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    Cara Ministro, gentili colleghi, autorità, cari ragazzi,

    è per me veramente un piacere poter accogliere anche quest’anno in Senato il progetto dal titolo “La memoria e l’immagine – Scuole per la storia”, che quest’anno si arricchisce di numerose iniziative che saranno successivamente presentate, frutto del prezioso lavoro di recupero e valorizzazione degli archivi storici e delle biblioteche scolastiche, che da qualche anno il MIUR svolge in collaborazione con le scuole. Un’iniziativa che ci offre numerosi spunti di riflessione sulla centralità del sistema scolastico nella vita italiana e testimonia il cammino che insieme, il mondo della Scuola e il nostro Paese, hanno percorso dalla fine dell’800 fino ai nostri giorni.

    Anche quest’anno, il Senato ha l’onore e il privilegio di ospitare nuovi materiali sulla storia della scuola italiana e un’anteprima delle foto della mostra monografica su Don Milani, che sarà inaugurata nel corso del mese di febbraio presso il MIUR. Febbraio, ci dice la cronaca, è proprio il mese che il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Ministro Giannini hanno individuato per portare in Consiglio dei Ministri il risultato del lungo confronto iniziato mesi fa sui temi de “La buona scuola”. Un lavoro lungo, un dibattito aperto, che mi auguro possa trovare davvero le migliori soluzioni ai molti problemi che affliggono la scuola italiana.

    Quella di oggi però è l’occasione per sottolineare ancora una volta l’importanza, la forza e l’attualità del messaggio di Don Milani. Aldilà dell’immagine buonista ed edulcorata che di lui viene proposta, la sua vita, il suo pensiero e il suo impegno furono pieni di vero fervore: cristiano da un lato – perché non dimenticò mai di essere un prete, un pastore di anime inviso alle gerarchie e mandato per punizione in quella Barbiana che da borgo sconosciuto lui ha trasformato in un modello di riferimento nella riflessione pedagogica nazionale e internazionale – e sociale dall’altro. Non aveva paura di schierarsi, sempre dalla parte dei più deboli e degli oppressi, non aveva paura di andare contro le regole e non aveva paura di forzare i limiti della legge per affermare un concetto, un’idea, e per educare i ragazzi al senso della legalità più profondo, come dice lui stesso nella famosa “Lettera ai giudici”:

    “La scuola è diversa dall’aula di tribunale. La scuola siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall’altra la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico.” 

    D’altronde la sua idea di scuola, che per lui era sacra come un “ottavo sacramento”, è un’idea radicale. Sapeva essere anche duro con i suoi ragazzi – anche se in punto di morte confessò di aver amato più loro di Dio – duro perché vedeva nell’educazione l’unica arma democratica di riscatto per i figli della povera gente che frequentavano le sue lezioni. Per questo nella famosissima “Lettera a una professoressa” si scagliò contro la scuola che perdeva gli ultimi come “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, e indicava come il problema vero della scuola “i ragazzi che perde” e purtroppo, ci dicono le statistiche sulla dispersione, ancora troppi vengono persi per strada.

    Il suo pensiero in anticipo sui tempi non può che essere un punto di riferimento per chi opera nella scuola, e l’impegno che ogni giorno, nelle migliaia di classi delle scuole del nostro Paese, gli insegnanti mettono nel loro lavoro costituisce il modo più significativo per assicurare continuità alla sua preziosa opera. Solo attraverso la conoscenza e il sapere, essenziali per conseguire ogni traguardo di vita, i nostri figli potranno diventare cittadini consapevoli e uomini liberi. L’esperienza educativa di Barbiana rappresenta in questo senso una concreta opportunità di crescita civile, una speranza che garantisce ai nostri figli l’eguaglianza delle opportunità e lo sviluppo di un pensiero autonomo, critico e libero, nella scia dell’insegnamento di don Milani quando scrisse che:

    “Insegnando imparavo molte cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”

    Anche in considerazione della rivoluzione tecnologica – siamo passati dalla lavagna di ardesia a quella multimediale – e dell’evoluzione sociale degli anni relativamente recenti, la scuola è cambiata da molti punti di vista, ma quello che non potrà mai cambiare è proprio la centralità del suo ruolo. Ogni giorno nelle aule scolastiche si costruisce il futuro, si educano ragazze e ragazzi, si formano coscienze e senso critico, si creano legami e rapporti, si preparano alla vita coloro che saranno i cittadini di domani.

    In questi giorni in cui il terrore e l’odio hanno dato atroce prova di se nel cuore dell’Europa dobbiamo dare concreta e quotidiana testimonianza dei valori al centro della rivoluzione francese – libertà, uguaglianza, fraternità – e di quelli al centro del sogno europeo – integrazione, pace, rispetto dei diritti umani. E non c’è luogo migliore della scuola per darne testimonianza, dove ogni mattina si incontrano ragazzi con diverse provenienze, religioni, tradizioni, per ricevere quelle splendide “armi” per affrontare la vita, le uniche lecite, che sono l’educazione e la cultura.

    Augurando il miglior successo al progetto “La memoria e l’immagine – le scuole per la storia”, ringrazio i gentili ospiti per essere intervenuti, i ragazzi e tutti coloro che si impegnano quotidianamente per una scuola davvero “buona”.

     

     

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