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    (Postfazione al libro di Jorge mario Bergoglio “Guarire dalla corruzione”)

    I giorni dell’elezione di papa Francesco hanno portato in Italia una calda brezza di rinnovamento. Proprio in quelle ore, mentre l’uomo vestito di bianco venuto «dalla fine del mondo» parlava di «tenerezza» e «povertà», il nostro Paese tentava di trovare una via d’uscita dall’ennesima impasse politica, accompagnata da una drammatica crisi sociale e dal degrado morale che divora ormai le nostre istituzioni. La mia vita in quelle ore ha subito uno stravolgimento grandissimo perché, inaspettatamente, sono stato scelto per rappresentare la presidenza del Senato della Repubblica: in questa veste ho potuto assistere alla straordinaria e commovente cerimonia di inizio del mandato petrino di Jorge Mario Bergoglio.

    Ho avvertito davvero che qualcosa di nuovo e grande stesse iniziando, tutti in quelle ore hanno avuto la sensazione che il mondo e il nostro Paese potessero farcela a superare le difficoltà degli ultimi anni. Certamente l’Italia sta vivendo un passaggio storico straordinario: il cambiamento è ora possibile. Chi, come me, è stato chiamato a ricoprire incarichi istituzionali, sente forte il dovere di iniziare un nuovo cammino. L’esperienza professionale maturata come magistrato m’induce a ritenere che questa strada non possa passare che attraverso la ricostruzione morale del nostro Paese, anche mediante un efficace contrasto alla corruzione.

    Come è noto la corruzione è un male antico che ha sempre inquinato la natura umana. Nel 70 avanti Cristo lo testimonia il senatore romano Cicerone, che nelle sue famose orazioni per sostenere l’accusa contro il pretore della Sicilia Gaio Licinio Verre scriveva: «Così muore uno Stato. Il sottrarre ad altri per sé e per la propria fazione è più contrario alla salute dello Stato che la guerra e la carestia». Nelle pieghe della corruzione si nasconde il disprezzo verso il bene comune e l’anteporre il proprio particolare all’interesse generale. Combatterla deve diventare la priorità della classe politica. I costi della corruzione sono pesantissimi per il Paese: la stima della Corte dei conti è di circa 60 miliardi di euro di costi diretti; enorme l’impatto sulla crescita, perché altera la concorrenza favorendo coloro che si avvalgono di contratti ottenuti attraverso tangenti; diminuzione del 16 per cento degli investimenti Ball estero e un 25 per cento di minor crescita per le imprese costrette a pagare tangenti.

    Con gli strumenti giusti questa lotta è possibile, se si ha la buona volontà: questo è un mio forte convincimento. Per questo il mio primo giorno da senatore ho voluto depositare un disegno di legge con nuove disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio, riciclaggio e autoriciclaggio. Dobbiamo fare presto, perché nel mondo l’Italia è al 72° posto su 178 nella graduatoria della percezione della corruzione: tutto ciò è gravissimo.

    È venuto il momento di dare un impulso per far emergere la corruzione, attraverso la riconquista di una dimensione etica, che porti chiunque abbia la sensazione di pratiche correttive alla denuncia e al pentimento operoso dei corrotti. Uno Stato laico valuterà tali comportamenti e prevederà incentivi e protezione per chi segnala, e attenuazioni della responsabilità per chi decide di collaborare con la giustizia. Infine, c’è un aspetto molto importante e, purtroppo, poco considerato fino ad oggi, quello del voto di scambio. È fondamentale prevedere una norma che punisca lo scambio di qualunque altra utilità, oltre al danaro, quale corrispettivo della promessa di voto. È chiara la portata purificatrice di questa norma, che dovrebbe spingere sino alla completa eliminazione della politica clientelare e ad un «controllo di qualità» del voto. Insomma, impedire la svendita della democrazia.

    Il percorso è impervio, ma ci accompagnano ora queste profonde riflessioni dell’allora cardinale Bergoglio, che fa della corruzione non solo la somma «quantitativa» di peccati ma una mala pianta che minaccia le fondamenta su cui sono costruiti gli Stati democratici e la Chiesa stessa. Insieme all’indignazione civile e al rinnovamento della classe politica è arrivata la scossa morale di un Papa che ha voluto chiamarsi Francesco e richiamare, sin da subito, l’attenzione ai più deboli, alle vittime, auspicando «una Chiesa povera per i poveri», richiamo che è in netto contrasto all’egoismo della corruttela. Il suo messaggio è così chiaro che nessuno potrà più giustificarsi dicendo «non avevo capito» o «così fanno tutti».

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