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    Autorità, Gentili ospiti, Signore e Signori,

    ho accolto davvero con molto piacere la proposta del Presidente Rutelli di ospitare in Senato una conferenza sulle criminalità organizzate transnazionali, il terrorismo e le loro forme di finanziamento in Europa e nel Mediterraneo. Saluto gli autorevoli relatori che contribuiranno a illustrare questo tema nelle sue diverse implicazioni, convinto che l’eterogeneità delle prospettive che ciascuno potrà offrire con la sua specifica esperienza e professionalità potrà garantire un quadro utile a decifrare le complessità di questi fenomeni. Personalmente, ho tratto dalla mia esperienza di magistrato e di Presidente del Senato, e dalle tante occasioni di lavoro e di dialogo con autorità di altri Paesi, la consapevolezza che la criminalità organizzata, il terrorismo e l’economia criminale sono fenomeni che è possibile comprendere e affrontare solo attraverso analisi ed esegesi interdisciplinari: politiche, geopolitiche, economiche, criminologiche, sociali e giudiziarie. Da alcuni anni io propongo di guardare con gli strumenti concettuali della geopolitica, ai fenomeni criminali transnazionali perché i legami fra le diverse organizzazioni criminali e terroristiche, le reti dell’illecito economico e i soggetti detentori di potere internazionale hanno natura proprio di relazioni internazionali. Relazioni che sono difficili da controllare per i singoli Stati perché sfuggono alla regolamentazione globale e risultano dall’interazione dei principali fattori della geopolitica: geografia, clima, sistemi politici e istituzionali, religione e confessioni, demografia, cultura, economia, trasporti, comunicazioni, informazione, e così via. Sotto questo profilo, l’attenta osservazione delle dinamiche criminali ed eversive, dimostra che le mafie, le organizzazioni terroristiche e le reti dell’economia illegale si servono abilmente di mutamenti e tendenze geopolitiche per stabilire strategie e rotte, individuare territori deboli da controllare, per sfruttare le divisioni politiche fra gli Stati a proprio vantaggio. Così nel tempo questi soggetti criminali hanno assunto essi stessi il carattere di attori geopolitici, vale a dire di soggetti che producono in via diretta o indiretta processi di natura geopolitica, che alterano gli equilibri internazionali e producono instabilità, sottosviluppo e guerre. L’esperienza che viviamo con i diversi livelli di conflitto nel Mediterraneo e in Medio Oriente dimostra l’intima correlazione fra le crisi politiche ed economiche in corso e lo sviluppo di diversi poteri informali, criminali, terroristici ed economici.

    Guardando al Mediterraneo, possiamo osservare il dispiegarsi di fenomeni di grave frammentazione. Penso alla dissoluzione della Siria, della Libia, dell’Iraq, per citare solo alcuni scenari. Penso alla disgregazione di equilibri geopolitici, che si esprime in conflitti interni nei quali si regolano però anche competizioni geopolitiche, geoeconomiche e territoriali fra attori regionali e potenze extra-regionali. Penso all’incapacità della diplomazia, del multilateralismo e delle alleanze internazionali e sovranazionali di ricondurre alla legalità internazionale i conflitti e di determinare nuove condizioni di stabilità. Mi riferisco in particolare all’Unione europea che rischia un’irreversibile marginalizzazione se non riesce a presentarsi più unita, concorde e determinata sui principali versanti della politica estera comune (Mediterraneo e Ucraina) e se non riesce a gestire i fenomeni transnazionali, come rifugiati, terrorismo, criminalità, economia illegale con politiche solidali, unitarie e conformi ai valori sui quali ha fondato la propria identità. A me sembra che le crisi che stanno erodendo l’ordine nel Mediterraneo, siano il risultato di crisi politiche. L’assenza di istituzioni idonee a garantire i diritti di tutte le componenti sociali ha dato vita ad una serie di vuoti geopolitici, che sono stati colmati da terroristi, da criminali, da trafficanti e affaristi. In questo senso, io sono fermamente convinto che il nostro primo compito per combattere questi fenomeni sia dare vita, con pazienza e determinazione, a processi politico-istituzionali tali da garantire diritti, spazi economici e rappresentanza politica a ogni componente etnica, religiosa, economica e sociale dei territori dominati dal caos.

    Giungendo al tema specifico della conferenza, vorrei segnalare che nell’esperienza internazionale si possono osservare, già da molto tempo, tre forme di commistione fra criminalità organizzata (a fini di profitto), terrorismo e traffici illegali. Io stesso, nelle mie passate funzioni di Procuratore Nazionale Antimafia, ho accertato varie modalità di cooperazione, commistione e sovrapposizione di tali fenomeni.

