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    (Sicurezza e processo di integrazione europea. Le lezioni della storia, le prospettive del futuro)

    Gentili ospiti, Signore e Signori,

    desidero per prima cosa ringraziare il King’s College per avermi invitato ad essere oggi qui con voi, in una delle università più prestigiose in Europa e nel mondo. Questo incontro è un’occasione preziosa per riflettere su un tema che mi è molto caro da oltre quattro decenni,la sicurezza nel contesto del processo di integrazione europea.
    È stata proprio l’esigenza di costruire sicurezza a ispirare la costruzione europea. La tragica esperienza delle guerre che hanno devastato il Continente ha spinto gli Stati a mettere in comune quelle risorse che storicamente erano state motivo di discordia. E dunque: dapprima, il carbone e l’acciaio; quindi l’agricoltura, il commercio, i mercati; infine la moneta e soprattutto i beni più preziosi: i diritti individuali, la dignità umana.
    Con l’impegno a risolvere le controversie in modo pacifico e a cooperare attraverso istituzioni comuni, gli Stati europei hanno profondamente trasformato le loro relazioni e la vita dei cittadini. Regimi autoritari sono diventati democrazie consolidate; i diritti fondamentali il patrimonio condiviso più prezioso dell’Unione. L’Europa ha conosciuto un periodo di pace, di equilibrio e crescita senza precedenti nella storia ed ha svolto una funzione di stabilizzazione e progresso nel Continente e oltre.
    Sono consapevole dei limiti e delle debolezze dell’Unione Europea nella sua attuale configurazione. Eppure, credo fermamente che l’Unione europea sia la più grande conquista dei popoli d’Europa. Non possiamo, non dobbiamo dimenticare che la pace, la stabilità, i diritti che oggi diamo per scontati hanno avuto un costo altissimo. Ogni volta che leggo di diritti, libertà, pace, eguaglianza, solidarietà nei Trattati, nelle norme, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione, nelle sentenze europee, mi fermo un attimo a riflettere, ad “ascoltare”. Mi sembra di sentire la voce dolente di coloro che sono stati uccisi, violati, perseguitati dai propri stessi Stati, delle donne e degli uomini che hanno dato la vita per consentirci oggi di essere qui a dibattere liberamente e in pace.

    L’Europa sognata da uomini straordinari come Winston Churchill, Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli è diventata realtà. Un lungo cammino, che ha raggiunto il suo punto più alto lo scorso anno, con l’attribuzione all’Unione Europea del premio Nobel per la pace.
    Ma non basta. Dobbiamo andare avanti perché l’Unione europea abbia una voce forte e unitaria nella comunità internazionale e offra al mondo un modello di riconciliazione,democrazia e libertà.
    Ci troviamo ad affrontare sfide e minacce sempre più complesse. I tradizionali domini della sicurezza interna ed esterna si confondono continuamente. Il terrorismo ha origine alternativamente in luoghi remoti o nelle nostre stesse società, nelle complesse crisi internazionali o nell’emarginazione e nell’esclusione sociale delle nostre periferie. La criminalità organizzata transnazionale è divenuta fenomeno geopolitico: influenza i rapporti fra Stati e la politica internazionale, corrode in profondità le democrazie, inquina l’economia, inietta risorse economiche illecite nelle imprese e nelle banche in crisi, altera e danneggia la competizione. Le infrastrutture critiche – i trasporti, le comunicazioni, l’energia – sono più vulnerabili.
    E mentre si moltiplicano queste forme di relazioni internazionali in cui “nessuno è al comando, nessuno detiene il controllo”, per difendere le nostre democrazie e i nostri popoli la risposta non può che essere il pensiero strategico condiviso. L’approccio frazionato tradizionale, rigidamente ancorato al dogma della sovranità nazionale è destinato a fallire.Nessuno è o può sentirsi al sicuro. Chi pretende di fare da solo è destinato a non varcare i confini della storia. Serve più cooperazione. Più Europa. Un’Europa più forte, più unita, più visibile nel mondo.

