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    Gentile Rettore, Gentili professori, Carissimi studenti,

     

    è per me motivo di sincera gioia essere oggi in mezzo a tanti giovani studenti di relazioni internazionali. Gli incontri con l’Università e con i suoi giovani protagonisti sono sempre uno dei momenti più emozionanti e intensi delle mie visite all’estero. Sono particolarmente lieto di poter svolgere questa lectio magistralis in un Ateneo noto per essere impegnato ad alimentare nei giovani la capacità di pensiero critico e a promuovere le tematiche internazionali. Ringrazio dunque davvero di cuore il Rettore Maria da Gloria Garci e tutti i docenti per l’ospitalità e la partecipazione a questo bel momento di confronto.

    Quando abbiamo concordato con la vostra Università di dedicare il nostro incontro di oggi al tema delle migrazioni, ci ha spinto la convinzione che questo costituisse il problema prioritario per i popoli del Mediterraneo e l’intera Unione europea. La tragedia che lo scorso aprile si è verificata nelle acque del Canale di Sicilia, seguita a poche ore di distanza e senza interruzione fino agli scorsi giorni da altri naufragi sulla costa di Rodi e al largo della Libia, ha trasformato la priorità in emergenza. A fronte di questa catastrofe umanitaria non possiamo fermarci al turbamento delle coscienze e ai sentimenti di umana pietà, ma dobbiamo comprendere le dinamiche profonde del fenomeno per assumere risposte immediate che spettano all’intera comunità internazionale, in particolare all’Unione Europea e agli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Vorrei  affrontare questo tema ponendo a confronto dimensioni diverse che l’immaginario comune considera contrapposte ma che, io penso, dobbiamo imparare a leggere insieme: identità, comunità e accoglienza; pluralità e unità; solidarietà, legalità e sicurezza; interesse nazionale e coesione sovranazionale. Le chiavi di lettura sono varie e complesse: storiche, giuridiche, economico-sociali, statistico-demografiche, geopolitiche.

    Partiamo dal contesto geografico e geopolitico. La sponda sud e sud-orientale del Mediterraneo è un’area eterogenea e vasta che convenzionalmente comprende Al-Maghrib (la regione a occidente dell’Egitto, cioè Marocco, Tunisia, Libia e Algeria) e Al-Mashriq (la regione a oriente dell’Egitto: Libano, Palestina, Israele, Giordania e Siria). Mi sembra importante stabilire subito che questa vasta area non determina per noi europei solo vulnerabilità, come spesso sentiamo dire, ma presenta grandi opportunità. Basti riflettere su un dato. Il 19% dei traffici di merci a livello globale transita per il Mediterraneo: una cifra aumentata rispetto al 15% della fine degli anni 90; così come sono in costante crescita le economie dei Paesi della sponda sud e gli scambi economici con la sponda nord, e questo nonostante l’impatto della crisi economica del 2008-2009 e delle crisi politiche del 2011. Non si tratta di una novità storica. Le comunità del Mediterraneo hanno saputo da sempre, grazie agli scambi commerciali, sviluppare nei secoli tratti di comune identità.

    Di recente, e il fenomeno migratorio ne è esempio, il Mediterraneo è attraversato da interessi e atteggiamenti contrapposti: sponda sud e sponda nord sembrano a tratti universi contrapposti che si guardano e non si comprendono. La sponda sud, anche per l’effetto delle crisi del Grande Mediterraneo, è scossa da uno tsunami che propaga instabilità. Profondissime fratture geopolitiche si aprono fra Oriente e Occidente e fra Levante e Golfo, lungo linee di faglia vecchie e nuove. Penso alle competizioni per gli idrocarburi e le infrastrutture; e ai vari conflitti: confessionali (principalmente, sunniti contro sciiti), etniche (arabi contro persiani), geopolitiche (Iran contro Arabia Saudita).  Penso alle minacce del jihad globale che sperimenta disegni di lotta al nemico lontano (l’Occidente, bersaglio della galassia qaedista) e al nemico vicino (i governi della regione, obiettivo dello Stato Islamico) attraverso i metodi del terrorismo, dell’instabilità, dell’offesa alla dignità umana. Penso agli effetti della collisione fra le obsolete strutture sociopolitiche dei regimi e le giovani energie che hanno innescato le rivoluzioni delle primavere arabe. Penso agli effetti dell’instabilità sull’economia; all’aumento delle diseguaglianze, che genera, specie nei giovani, frustrazione e marginalizzazione e incoraggia l’adesione a movimenti ideologici distruttivi. Penso agli epocali movimenti di profughi causati dai conflitti in Siria, in Libia, in Yemen, in Iraq e in molti altri paesi della regione; e a quelli di migranti “economici”, che fuggono dalla miseria e dalla disperazione.

