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    - Intervento al vertice della Fondazione Caponnetto -

    La tesi generale è che l’economia riconducibile alla criminalità (e più in genere derivante dall’illecito) influenzi gli equilibri mondiali, non solo economici, ma anche di sicurezza e geopolitici. Nella mia passata funzione di Procuratore Nazionale Antimafia ho avuto modo di viaggiare e sottoscrivere una serie di accordi di cooperazione con decine di paesi del mondo, una sorta di “diplomazia penale”, si potrebbe dire. Oggi da Presidente del Senato ho l’opportunità di viaggi istituzionali e di dialogo con esponenti di paesi di diversi quadranti regionali, e così ho maturato alcune convinzioni. Le mafie si lasciano guidare nella ricerca del profitto dai fattori geopolitici, servendosi ai propri fini di mutamenti e tendenze; e allo stesso tempo agiscono da attori geopolitici producendo in via diretta o indiretta processi di natura geopolitica. Le mafie così possono determinare o risolvere conflitti, controllare territori, fare e disfare alleanze, ridisegnare confini, tenere in vita o soffocare intere economie o istituzioni politiche di interi Stati.

    La criminalità organizzata, il terrorismo, il crimine economico transnazionale presuppongono delle vere relazioni internazionali. Così mentre gli Stati sono tenuti al rispetto di forme legali, rallentati da meccanismi farraginosi e faticano a cooperare fra loro, in una assurda ridda di frontiere giuridiche, le politiche delle organizzazioni criminali transnazionali nelle scelte di merci, mercati, rotte, investimento dei profitti sono favorite da vantaggi competitivi straordinari: la capacità di accedere ed elaborare informazioni e notizie riservate, rapidissimi meccanismi decisionali; disponibilità di sistemi di attuazione ed esecuzione garantiti da sanzioni efficaci e inappellabili, e di una vastissima rete di collaborazione internazionale che pragmaticamente prescinde da schemi nazionalistici, etnici e politici.(cellule etnie insospettabili) Le vere mafie possono poi contare su una forma immateriale di potere: il prestigio ed il consenso sociale conquistato tramite la dipendenza economica dall’organizzazione mafiosa degli abitanti dei territori democraticamente politicamente ed economicamente fragili e trascurati dalle istituzioni e la proposta di attraenti modelli di successo economico e sociale, fatalmente temporanei e illusori.

    La globalizzazione dei mercati finanziari ha mutato profondamente le strategie economiche mafiose ma la comunità internazionale non vi ha opposto adeguate azioni comuni. In Italia abbiamo imparato prima di altri, fu Giovanni Falcone ad intuirlo per primo, che la lotta alle mafie transnazionali si gioca attraverso le indagini finanziarie e aggredendo i patrimoni illeciti, con la confisca e la prevenzione e repressione del riciclaggio. Ma è proprio su questo tema che la cooperazione fra gli Stati incontra le maggiori difficoltà. Rintracciare, identificare, riconoscere il denaro delle mafie e quello derivante dall’economia sommersa, ripulito da decine di transazioni, è la sfida del nuovo millennio.

    Anche sul piano nazionale la recessione economica rappresenta per le mafie occasione di consolidamento e di arricchimento. L’ampia disponibilità di liquidità rispetto all’aggravarsi della stretta creditizia per le imprese e le famiglie determina un incremento esponenziale degli investimenti mafiosi nell’economia legale. Si è evidenziato negli ultimi anni un particolare attivismo in operazioni diversificate su mercati più o meno tradizionali (azionario, alimentare, immobiliare, edile, eolico, della ristorazione) e nell’acquisizione di migliaia di imprese in stato di dissesto. Un dramma epocale che permette ai detentori di ricchezze mafiose, provenienti da corruzione, o comunque ingiustificate, di inquinare irrimediabilmente il sistema economico. Si é venuto così a creare, una sorta di blocco sociale, una lobby economico-finanziaria, un sistema di reti interconnesse e integrabili fra di loro, dalle dimensioni indefinibili e di difficile accertamento, portatore di interessi personali, politici e mafiosi, costituito da una parte della classe dirigente: tecnici, avvocati, imprenditori, ingegneri, architetti, commercialisti, consulenti in genere, come interfaccia di collegamento tra mafie, da un lato, e imprenditoria, pubblica amministrazione e politica, dall’altro.

