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    «S’intuisce che Cosa nostra possa essere stata il braccio armato di altri interessi: di una strategia politica; di tipo economico legati agli appalti pubblici; o di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali. Purtroppo però non è stato possibile trovare le prove. Gli elementi perraggiungerle sono a conoscenza solo dei vertici dell’organizzazione, che non hanno collaborato con la giustizia. Né abbiamo avuto collaborazioni da altri settori, esterni a Cosa nostra».
    Venticinque anni dopo la sentenza della Corte di cassazione che rese definitive le condanne del maxiprocesso alla mafia, Pietro Grasso ricorda la stagione degli omicidi e delle stragi del ’92. Scaturite proprio da quel verdetto di cui fu in qualche modo protagonista: era stato lui, tra il 1986 e il 1987, nelle vesti di giudice a latere della corte d’assise di Palermo, a scrivere le motivazioni sulle responsabilità della Cupola mafiosa, che poi vennero confermata dalla corte suprema.
    Ma l’attuale presidente del Senato non è convinto che dietro quella scossa di terrore ci fosso solo il movente della vendetta: «Come in tanti altri delitti eccellenti di Cosa nostra, credo che ci siano altre possibili causali di contorno, legate ad interessi di altri». L’amara conclusione è che mancano i riscontri: «Ma non dobbiamo mai perdere la speranza di trovare la verità. E continuare a cercare».
    Ci vorrebbe la collaborazione di un capo del calibro di Totò Riina, o di un pentito delle istituzioni per fare piena luce sui fatti ancora oscuri del 1992 e — prima ancora — di altri momenti di svolta nell’attacco mafioso allo Stato: «La storia di Cosa nostra è una storia di misteri irrisolti o solo parzialmente risolti. Non solo per le stragi, ma anche per i cosiddetti “omicidi politici” di Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa. Che danno l’impressione di essere stati commessi non solo per le esigenze di Cosa nostra; anzi, l’hanno danneggiata. Molti pentiti hanno fatto questo tipo di riflessioni, senza poter andare più in là. Perché soltanto i vertici potevano essere al corrente di certi contatti con entità esterne». In ogni caso, il terribile 1992 del piombo e del tritolo mafioso prese l’avvio quella sera di venticinque anni fa, 30 gennaio 1992, quando la Cassazione pronunciò il verdetto che ripristinava gli ergastoli per i boss colpevoli dei delitti deliberati dalla commissione mafiosa. «Quando arrivò la decisione mi trovavo al ministero della Giustizia dove lavoravo con Giovanni Falcone — racconta Grasso — e fin dal dispositivo, prima ancora di leggere le motivazioni che sarebbero arrivate in seguito, capimmo che era stato confermato l’impianto del pool e della corte d’assise. Fu motivo di grande soddisfazione, anche perché dopo la sentenza di appello che aveva fatto cadere le accuse contro la Cupola, temevano che la Cassazione potesse andare nella stessa direzione». Nel corso del 1991 dal «palazzaccio» romano di piazza Cavour erano arrivati diversi «segnali negativi», con scarcerazioni e assoluzioni nei confronti dei boss. Ma dopo varie vicissitudini il processo venne assegnato a un collegio diverso da quello che solitamente trattava i fatti di mafia. E l’accusa vinse: «Un risultato storico, perché significava che sul piano giuridico non poteva più essere messa in dubbio l’esistenza della mafia, né la sua struttura unitaria e verticistica. Da quel momento, negli altri processi, bastava acquisire la sentenza del maxi per averne la prova».
    La reazione di Riina, come poi avrebbero rivelato i collaboratori di giustizia, furono gli omicidi di Salvo Lima e di Ignazio Salvo, «colpevoli» di non aver saputo garantire l’annullamento del maxiprocesso in Cassazione; e le stragi di Capaci e via D’Amelio in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino — che avevano istruito quel procedimento — insieme alla moglie di Falcone e agli agenti delle scorte. Anche Pietro Grasso, che aveva collaborato in maniera decisiva al primo verdetto, doveva saltare in aria nell’estate del 1992; per dare un altro «colpettino» allo Stato e farlo scendere a nuovi patti. Alcuni «problemi tecnici» incontrati dagli artificieri di Cosa nostra lo fecero fallire.
    «Prima ancora del ’92 — dice il presidente del Senato — con Falcone e Borsellino abbiamo convissuto quotidianamente con il rischio della morte. A volte scherzandoci sopra, come ad esempio faceva Paolo con Giovanni quando gli diceva “finché sei vivo tu io sono tranquillo, perché tanto prima tocca a te”. Era un modo per esorcizzare il pericolo, e andare avanti».
    Quanto al fatto di essere scampato a quella stagione di morte, il sopravvissuto Grasso confida: «Certe volte viene quasi un senso di colpa, anche se non ce n’è ragione. È solo un problema psicologico. Una serie di circostanze e coincidenze fortunate hanno fatto sì che io sia rimasto vivo, e questo non ha potuto che rafforzare l’impegno preso davanti alle bare dei miei amici; fare di tutto per accertare le responsabilità dei colpevoli. Con la coscienza mi sento a posto».
    Da procuratore nazionale antimafia, Grasso ha raccolto le prime confessioni del pentito Gaspare Spatuzza: «Con le sue dichiarazioni ha provocato la riapertura delle indagini sulle stragi, nonché di processi chiusi con sentenze definitive. Ha fatto anche tornare la memoria a molti, ma la sensazione è che ancora restino delle verità da scoprire».
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