    Oggi vorrei concentrarmi particolarmente sul tema della sicurezza interna in Unione Europea che mi permette di porre al servizio del mio ruolo istituzionale di Presidente del Senato della Repubblica la mia esperienza di 43 anni da magistrato.
    La creazione dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia rappresenta un’evoluzione “rivoluzionaria” che ancora oggi mi entusiasma e che non può che appassionare tutti i giuristi e tutti coloro che credono nella democrazia, nello Stato di Diritto e nei diritti fondamentali. Fermiamoci a riflettere. Significa che in un’area che copre quasi tutto il Continente europeo 500 milioni di persone sono parte di un’unica grande “comunità dei diritti”, all’interno della quale possono circolare liberamente ricevendo una egualeprotezione giuridica e godendo di condizioni di sicurezza e di garanzie omogenee.
    Come sapete il Trattato di Lisbona ha modificato e reso più efficiente, più trasparente e democratico il processo decisionale in materia di libertà, sicurezza e giustizia. Nel nuovo assetto istituzionale gli atti legislativi devono essere approvati secondo la procedura ordinaria, con il riconoscimento al Parlamento europeo del ruolo di co-legislatore e con il voto del Consiglio a maggioranza qualificata e non più all’unanimità. Nel sistema multi-livello che risulta all’interno degli ordinamenti giuridici nazionali, la Corte di Giustizia dell’Unione assicura l’interpretazione uniforme delle norme attraverso il rinvio pregiudiziale, mentre la Commissione europea garantisce la corretta attuazione della legislazione avviando procedure d’infrazione nei confronti degli Stati membri.
    L’ampliamento delle competenze e dei poteri dell’Unione in un’area così sensibile per la sovranità nazionale ha richiesto cautele specifiche. Secondo la norma transitoria contenuta nel Protocollo 36, per cinque anni dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona gli atti in materia di cooperazione di polizia e giudiziaria penale adottati nel quadro del precedente trattato restano invariati e non può essere proposto ricorso per inadempimento davanti alla Corte di giustizia.
    La fine del periodo transitorio, fissata per il 2014, è ormai prossima.

    In base a una clausola speciale, sei mesi prima di questa scadenza il Regno Unito può decidere di non accettare le nuove competenze dell’Unione. Questa scelta implicherebbe due conseguenze immediate. Da un lato, il Paese si sottrarrebbe al nuovo processo decisionale europeo, e dunque all’applicazione delle misure che in futuro l’Unione europea adotterà in questo ambito. Dall’altro, a partire dal 1 dicembre 2014 nel Regno Unito non avrebbero più effetto tutte le norme di cooperazione di polizia e giudiziaria penale attualmente vigenti.
    Vorrei riflettere con voi sulle conseguenze che questa scelta comporterebbe nel medio e nel lungo periodo.
    Per sua stessa natura, l’ordinamento dell’Unione europea implica la coesistenza di una pluralità di sistemi giuridici nazionali. Conseguenza fisiologica di questo assetto è la possibilità di scegliere l’ordinamento applicabile. Tuttavia, la ricerca della norma più favorevole spesso innesca meccanismi di forum shopping e di concorrenza tra gli ordinamenti. Ora, se le questioni in gioco sono lo stabilimento delle imprese e l’attrazione degli investimenti, la concorrenza tra ordinamenti giuridici può presentare aspetti positiviperché può facilitare l’emersione delle soluzioni regolatorie più idonee a soddisfare le esigenze degli operatori economici.
    Ma in tema di sicurezza la concorrenza tra ordinamenti europei non è accettabile e può produrre conseguenze devastanti, favorire le organizzazioni criminali ed indebolire la sicurezza dei cittadini e la stessa sopravvivenza delle nostre democrazie.
    Per taluni l’adesione allo spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia mette in crisi ilpotere statale in materia di sicurezza e giustizia penale, tradizionalmente geloso monopolio della sovranità nazionale. Così è proseguito con grande fatica l’impegno per armonizzare e avvicinare le legislazioni e si è optato per perseguire invece il principio del mutuo riconoscimento in base al quale talune decisioni giudiziarie adottate in uno Stato membroordini di arresto, hanno efficacia anche in tutti gli altri a seguito di uno snello procedimento di attuazione. Si tratta di misure normative che costituiscono la “cassetta degli attrezzi” di ogni magistrato e funzionario di polizia e che permettono di svolgere le indagini sui delitti di criminalità organizzata di carattere transnazionale e di assicurare che nessuno possa impunemente trovare rifugio dalla giustizia in un paese europeo. L’effettività dell’Unione Europea si gioca anche su questo piano.