    I risultati sono devastanti. Mentre si accentua la penetrazione criminale nel tessuto economico del paese, si incrementa la dipendenza e la lealtà alle mafie, si legittima l’ingresso nei circuiti legali e il riciclaggio dei capitali illeciti che inquinano, drogano il sistema finanziario. In un infernale meccanismo autoalimentato, l’impresa originariamente mafiosa, poi ripulita e resa legale grazie a operazioni finanziarie e societarie, produce altra crisi danneggiando la competitività e i mercati attraverso la concorrenza sleale con le imprese legittime. Può permettersi di condurre l’attività anche sottocosto o in perdita; non ha bisogno di ricorrere al sistema creditizio ufficiale e attraverso l’intimidazione e la violenza – usate solo quando assolutamente indispensabili – la corruzione, che sempre più tende a sostituire le prime, o il coinvolgimento nei profitti illeciti, beneficia di artificiali oligopoli e monopoli. E’ una forma di ingerenza che si evolve progressivamente nell’impresa e nella pubblica amministrazione sino ad una diretta infiltrazione nei gangli dell’economia e della politica locale e nazionale. È preoccupante che ormai tale rapporto si sia diffuso anche al Centro e al Nord, in regioni più produttive e ricche rispetto a quelle di origine delle mafie. Il prolungarsi della recessione determina una riduzione di certe voci di entrata  inducendo le organizzazioni a differenziare. Poiché la contrazione dei mercati riduce i proventi delle estorsioni e i tagli al bilancio pubblico i profitti derivanti direttamente (appalti, subappalti, noli) e indirettamente (tangenti, estorsioni) da lavori pubblici, la lobby economico-politico-mafiosa tende a finanziarsi inserendosi nel terziario, nella produzione di servizi privati e pubblici (ad esempio gestione dell’emergenza migranti)  o rivolgendosi a quei mercati che in periodi di recessione tendono ad espandersi: lo smaltimento illegale dei rifiuti pericolosi, la produzione e il commercio di beni contraffatti, il caporalato e il lavoro forzato.

    Mi avvio a concludere. Credo che un giudizio storico sereno ed obiettivo ci consenta di dire che la mafia ha avuto un ruolo decisivo nelle sorti del Paese e che gioca una parte primaria nella profonda crisi politica, economica, etica in cui l’Italia si dibatte in questi anni difficili. Le politiche pubbliche hanno affrontato la questione mafiosa a fasi alterne. Mai strategicamente. Molti interventi normativi e organizzativi sono nati solo sull’onda di stragi e arresti, sulla scia di dolori collettivi o di scandali. Le tensioni si sono poi allentate e tutto è ritornato verso la normalizzazione.

    Il degrado etico e morale del sistema politico e amministrativo, di cui inchieste, indagini e processi ci danno quotidiana testimonianza, evidenziano l’intreccio tra criminalità, politica, imprenditoria e amministrazioni pubbliche, trame sempre simili tra loro e accomunate dal disprezzo della cosa pubblica per fini privati. E’ all’interno di questo degrado che vicende come quelle di Mafia Capitale trovano terreno fertile. Una cappa criminale che ha attanagliato Roma, un sistema che ha speculato sul disagio e sui migranti, sugli appalti pubblici, sulle municipalizzate, che ha impoverito la Capitale e negato ai cittadini livelli di decenza dei servizi pubblici grazie a un uso sistematico di tangenti, sperpero di denaro pubblico, minacce e violenza. Per superare il degrado, per liberare la politica e le amministrazioni dal malaffare,  abbiamo bisogno di una classe dirigente credibile e trasparente ma anche, lo dico con dolore, di un’antimafia che sappia guardare al proprio interno e abbandonare il sensazionalismo, il protagonismo, la pretesa primazia di ogni attore, la corsa al finanziamento pubblico e privato. Negli ultimi mesi abbiamo visto emergere scandali che infangano questo mondo e che offrono lo spunto a chi vuole cavalcare questi episodi per chiudere definitivamente una lunga storia di riscatto sociale e morale.

    Serve un’antimafia unita, determinata ma anche umile, che collabori con le forze dell’ordine e la magistratura ma soprattutto che persegua il fine comune, che non è quello di essere l’associazione più visibile, o la più finanziata, o che meglio catalizza il consenso. L’obiettivo, non dimentichiamolo, è il cambiamento culturale diffuso, il rifiuto del compromesso, è fare terra bruciata intorno alle mafie per isolarle e poterle colpire meglio con gli strumenti dello stato di diritto. Abbiamo bisogno di un’antimafia che vada avanti con  coraggio, passione, determinazione, che sia di stimolo e pungolo per le istituzioni locali, nazionali e internazionali, che non consenta di abbassare la soglia dell’attenzione e del contrasto ai padrini, siano mafiosi che politici.

    Solo partendo da questi valori possiamo pretendere il cambiamento della società e della politica, che deve tornare ad animare spinte ideologiche, soprattutto fra i più giovani: deve ispirare, deve plasmare, deve realizzare validi progetti strategici di cambiamento per il futuro del Paese e delle giovani generazioni. E questo, vi assicuro, come politico, io considero il mio più importante impegno.

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