    La prima forma, molto diffusa, vede i gruppi terroristici fare ricorso a delitti a fini di profitto, come traffici di droga, armi, esseri umani, beni archeologici, sequestri ed estorsioni, per finanziare la propria esistenza e le proprie azioni. Il cosiddetto Stato Islamico si caratterizza per essere un gruppo terroristico innovativo perché ha natura di un soggetto geopolitico su base territoriale, che ha progressivamente riempito i vuoti istituzionali di una vasta area fra Siria e Iraq. Secondo recenti studi, la struttura dello Stato Islamico, che fornisce servizi di base agli abitanti delle zone che controlla, e mantiene un imponente apparato militare e burocratico, si mantiene attraverso diverse fonti di finanziamento: grandi somme di denaro sottratte in particolare nella città di Mosul; rimesse da parte di una varietà di soggetti e fondazioni (in diminuzione, per le pressioni internazionali); proventi di vari traffici, estorsioni e di “tassazione” imposta ai residenti delle aree occupate. Ricordo che in un’indagine di quindici anni fa a Milano era emerso che, attraverso traffici commessi in Italia, Abu Musab al Zarqawi ha finanziato per un certo periodo i propri campi di addestramento in Iraq. Ricorderete che Al Zarqawi è colui che nel 1998 fondò un gruppo militante jihadista, trasformatosi nel 2004 in Al Qaeda in Iraq; e che poi istituì una formazione siriana, Jahbat al Nusra, che sarà la base da cui sarebbe nato l’ISIS.

    Nella seconda forma convergono le rotte e le modalità di spostamento di beni e persone, che coincidono nel caso dei traffici a fini di profitto e delle azioni eversive e terroristiche. Infine, sappiamo bene che in Italia, come in Messico e in altri Paesi, le mafie hanno sperimentato modalità di attacco allo Stato tipiche di terrorismo ed eversione, caratterizzate dall’uso di modalità che causano la morte indiscriminata di vittime inermi. In Italia i processi hanno svelato particolari forme di rapporto fra mafie e segmenti del terrorismo interno, nella commissione di alcuni delitti e di certe stragi; ed è poi stato riconosciuto da sentenze ormai definitive il carattere eversivo della strategia adottata da Cosa Nostra in un preciso momento storico: mi riferisco in particolare alle stragi commesse a Firenze, Roma e Milano nel 1993 e nel 1994.

    Avviandomi alla conclusione, vorrei sottolineare che io sono convinto, in termini di politica criminale, che la priorità di intervento debba riguardare gli strumenti per controllare le complesse reti dell’economia criminale. Per questa ragione, nel mio primo giorno da senatore, ho presentato un disegno di legge per considerare e per colpire unitariamente varie forme di criminalità economica: riciclaggio, corruzione, falso in bilancio, voto di scambio. Solo alcune delle mie proposte sono, a pezzi e a fatica, confluite in diverse leggi, ma oggi non è di questo che voglio parlare. Voglio sottolineare che rintracciare, identificare, riconoscere il denaro delle mafie, dei terroristi e delle reti dell’economia sommersa, ripulito da decine di transazioni, è la sfida del nuovo millennio. Un’economia che è difficile quantificare (non sono molto appassionato di stime), ma che vale diversi punti percentuali del PIL mondiale. In Italia abbiamo imparato prima di altri, fu Giovanni Falcone ad intuirlo per primo, che la lotta alle mafie transnazionali si gioca aggredendo i patrimoni illeciti, con la confisca e con la prevenzione e repressione del riciclaggio. E lo stesso vale per il terrorismo. Ma questo è un tema nel quale la cooperazione fra gli Stati incontra grandi difficoltà. E proprio la vicenda di questi giorni dei “Panama papers”, a prescindere dai suoi riflessi politici, espone chiaramente un nervo scoperto della comunità internazionale. Nei buchi neri rappresentati dai paradisi fiscali e bancari, sistemi giuridici che adottano l’opacità invece della trasparenza sulle ricchezze illecite o equivoche, possono infilarsi mafiosi, terroristi, corrotti, evasori, riciclatori. Io penso che sia giunto il momento perché la comunità internazionale affronti con determinazione e serietà questi temi, predisponendo strategie che eviterebbero altri morti, proteggerebbero la democrazia e renderebbero disponibili per i cittadini risorse che sono invece assorbite da terroristi, criminali mafiosi e colletti bianchi.

    Grazie.

     

     

     

     

     

     

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