islamico ha le caratteristiche di una creazione a vocazione universale ma anche radicata territorialmente, dotata di forza militare e comunicativa. Noi dobbiamo reagire non solo garantendo la sicurezza territoriale con mezzi militari ma soprattutto favorendo la progressiva emersione e il consolidamento di istituzioni e di luoghi della politica, nel rispetto delle tradizioni locali e senza la pretesa di imporre la concezione occidentale della democrazia, che è il risultato di processi lunghi e complessi e non ancora del tutto maturi nemmeno nei nostri Stati.

    Questa, per concludere, ritengo la vera scommessa: imparare a programmare il ruolo del nostro Paese, che la geografia e la storia hanno voluto al centro del mondo in subbuglio; e difendere la nostra comunità di valori consolidando già al nostro interno quei principi e quei diritti emersi dal sangue dei nostri martiri, per rappresentare agli occhi dei nostri vicini un modello possibile di convivenza e sviluppo. Grazie.

     

    Condividi