    I dati sono eloquenti. Secondo le cifre rese note dall’Agenzia Onu per i rifugiati, l’UNHCR, nel 2014 almeno 207.000 migranti hanno tentato di attraversare il Mar Mediterraneo: un numero triplo rispetto al precedente del 2011, quando, nel corso delle “primavere arabe”, 70.000 migranti avevano abbandonato i Paesi di origine. Nel 2014 si è registrato anche l’infausto record di 3.500 vittime in mare e sono già molte centinaia coloro che hanno perso la vita nell’anno in corso. Il crollo della Libia, in particolare, ha trasformato questo vasto territorio nel crocevia ideale per traffici illeciti di ogni tipo, droga, armi e persone. Le rotte che questa “tratta dei nuovi schiavi” percorre sono molteplici: la rotta orientale, praticata da profughi sudanesi, somali, etiopi, eritrei, siriani; le rotte occidentali, che congiungono l’Africa centrale e occidentale alla Libia o che percorrendo le tradizionali piste transahariane dei Tuareg, attraversano il Mali, dirette all’Algeria, al Marocco, alla Libia. Proprio nel Sahel libico il traffico dei migranti è comandato dai nomadi Tebu. I proventi di questo “mercato” sono altissimi; le stime disponibili parlano di milioni di euro al mese. I migranti pagano costi altissimi: quelli monetari del “servizio” di trasporto, ma prima ancora la soggezione ai soprusi di autisti, miliziani, capi tribù, poliziotti cui “vendono” la propria vita, conoscendo per due, a volte tre settimane la fame, la sete, l’umiliazione, la perdita di ogni forma di dignità umana. L’Europa è la principale destinazione dei migranti via mare che per l’80% ha come prima destinazione le coste dell’Italia. Per la prima volta, nel 2014, i migranti provenienti da Paesi fonte di rifugiati, come la Siria e l’Eritrea, sono diventati la componente principale del fenomeno migratorio, coprendo circa la metà dei flussi.

    La seconda dimensione del fenomeno migratorio di cui vorrei occuparmi è sociale e culturale. Il primo dovere è avversare le ideologie dell’indifferenza secondo cui gli immigrati sottrarrebbero lavoro ai cittadini europei, alimenterebbero il crimine, diffonderebbero l’accattonaggio, metterebbero a repentaglio la nostra sicurezza. I dati dicono l’opposto. Gli stranieri costituiscono una componente strutturale delle nostra comunità nazionali, che contribuisce attivamente al benessere delle società occidentali. Nella nostra vecchia Europa, la ricchezza generata dagli immigrati è in costante crescita; quella prodotta dai cittadini in diminuzione. Professioni e attività disdegnate dalla società del benessere conoscono nuova fortuna proprio grazie alle comunità straniere: colf, badanti, artigiani, falegnami, idraulici, muratori, portieri e camerieri hanno sempre più spesso il volto delle tante etnie che convivono sul territorio europeo. Il fenomeno migratorio ha donato all’intera Europa afflitta dalla rallentata crescita demografica rinnovata giovinezza. Le statistiche smentiscono poi decisamente che gli stranieri siano collegati alla criminalità: nel mio Paese e in genere in Europa, gli stranieri delinquono proporzionalmente meno dei nativi. Io credo che conoscere questi dati aiuti a sconfiggere quella paura della diversità che domina i paesi occidentali ricchi e stabili verso i quali i flussi migratori si rivolgono, per evitare, per dirla con Tzvetan Todorov che sia “la paura dei barbari a renderci barbari”.

    Vorrei offrivi un’immagine. Siamo a Lampedusa, un’isola bellissima, metafora della molteplicità. Politicamente e culturalmente è italiana, parte della regione Sicilia e provincia di Agrigento, ma vi hanno vissuto in tanti: Fenici, Greci, Romani, Arabi. Geologicamente appartiene all’Africa: è un lembo di crosta terreste della placca continentale africana rialzatasi due milioni di anni fa; si trova nel Canale di Sicilia, più vicino alla Tunisia che alla Sicilia. Quest’isola negli ultimi anni ha visto arrivare barconi stipati e malandati, da cui vengono fatti scendere donne, bambini, uomini tremanti dal passo malfermo. Hanno negli occhi il buio del terrore, della morte per fame, sete, affogamento dei propri compagni durante la traversata, e la luce della speranza di un futuro per se e i propri bambini. Una sequenza che si è replicata centinaia, migliaia di volte; ne conservo memoria personale e diretta dai tempi in cui da magistrato dirigevo le indagini contro i mercanti di esseri umani. Su questa isola Papa Francesco sta pronunciando un discorso: per altare ha una barca, per leggio un timone. Ha il volto contratto, severo, alza forte la voce: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone che sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, alla globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro”. Parole che rileggo spesso, che richiamano al dovere di affrontare il tema migratorio pensando non a ciò che è conveniente, ma a ciò che è giusto.