    Non solo ogni passo indietro sarebbe drammatico. Quanto è stato fatto finora non basta.Permettetemi una rapida “wish-list”, una lista dei desideri. I sistemi penali europei devono essere resi più compatibili e più omogenee le garanzie processuali per gli imputati; più semplice e rapido sequestrare e confiscare i proventi dei delitti e i patrimoni mafiosi in qualsiasi paese si trovino e restituirli alla fruizione dei cittadini; si deve rafforzare la cooperazione fra le forze di polizia e le autorità giudiziarie, anche attraverso Europol edEurojust; istituire una Procura Europea; consentire attraverso un ordine europeo di indagine che le prove possano essere raccolte in ogni paese dell’Unione sulla sola base di un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria competente; dare finalmente volto normativo comune al reato di associazione per delinquere; includere fra i crimini “europei” i reati cosiddetti emergenti: il traffico di rifiuti pericolosi, la contraffazione, il traffico di beni culturali. Occorre poi dichiarare guerra all’economia illegale, al riciclaggio, ai delitti societari, al segreto bancario, ai “paradisi bancari e fiscali”. Il Parlamento Europeo proprio questa settimana ha espresso in una risoluzione la determinazione ad intensificare la lotta contro la criminalità mafiosa nell’Unione, anche attraverso un programma europeo di protezione dei testimoni e collaboratori di giustizia, l’abolizione del segreto bancario e misure di esclusione dagli appalti pubblici europei e di incandidabilità per coloro che sono stati condannati per reati gravi contro l’interesse pubblico.
    Le analisi della Banca d’Italia, della Commissione Europea, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale e di altri organismi segnalano che il reddito globale delle attività criminali ammonta ad una cifra fra 600 e 1500 miliardi di dollari, ovvero tra il 3 e il 5% delPil mondiale. Sono naturalmente stime di carattere orientativo, ma danno una misura della latitudine della minaccia mortale che incombe sull’Europa e sulle nostre democrazie. Per converso, dobbiamo riconoscere che il valore complessivo dei beni confiscati nell’Unione europea è molto esiguo rispetto alle ricchezze delle mafie.

