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    Ho aderito con piacere alla proposta della Fondazione Spadolini di organizzare in Senato un convegno che, a vent’anni dalla sua scomparsa, desse l’occasione di tornare a riflettere sulla straordinaria e poliedrica figura di Giovanni Spadolini.  Lo facciamo in questa Sala Zuccari che proprio lui, da Presidente del Senato, volle aprire al confronto tra politica e cultura.

    Politica e cultura, due parole, due dimensioni dell’esperienza umana, che in Spadolini trovarono una sintesi davvero rara sulla scia di un altro grande intellettuale che onorò l’Aula del Senato: Norberto Bobbio. A Palazzo Madama Spadolini da Senatore entrò a 47 anni, ma già frequentava da anni le sale della nostra Biblioteca come giovane studioso, la stessa Biblioteca che da Presidente del Senato volle aperta al pubblico e che porta oggi il suo nome. Come professore poi, era stato nominato membro di commissione di concorso per la selezione dei nostri funzionari.

    In Senato svolse la sua intera carriera politica, dal 1991 come senatore a vita, sino alla morte. Venne eletto infatti Senatore a Milano nel 1972nelle fila del Partito Repubblicano, senza alcuna militanza di partito alle spalle, ma con una già lunga carriera accademica e giornalistica. Ancora giovanissimo e apprezzato collaboratore del Messaggero di Missiroli e del Mondo di Pannunzio, vinse il primo concorso a cattedra di Storia contemporanea. Sarà chiamato poi alla guida di testate prestigiose: “Il Resto del Carlino” e quindi il “Corriere della Sera” che guidò in anni cruciali e difficili. Fu Ugo La Malfa a offrirgli il seggio da Senatore subito dopo la sua uscita dal Corriere.

    Se il giornalismo fu per lui una grande passione, Spadolini fu e restò sempre innanzitutto un intellettuale, un uomo di profonda cultura; sino alla sua morte fu anche Presidente dell’Università Bocconi, dove a novembre sarà commemorato dal presidente Giorgio Napolitano, e Direttore della Nuova Antologia.

    Non stupisce dunque che a Palazzo Madama diventasse subito Presidente della Commissione Istruzione di Palazzo Madama essendo poi protagonista della battaglia culturale e politica che porterà alla istituzione del Ministero per il Beni Culturali e Ambientali; un dicastero di cui fu il primo titolare.  Inizia così una nuova esperienza per Spadolini, quella di uomo di governo. Anche questa segnata dalla sua passione civile e dalla sua cultura.

    Forte della sua conoscenza profonda, maturata nei suoi studi, della storia politica dell’Italia contemporanea, come responsabile della cosa pubblica Spadolini comprese con lungimiranza che la stagione della Repubblica dei partiti, di cui fu pure protagonista indiscusso e autorevole da segretario e leader del Partito Repubblicano, si stava chiudendo. Centrale fu per lui l’esigenza di una profonda riforma dei meccanismi istituzionali del nostro Paese nel quadro di un rinnovamento morale della vita politica nazionale.

    Chiamato da Sandro Pertini nel 1981 alla guida del Governo volle marcare con forza l’autonomia dell’istituzione Governo e in particolare della Presidenza del Consiglio.

    Come ebbe modo di dire proprio nell’Aula del Senato “Per chi come noi muove da un’idea della centralità del Parlamento nel sistema costituzionale, non c’è dubbio alcuno che le istituzioni parlamentari sono istituzioni di Governo e che viceversa il Governo – il Governo in Parlamento – sia un’istituzione parlamentare. A un Governo istituzionalmente forte - continuava Spadolini - corrisponde un Parlamento forte, a un Governo debole corrisponde un Parlamento debole”.

    In quello stesso discorso dell’agosto del 1982, con cui presentava alle Camere il suo secondo Governo, affrontò il tema di un generale aggiornamento del quadro istituzionale e anche della nostra Carta Costituzionale, una Carta che, ricordava Spadolini, “Non è calata dal cielo e non è stata il frutto dell’elaborazione di un gruppo di esperti dietro una scrivania, ma ha rappresentato la conquista di tutto il popolo italiano nella lotta per la libertà”.

    Secondo Spadolini “Ogni aggiornamento di quelle norme – e cioè ogni revisione della Costituzione - presuppone il coinvolgimento di tutti i partiti che la elaborarono, senza escludere l’apporto di nuove forze affacciatesi sulla scena politica italiana e senza pretendere un impossibile unanimismo che, del resto su vari punti importanti, non si realizzò neanche alla Costituente”.

    Sono parole queste che mi sembrano oggi attuali più che mai.

    Uscito da Palazzo Chigi fu, nella legislatura successiva, Ministro della Difesa. Nel luglio del 1987 Spadolini coronò quindi la sua carriera di uomo delle istituzioni alla Presidenza del Senato che ricoprì nella X e XI legislatura.Qui ebbe modo di riprendere il filo di quel percorso riformatore che aveva con tanta lungimiranza avviato nel 1982.

    Ne sono il frutto la incisiva revisione del  Regolamento del Senato del 1988 che proprio Spadolini, da Presidente, promosse, in particolare per quanto riguarda la disciplina del voto segreto, e anche quel dibattito sulla riforma del bicameralismo che si concluse con un testo approvato dal Senato nel 1990. Un testo che tuttavia non riuscì a concludere il suo iter nell’altro ramo del Parlamento.

    Credo sia utile per tutti oggi tornare a consultare gli atti di quel dibattito che proprio Spadolini volle pubblicati in un volume. Anche allora le posizioni dei partiti che si confrontarono presso la Commissione Affari Costituzionali sotto la presidenza di Leopoldo Elia erano assai distanti. Anche allora non tutte le divisioni furono appianate e il testo non esprimeva una posizione di ampia unanimità. Si dovette operare comunque una scelta fra le varie ipotesi avanzate.

    Come ebbe modo di dire allora Spadolini “La soluzione prevalsa, dopo un dibattito sereno e approfondito, è stata quella del cosiddetto bicameralismo procedurale… Camera e Senato restano componenti eguali di un Parlamento concepito – come nella volontà dei costituenti – in modo unitario. Con identici poteri e con identica dignità, eliminando però quelle duplicazioni, quei ritardi procedurali, quelle ripetizioni ormai incomprensibili e ingiustificabili”. Così si esprimeva Spadolini che non mancò di sottolineare come questa scelta rappresentasse comunque una svolta fondamentale: “La prima forma di autogiudizio e di autocorrezione - sono queste le parole di Spadolini - che il Parlamento ha dato di se stesso in oltre 40 anni”.

    “Quella data dal Senato - proseguiva Spadolini - è una risposta a tutti coloro che, da più parti, irridono alla capacità del Parlamento di saper modificare un quadro normativo istituzionale che senza dubbio ha bisogno di cambiamenti anche profondi”.

    Oggi che siamo nuovamente impegnati in una profonda revisione della seconda parte della nostra Costituzione, ed in particolare del nostro bicameralismo, ricordare queste parole e quella esperienza mi sembra il modo migliore per onorare qui, in Senato, la figura di Giovanni Spadolini.

    Buon lavoro.

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