    Sul piano etico, ma anche su quello, politico, sono convinto che le possibili risposte a questa drammatica sfida siano racchiuse in due parole chiave: solidarietà e responsabilità. La solidarietà impone di guardare al migrante come persona umana che, in quanto tale e indipendentemente dal suo status giuridico, è portatore di diritti. Diritti, lo avete certamente studiato, che definiamo “inviolabili”, perché la loro tutela supera le stesse esigenze di sicurezza e protezione dei confini. Valori che vengono prima di ogni altro valore. Vedete, carissimi ragazzi, io ho studiato e praticato il diritto per cinquant’anni e ho compreso che nessuna regola giuridica può ignorare le storie e i valori umani: è la realtà a dovere forgiare il diritto e non certo il contrario. La legge, qualsiasi legge, che ignori le tragedie umane snatura la propria autentica missione. Una lezione dimenticata da chi, anche nell’Europa dei diritti, oppone alla sofferenza, codicilli, regole, egoismo. Per questo dico che oggi in Europa dobbiamo ripartire dalla solidarietà e dalla responsabilità. Nessuno può considerarsi estraneo, a prescindere dalla propria esposizione geografica, politica, economica e sociale al problema.

    Giungiamo alla dimensione politica. La prima constatazione è che finora l’Unione Europea non è stata in grado di fornire risposta comuni ed efficaci all’emergenza dei flussi migratori, mentre gli Stati membri più esposti sono incapaci di gestire il problema da soli. Nonostante significativi progressi registrati sul piano giuridico, l’azione dell’Unione europea si scontra con palesi limiti politici. La legislazione e la giurisprudenza della Corte di giustizia hanno già raggiunto alcuni importanti punti di convergenza: grazie alle direttive sulla condizione dei rifugiati e la concessione dell’asilo politico, sui permessi di soggiorno e sui ricongiungimenti familiari si sono armonizzate le condizioni di ingresso e soggiorno sul territorio europeo. Si tratta, però, di una forma di regolazione strumentale all’attuazione del principio di libera circolazione all’interno dell’Unione europea. Inoltre, molti Paesi non hanno ancora dato piena attuazione alle procedure europee. Ora serve una politica europea dell’immigrazione capace di superare gli approcci parziali che fino ad oggi hanno cercato di “porre argine” al fenomeno migratorio, senza affrontarne le complesse implicazioni con una visione d’insieme. Poiché le migrazioni odierne, a differenza di quelle degli anni Novanta, sono determinate da fattori politici più che economici, l’Unione non può esimersi da una coerente presa di coscienza politica del problema. Il Consiglio europeo straordinario dello scorso 23 aprile, richiesto dal mio Paese all’indomani della strage di migranti al largo della Libia, si è concluso con una Dichiarazione finale che sembra presupporre una presa di coscienza della situazione, e pone azioni prioritarie che si collocano lungo due principali direttrici.

    Da un lato, vi è il tema della sorveglianza e del soccorso in mare, che fino alla fine del 2014 è stato coperto dall’operazione italiana nel Mar Mediterraneo meridionale denominata Mare Nostrum. Un’operazione italiana, del costo di 9,3 milioni di euro al mese, cui si aggiungeva un finanziamento integrativo di 1,8 milioni a valere sul Fondo dell’Unione europea per le Frontiere Esterne che dal 18 ottobre 2013 al 31 dicembre 2014 Mare Nostrum ha soccorso in mare 104.937 migranti. Conclusa Mare Nostrum, è stata avviata Triton, coordinata dall’Agenzia dell’Unione europea Frontex, che ha un raggio di azione molto più limitato (entro 30 miglia dalla costa italiana) e diverse regole di ingaggio: persegue obiettivi solo di sorveglianza delle frontiere marittime e contrasto all’immigrazione irregolare, non invece di soccorso in mare. Una differenza cruciale per quello che riguarda la tutela della vita umana. Il 23 aprile il Consiglio europeo ha deciso di finanziare in modo più consistente l’operazione e di incrementare la dotazione di mezzi. Una decisione che considero importante, il sintomo di una rinnovata sensibilità della politica europea al tema delle migrazioni. Ma in una prospettiva di medio-lungo periodo, è auspicabile che l’Unione cessi di considerare la questione come un fenomeno stagionale, rendendo strutturali gli interventi sul campo. Ed è opportuno che siano riconsiderate bene le funzioni della missione, dato che l’onere dei soccorsi continua a gravare sui singoli Paesi e sui mercantili privati che, in virtù delle normative internazionali, spesso si incaricano, completamente a proprie spese, delle operazioni di salvataggio. Solo il 2 maggio, l’Italia da sola ha soccorso 3690 persone nel Canale di Sicilia.