    La recessione economica sta aggravando il fenomeno. La crisi rappresenta per le mafie una straordinaria occasione di consolidamento e arricchimento. L’ampia disponibilità di liquidità nell’aggravarsi della stretta creditizia per imprese e famiglie determina un incremento esponenziale degli investimenti mafiosi nell’economia legale. Si accentua la penetrazione criminale nel tessuto economico dei paesi europei, si incrementa la dipendenza e la lealtà alle mafie dei territori più fragili, si legittima l’ingresso nei circuiti legali e il riciclaggio deicapitali illeciti che drogano il sistema finanziario. E in un infernale meccanismo autoalimentato, l’impresa mafiosa produce altra crisi danneggiando la competitività, i mercati e il lavoro regolare attraverso la concorrenza sleale con le imprese legittime.L’impresa mafiosa o che comunque usa fondi di ignota origine, può permettersi di condurre l’attività anche sottocosto o in perdita; non ha bisogno di ricorrere al sistema creditizio ufficiale e beneficia di artificiali oligopoli e monopoli a livello locale.
    Il paradosso è che mentre la criminalità organizzata transnazionale si evolve in forma di una rete di multinazionali economico-criminali, l’Europa invece di unirsi, rischia di dividersi.
    In questo ambito, credo che l’esperienza maturata in Italia nella lotta al crimine organizzatosia fonte di indicazioni preziose. Il mio collega e amico fraterno Giovanni Falcone trenta anni fa ebbe l’intuizione allora del tutto rivoluzionaria, quasi “eretica”, della dimensione transnazionale della Mafia e del riciclaggio. Cominciammo allora a viaggiare instancabilmente fra la Thailandia, la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada per svolgere indagini, creare connessioni, aprire canali di collaborazione con le autorità giudiziaria e di polizia di tutto il mondo. Egli usava dire che “non importa quale polizia arresti un criminale o quale magistratura sequestri il suo patrimonio: conta solo che qualcuno lo faccia”. Una lezione che non ho mai dimenticato.

    Andando al tema che immagino vi interessi di più, il futuro del Regno Unito in Europa, non posso prendere posizione su un dibattito così delicato. Desidero, però, condividere con voi alcune considerazioni personali.
    Ho avuto modo di leggere i rilievi critici sulla possibile decisione del Regno Unito di recedere dalla cooperazione di polizia e giudiziaria penale che hanno espresso i miei colleghi della importante Commissione per gli Affari Europei della House of Lords. Li condivido integralmente. Ma vorrei aggiungere qualcosa d’altro.
    Oggi l’Europa si trova davanti a scelte cruciali, dalle quali dipendono il suo avvenire e la sua credibilità internazionale. Il cammino dell’Unione verso il futuro è ostacolato dal permanere di diffidenze storiche, aggravate dall’attuale crisi economica e finanziaria. Lo ripeto: nessuno è e può considerarsi al sicuro. Nessuno può fare da solo. I capitali illeciti producono ricchezza effimera, ricchezza malata, macchiata di sangue. Quando sono inoculati nel corpo del tessuto sociale ed economico finiscono invariabilmente con l’avvelenarlo e ucciderlo, come le droghe con un essere umano.

    Solo con la solidarietà, rafforzando il processo di integrazione, gli Stati d’Europa potranno uscire dalla crisi, difendersi dalle minacce interne ed esterne e avere un ruolo da protagonisti sulla scena internazionale. Perché ciò sia possibile, è necessario restare uniti. Senza l’Unione europea, siamo tutti più deboli e vulnerabili. L’Unione europea ha bisognodi una democrazia antica come il Regno Unito. La sua partecipazione al processo di integrazione europea è irrinunciabile. Senza il Regno Unito, l’Europa intera sarebbe un luogo meno giusto e meno sicuro.
    Per concludere voglio confidarvi perché ho scelto questo tema per questo incontro che mi onora molto. Sulla bara di Giovanni Falcone ho giurato che avrei fatto vivere le sue idee con tutte le mie forze e avrei colpito le mafie, le ricchezze mafiose, l’illegalità, la corruzione ovunque esse fossero nel mondo. E da Procuratore Nazionale Antimafia ho viaggiato per il globo per dare seguito al mio giuramento. Oggi, nelle alte funzioni di garanzia che mi sono rimesse come Presidente del Senato intendo continuare questo impegno in forma diversa ma con la stessa forza, convinto come sono che la questione mafiosa sia anzitutto questione politica e questione etica. Il futuro dell’Europa e quello della politica dipende dalla capacitàche avremo di sanare un vuoto triplice e profondo di cui la politica soffre in tutta Europaverso i propri cittadini: di rappresentatività, di legittimazione etica e di comprensione.Questo il mio impegno, questa la mia speranza.

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