    La seconda direttrice che guida l’azione europea è quella della prevenzione delle migrazioni irregolari attraverso il dialogo e la cooperazione con i Paesi di origine e transito dei flussi migratori. L’Unione europea ha sottoscritto una serie di accordi detti “Partenariati di Mobilità” con molti Paesi del vicinato orientale e mediterraneo e promuove meccanismi di dialogo regionale con i Paesi dell’Africa Occidentale e del Corno d’Africa. Io sono convinto non solo che le diverse forme di cooperazione regionale debbano essere approfondite ed estese, ma che l’Unione debba prendere coscienza che è necessaria una nuova politica per il Mediterraneo, che non può più essere considerato una delle tante priorità europee. Una delle priorità assolute è la questione libica che deve essere affrontata dalle Nazioni Unite e dall’Unione con un impegno unitario e ragionato. L’obiettivo ineludibile, per non trovarsi impantanati nelle sabbie libiche, è promuovere una soluzione politica: rifiutarsi di lavorare con uno dei due governi (Al-Bayta/Tobruk e Tripoli) e di intervenire nella guerra civile, richiedere come precondizione un governo di unità nazionale che ponga fine alle ostilità militari. Inutile nascondersi che questo non spegnerebbe automaticamente i micro-conflitti fra le tante milizie informali; ma un governo unitario consentirebbe all’Europa di avere un interlocutore, progressivamente acquisterebbe il controllo del territorio e guadagnerebbe quel potere di spesa che oggi non è nelle mani di nessuno.

    La terza linea di azione europea non può che riguardare il contrasto ai trafficanti di persone, attraverso strategie condivise, operazioni congiunte, la cooperazione con i Paesi della sponda sud. L’Italia sta già facendo la sua parte: le forze di polizia e la magistratura stanno perseguendo energicamente scafisti e trafficanti. Ma serve un impegno comune per risalire alle linee direttive delle organizzazioni, che ormai agiscono da associazioni transnazionali, gestendo ogni fase del turpe commercio. Vi è poi una quarta dimensione della strategia europea relativa alle migrazioni, su cui è intervenuto il Consiglio europeo di aprile, ma che registra ancora resistenze a livello politico. Mi riferisco alla dimensione della solidarietà e responsabilità interne all’Unione europea, che si fonda sul potenziamento degli aiuti d’urgenza agli Stati “in prima linea” e sull’organizzazione di un sistema di ricollocazione di emergenza dei migranti fra gli Stati membri, su base volontaria. Spetterà alla Commissione definire i contorni di un progetto pilota volontario in materia di insediamento. A me sembra che sia questo il terreno su cui si misurerà il senso di responsabilità di ciascun Paese, data la natura volontaria del meccanismo di burden-sharing. La realizzazione di questo progetto, per altro verso, richiederà agli Stati membri uno sforzo concreto per dare effettiva attuazione al sistema europeo comune di asilo, che finora ancora stenta a consolidarsi.

    Concludo tornando al punto di partenza.  

    I paesi più ricchi, l’Unione europea, devono imparare a considerare l’immigrazione come una risorsa e un’opportunità, economiche ma soprattutto ideali, per edificare nuovi modelli sociali: comunità che siano coese, ma anche plurali e inclusive. In questo lungo percorso non dobbiamo temere le contaminazioni, la diversità. La nostra identità, ciò in cui ci riconosciamo e che giustamente amiamo e difendiamo, non è ferma, solida e immutabile, ma è il risultato di un confronto continuo e fecondo fra noi stessi, il tempo e gli altri. La stessa identità europea, edificata su quei valori e quella memoria comune che noi, portoghesi e italiani, sentiamo così fraternamente unirci, è stata forgiata anche dal confronto con l’alterità. L’Europa e il cosiddetto “Occidente” devono al cosiddetto “Oriente” e all’Islam la definizione di se stessi, almeno quanto gli “altri” devono la propria a noi. Il Mediterraneo, padre ed epicentro di queste esperienze, ha unito le due sponde molto più di quanto non dica la vuota retorica dello scontro di civiltà. Le due facce di una medaglia si rincorrono ruotandola, ma insieme restituiscono un’indissolubile unità, nella quale ciascuna componente ha senso se esiste l’altra. Il vostro dovere, cari ragazzi, è credere fermamente nella bellezza di un Mare nel quale le civiltà non si scontrano, ma si riconoscono, si rispettano, si contaminano; un luogo in cui le diversità non sono contrapposizioni ma declinazioni della nostra comune identità mediterranea e, in definitiva, della nostra incancellabile, preziosa umanità. E questa, cari ragazzi, è la grande speranza che ripongo in voi.

    Grazie.

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